Giancarlo Giuliani, Diospolis. Una storia del VI sec. a.C.

«Savrias aveva voglia di piangere, ma sapeva che sarebbe stato un errore, così si trattenne con uno sforzo che gli fece esplodere la testa dal dolore. Non sarebbe mai diventato un mercante o un guerriero. Doveva solo stare più attento, doveva guadagnarsi una solida fama di studioso, di medico, magari di guaritore. L’intelligenza sarebbe stata la sua arma. Nel frattempo però, – riuscì a sorridere – non sarebbe stato male imparare qualche trucco difensivo.» (G. Giuliani, Diospolis. Una storia del VI sec. a.C.)

Dopo la lettura di Nemesis. Una storia del tempo antico, dopo Alessandro di Afrodisia, uomo eccezionale, prima ancora che filosofo ed esegeta delle opere di Aristotele, Giancarlo Giuliani torna ad appassionare il suo pubblico con un nuovo romanzo (che cronologicamente precede Nemesis), un altro gioiello storico-filosofico, psicologico ed esistenziale, impregnato altresì da un’aura giallista: Diospolis. Una storia del VI sec. a.C.

Da Afrodisia, dunque, l’autore (tras)porta, anzi – come recita l’incipit della Presentazione, a cura di Marco Tornar – fa scivolare, il lettore nell’isola di Samo, là dove tutto ha inizio. Lì comincia la philosophia (letteralmente, “amore per la sapienza”), lì prende vita la narrazione che, benché corredata da una vivida immaginazione, è costruita sulla base di documenti storici.

Con uno stile travolgente e coinvolgente, con un ritmo dolce ma incalzante, rendendo l’antico straordinariamente moderno, Giuliani racconta storie di vita e d’amore, ma anche di ambizioni personali, di egoismi, del potere che si serve del sapere per affermarsi e dinanzi al quale è costretto, tuttavia, a capitolare. Ancora, l’autore illustra, in qualità di narratore esterno, un percorso di crescita interiore ed esteriore tale da rendere Diospolis un Bildungsroman.

Se è vero che in esso il protagonista assoluto è Savrias, assetato di conoscenza («non voglio diventare un mercante. Vorrei conoscere i luoghi in cui si cela la vera sapienza.»), è altrettanto vero che i personaggi che ruotano intorno alla sua figura sono, in un modo o nell’altro, padroni anch’essi della scena narrativa.

E buoni o cattivi che siano restano impressi nella memoria anche a lettura terminata; ognuno di essi, infatti, prescindendo da pregi e virtù, vizi e difetti, sono il prototipo degli uomini contemporanei, a riprova del fatto che Cesare Pavese non è andato molto lontano quando, tornando nella sua terra natìa, si è accorto che “tutto è cambiato per restare esattamente com’era prima”.

Ma torniamo a Diospolis e ai personaggi. Parthenis, ad esempio. Non è solo la genitrice di Savrias, ma può essere considerata a buon titolo una deuteragonista. Nonostante la suddivisione del romanzo in due parti, che potrebbe in certo modo corrispondere a un iter programmato e ben stabilito dall’autore, il tracciamento di un excursus esistenziale per i suoi personaggi e di conoscenza per il lettore, Parthenis, per l’appunto, assurge a figura centrale sia prima che dopo.

Come non innamorarsi di lei? Una donna straordinaria, dolce, così bisognosa d’amore e così timorosa di perderlo, ma al contempo eccezionalmente tenace nel non porre freni, nel guardare in faccia il dolore, dal quale, malgrado i colpi violenti e reiterati, non si lascia abbattere: «Il dolore scava nel corpo degli esseri umani, e Parthenis aveva dovuto sopportare un peso grandissimo».

“Vivi e lascia vivere”, questo è – si potrebbe dire – il suo modus vivendi:

«Era giunto, pensò [Parthenis] con dolore, il momento del distacco. Se Savrias avesse seguito i voli della sua mente, forse lei non l’avrebbe rivisto mai più. Ma sapeva che quello era il suo destino e che nulla avrebbe potuto, in ogni caso, spezzare il legame fortissimo tra lei e il figlio.»

