Giorgio Castelfranco, Introduzione all’arte del nostro tempo

«La visione artistica nasce, sì, da un lungo processo spirituale – ricordi, conoscenze morfologiche della realtà, persuasione dell’esistenza in essa di certi paradigmi strutturali, di certi canoni estetici e biologici ad un tempo, da abitudini ordinative mentali rispetto alle impressioni che la realtà ci dà, da desideri visualizzati, dalla presenza fantastica di creature mitiche etc. – ma tutto ciò è pur sempre ancorato alla visione naturale, non tanto per l’infinito repertorio di cose che la visione naturale ha offerto all’arte figurativa da tempi immemorabili, quanto per la ricostruzione, in un mirabile artificio, della visione naturale stessa: davanti ai grandi capolavori del Rinascimento noi sentiamo benissimo che esse sono state lunghe e complesse e approfonditissime opere della fantasia, della cultura e dell’eticità umana, […] che essi sono in un altro mondo, chiamatelo ideale o fantastico come voi preferite, ma rimane l’impressione, vivissima in noi, che se tale mondo per una divina ipotesi fosse creato, esso apparirebbe così a noi riguardanti.» (G. Castelfranco, Introduzione all’arte del nostro tempo)

Uno dei principali protagonisti della ricostruzione culturale italiana del dopoguerra, amico di Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, ispettore a varie Soprintendenze italiane, Giorgio Castelfranco – osserva Antonello Tolve nella presentazione a Introduzione all’arte del nostro tempo – «calca la propria riflessione sul presente dell’arte e della vita quotidiana».

L’arte come evasione, sì, ma soprattutto strumento imprescindibile per “ridefinire il mondo della cultura”, leggere e comprendere le evoluzioni della società e, perché no, anche le sue debolezze e fragilità. Questa è la direzione del Futurismo.

«Una concezione dell’arte cioè che vuole essere a un tempo oggettiva e soggettiva, soggettiva in quanto è l’emozione dell’artista che scopre certe date forze delle cose, oggettiva in quanto tali forze sono reali nelle cose.»

Eppure, l’elogio della macchina, della technéa proposito del quale il filosofo Umberto Galimberti avrebbe qualcosa da obiettare – tiene conto dell’uomo e del suo genio creativo, se è vero che la storia dell’arte è storia dello spirito, dal momento che l’opera dell’artista è l’acme di un processo mentale e sentimentale a un tempo o, come direbbero i rinascimentali, la combinazione di razionale e irrazionale.

Ciò a riprova del fatto che il binomio arte-vita, arte società è granitico e, per ciò stesso, indissolubile, quanto più trae forza e sostentamento dall’antico. In proposito, Tolve scrive:

«L’arte, per Castelfranco, ha un compito sociale. È un appuntamento pedagogico importante a costruire riflessioni, a comprendere i paesaggi delle società e dell’umanità. Il suo è, in questo modo, un progetto che è anche destino, costruzione e analisi inevitabile del nuovo (la novità è sempre una condizione indispensabile dell’arte), spazio d’azione volto a interpretare il mondo contemporaneo, a leggerne la metamorfosi, a decifrarne il divenire.»

Introduzione all’arte del nostro tempo è una riflessione sul presente, nella fattispecie sull’800 del XX secolo, quale «epoca cataclismatica». Affermazione, questa, che sembra avallare – per estensione – la celebre frase picassiana: “ogni atto di creazione è un atto di distruzione”.

Uno sfoggio di movimenti artistici (fauvismo, cubismo, espressionismo, impressionismo) e di artisti (Picasso, Cézanne, Kandisky, l’immancabile De Chirico, Viani) imperlano il volume, si susseguono senza sosta, a tratti sovrapponendosi gli uni gli altri.

A conciliarli, in certo qual modo, a tenere unita questa rete così variegata e pluristratificata è il concetto di spazio geometrico, nel quale spazio s’inserisce una riflessione filosofica (ma anche fisica) sul ruolo dell’essere umano.

Dapprima il connubio uomo-spazio, realtà-immagine, spirito-materia, natura-umana (il «realismo sintetico» di Soffici) è esplicato in termini generali:

«È l’uomo che per i suoi propri scopi di vita, per dominare la realtà, crea una distinzione da cosa a cosa, proietta le cose su quel medium omogeneo e infinitamente divisibile che è il suo spazio geometrico. Concezione filosofica di alta importanza che pone nella stessa creatività umana il rapporto tra immagine spirituale e realtà fisica.»

Poi, nella seconda parte del saggio, La pittura futurista, Giorgio Castelfranco fa appello a Nietzsche, all’Übermensch e al concetto di “volontà di potenza”. Se ne serve per chiarificare ulteriormente l’importanza che i futuristi danno alla macchina, quale emblema della ribellione, di potenza appunto, sia per evidenziare le difficoltà insite nell’esistenza.

In ciò si rileva non solo la condanna dell’uomo a vivere nella solitudine, giacché come asserisce Nietzsche, «noi siamo gli amici nati, giurati e ardenti della solitudine», bensì anche si coglie l’illusione di una creatività libera e mirabile, in quel dissidio squisitamente nietzschiano tra apollineo e dionisiaco:

«L’arte – scrive Castelfranco – non è solo un impulso ritmico ed eccitante, ma un lunghissimo percorso in sé e fuori di sé; la gloria militare viene a coronare nel capitano eletto dalla storia immense e oscure fatiche e rinunce e rischi e morti, per decenni e decenni, in una tensione umana collettiva e anonima.»

Sogno, fantasia, esternazione nell’esteriorità della vita interiore, proiezione della realtà psichica umana e della realtà ultra-fisica dell’essere (inerente alla pittura metafisica di De Chirico, da Soffici definita «una scrittura di sogni»), sono gli ingredienti e le componenti che danno linfa vitale alla creatività dell’artista.

 E ancora, l’arte come “intelligenza visiva delle cose” (a proposito delle opere di Giorgio Morandi), l’arte come emanazione della beauté, in senso neoplatonico, del mondo, accoglie in sé anche la scultura e l’architettura, ché anch’esse conferiscono un certo ordine alla dispersione dei valori etici e morali di un “culturificio” alla deriva.

In ciò si evince il compito precipuo dell’avanguardia. La morale, il signifié è insito nella parola stessa, come hanno osservato recentemente gli inisti: è avanguardia perché “avan(ti) guarda”. E se il talento è indice di una ricchezza di possibilità, allora gli artisti innovatori devono essere sostenuti, la loro carica di energia deve essere preservata e mantenuta in vita:

«Perché l’arte futurista è espressione di volontà. Qualunque sia stato il grado di metodicità raggiunto, essa è pur sempre dono di energia dall’uom artista agli altri uomini, coraggio comunicativo, impeto di se stessi, indispensabili dell’arte, e non solo dell’arte ma di ogni civiltà.»

© Antonietta Florio

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