Prima ancora, però, il suo cuore ha dovuto reggere al dolore di un altro distacco, quello da Dioscuros, l’uomo che ama, ma col quale non può vivere («Mennone ha comprato il mio corpo, ma non mi avrà, mai! Il mio cuore sarà sempre tuo»). L’uomo che non smetterà mai di amare, che non dimenticherà mai, giacché da quell’amore, tanto immenso quanto sventurato, nascerà lui: Savrias, il futuro «mercante delle stelle».

Insomma, Parthenis è una donna come poche. Dal cuore grande e nobile d’animo, rinuncia all’amore della sua vita per amore del padre, sacrifica se stessa per non impedire a Savrias, futuro Pythagoras, di incamminarsi lungo il sentiero che conduce alla felicità.

È grazie a sua madre, dunque, che Savrias, comincia a muovere i suoi primi passi, a seguire la «via delle stelle», perché «tu non sei nato per diventare un mercante». La tristezza della partenza è ben presto sostituita dall’ebbrezza della conoscenza, della possibilità, adesso concreta, di accedere a quei segreti «che gli avrebbero forse rivelato il senso dell’esistenza».

E questo, non senza un pizzico di paura, di incertezza, persino di preoccupazione: quella di non essere, o di non sentirsi, all’altezza di sondare quei misteri. Una voce, questa, ammutolita dall’altra parte di sé, quella che gli sussurra che «doveva impegnarsi a fondo. Il resto sarebbe venuto da sé».

Come Alessandro di Afrodisia in Nemesis, Savrias, in Diaspolis, trova riparo e rifugio nei libri e nella scrittura, quanto più si accorge che l’élite da cui è circondato è irretita nella violenza, nei complotti, nelle congiure, nel sangue. Un’unica via d’uscita si profila all’orizzonte, sebbene sia, per ora, solo un baluginio intermittente, flebile, eppure carico di speranza:

«L’Occidente era il futuro. Un giorno sarebbe andato in Italia e avrebbe creato una sua scuola, ma avrebbe scelto con cura estrema i propri discepoli. […] Il futuro gli appariva però ancora lontano, nebuloso. Di una cosa era certo: non avrebbe mai smesso di cercare, di indagare e stava forse scoprendo una via di unificazione del sapere.»

In mezzo agli intrighi di palazzo, anzi del tempio, in un’atmosfera di tensione implacabile, Savrias cresce, diventa uomo, integerrimo nell’animo, estraneo alla lex armorum e sempre obbediente al suo principio primo: il sapere. Del resto, forse, «la dignità consisteva proprio nel tentare di elevarsi grazie alle proprie capacità».

Savrias è, perciò, il buono costretto a fare i conti con i cattivi, è colui che incarna il principe Lev Nikolàevič Myškin, l’idiota dostoevskiano, alla ricerca della pulchritudo insita nel sapere in un mondo in cui chi governa non persegue la pace, ma, in nome del potere, intraprende la via opposta.

Alla fine del periodo di formazione a Diospolis e con la consapevolezza, anzi con la sicurezza, che nel suo futuro c’è l’Occidente, Savrias torna a Samo, il locus della sua infanzia, il nido d’amore in cui Parthenis, colei che gli ha dato la forza di inseguire il suo proprio destino, non ha mai smesso di aspettarlo.

L’incontro tra i due e l’abbraccio in cui ambedue si perdono sono descritti da Giancarlo Giuliani con ritmo tanto semplice quanto schietto, che il lettore ha l’impressione, la reale sensazione, di partecipare anch’egli a momenti di tenerezza ineffabile, momenti come quelli che riuniscono finalmente una madre e un figlio divisi per anni.

Entrambi, però, sono consapevoli che molte cose sono cambiate e molte altre sono ineluttabilmente destinate al cambiamento. Sia per Parthenis che per Savrias è tempo di nuove riflessioni, nuove prese di coscienza, nuovi tormenti. L’una sa che

«Samo era troppo piccola per l’uomo che suo figlio era diventato e lei l’avrebbe perduto, un giorno sarebbe andato via e forse non sarebbe più tornato.»

L’altro, in concomitanza, comprende che

«quello non era più il suo posto, che sempre avrebbe portato nel cuore quella casa e le persone della sua famiglia, ma che il suo destino era di partire ancora.»

Partire per seguire il suo destino, partire per percorrere ancora, dopo tanti anni, il sentiero infinito della conoscenza infinita, per condurre un’esistenza solitaria e senza alcuna possibilità di ritorno: «Ecco colui che per primo conoscerà la musica degli astri. Segui il sole che muore».

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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