Silvia Peronaci, L’atto creativo in Baudelaire

«Un’opera d’arte scritta è un ente da leggere che non contempla letture risolutive, né la nostra aspira a esser tale. Più che in informazioni consiste nella predisposizione di una comunanza, nell’attesa di qualcuno che ne colga l’anima. È come un arco teso verso il lettore il quale, centrato dal suo dardo, assume con esso una particolare forma di vita, o meglio quella comunità di vita governata dalla lingua. Questo vale, a maggior ragione, per la poesia, che è il tempio della parole e che, ad ogni rilettura, può non solo essere letta ma, per così dire, legger lei colui che la legge, illuminare idee o emozioni spente, ravvivare il fuoco del discernimento facendosi preghiera, secondo la radice ebraica del termine che sta per giudicare.» (S. Peronaci, L’atto creativo in Baudelaire)

Il «poète maudit», il poeta dello Spleen e Idéal, l’autore delle Fleurs du mal, il precursore della modernità: tutto questo è Charles Baudelaire. Ma non è solo questo. Come evidenzia Silvia Peronaci ne L’atto creativo in Baudelaire, nell’individuo-Baudelaire si cela un’ulteriore polarizzazione tra «esistenza costruita, perfetta ma impersonale, ed esistenza vissuta, imperfetta ma personale».

Tale approccio ermeneutico, come suggerisce opportunamente il titolo dell’essai philosophique, stabilisce un legame strettissimo tra l’arte e la fenomenologia, entro i confini del quale si evince quanto l’espediente artistico sia uno strumento prezioso e irrinunciabile di studio, ricerca e comprensione della realtà, in modo da fare di essa il proprio “habitat” poetico.

Detto altrimenti, l’ambivalenza di Baudelaire, il quale da un lato vuole rifuggire l’esperienza, «atto geometricamente costruito» e dall’altro desidera conoscerla, «atto fenomenologicamente vissuto» non scaturisce dalla riflessione, dalla contemplatio. Al contrario, essa testimonia dell’agire umano e della sua libertà, della vita activa, come recita il titolo dell’omonimo saggio di Hannah Arendt: lavoro, opera, azione.

Onde ne deriva un dissidio, genuinamente filosofico, tra l’anima e il corpo, tra il bene e il male, un’antitesi tra la realtà vera e la realtà della mente, tra pathos e lògos, tra etica ed estetica,che tuttavia conservano nell’arte, e attraverso di essa, il carattere unitario dell’esperire.

Parlare dell’atto creativo in Baudelaire significa sondare gli abissi della sua vita, significa entrare in contatto con il senso di sradicamento che lo attanaglia e che ha le sue radici nella storia familiare. Vuol dire, ancora, toccare quasi con mano la souffrance che obnubila la sua anima, l’avvolge nella nebbia delle tenebre e che solo la scrittura, quale «paradiso artificiale», processo di katharsis e di auto-rigenerazione, può, se non spazzare via completamente, quantomeno diradare.

Eppure è nell’inferno dell’abitacolo terrestre che l’autore delle Fleurs du mal si sente vivo e padrone di sé. Tanto dotato di bon sens, quanto più accetta con stoico atteggiamento il “male di vivere”, consapevole sì dell’inestimabile valore della vita, ma anche della caducità, della deperibilità e transitorietà della sua natura.

Tale presa di coscienza non è assimilabile punto alla paura della morte di epicurea memoria («La morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi»). Piuttosto, come osserva Giuseppe Grasso in Fuga dal male. Dieci commenti a Baudelaire:

«La Morte diventa l’alba di una palingenesi, di una vita futura, qualunque essa sia, ultima utopia a cui aggrapparsi, la sola che l’esistenza umana non può sottrargli.»

Una volta di più ci si ritrova dinanzi al trait d’union del livello emotivo e cognitivo, del pensiero e del raziocinio, del logico e dell’analogico, della coscienza e dell’incoscienza, del gusto dell’essere e del gusto del nulla. La Peronaci chiarisce in proposito:

«Si tratta di un giudizio che, da un lato rispecchia l’«anima ignorante» come disposizione ingenua alla gioia infinita di vivere, dall’altro, riflette un «dolore molto semplice», come disposizione più matura alla gioia finita di morire.»

Il tutto trova una mirabile sintesi, confermandola, nel dualismo citato in apertura tra esistenza costruita ed esistenza vissuta. Nella prima il soggetto costruisce il réel sulla base delle sue idee e lo rinchiude in simulacri confortanti, ma illusori, crogiolandosi nell’apparenza. In tal caso l’arte è una via d’uscita, uno strumento di difesa:

«L’esistenza costruita deriva da un atto creativo tendenzialmente meccanicistico: a una situazione reale avvertita come negativa Baudelaire cerca di rimediare con la creazione di un mondo parallelo e immune da incrostazioni mondane.»

Nella seconda, invece, cioè nell’esistenza fenomenologicamente vissuta, egli è in balìa della sorte, sale sull’altalena delle gioie e dei dolori, guarda in faccia il mondo, ne scorge, per quanto tragica e informe, l’essenza, rinunciando a qualsivoglia progetto di idealizzazione. Qui, l’ars è al servizio della realtà, è «vero e proprio atto esistenziale», è azione e non reazione.

Tornando indietro nel tempo, anzi nei secoli, l’Umanista Marsilio Ficino condannerebbe l’individuo incontinente e intemperante, nel quale la ratio è pressoché annullata dai sensi, ed elogerebbe l’uomo continente e temperante che, facendo appello alle facoltà intellettive superiori, si pone sulla strada del verum.

In ambedue i casi è l’attività fantastico-immaginativa a governare il genio creativo dell’uomo, laddove la creazione è a un tempo actio transiens e actio immanens e, perciò, va di pari passo con il sentire. È Baudelaire stesso a rendersene conto, a sperimentare sulla propria pelle che l’evasione verso il bene è irrimediabilmente cancellata dalla virulenza con cui la dolorosa realtà gli impedisce di fuoriuscire da sé e dal mondo, di trascendere la perturbatio insita nell’esistenza.

Tornare in sé, riappropriarsi di sé e riconoscersi implica un percorso che non può affatto edificarsi sull’illusione ingannatrice e ammaliatrice, dunque ex nihilo, ma necessita di un appoggio solido, una base granitica. Indi, ne consegue che:

«L’arte non può essere del tutto avulsa dalla realtà, non può sempre produrre con le spalle al mondo, nella sua totale sconfessione, ma deve reggerne lo sguardo, sorvegliarlo, affermare il valore del suo modo di percepirlo, di rifletterlo, di averne consapevolezza.»

L’individuo psichico e l’individuo fisico, l’artista e l’uomo sono, a ben vedere, i due volti di un medesimo soggetto: Charles Baudelaire, conteso e scisso in un ente impoetico e/o corporeo, oppresso dal tedio a tal punto da rifugiarsi nell’oppio, e in un ente poetico e/o incorporeo, che rifulge nell’atto creativo.

Nell’ultimo capitolo, Baudelaire contra Sartre, Silvia Peronaci fa rientrare l’esistenza baudelairiana, nel duplice senso di costruita e vissuta, nel concetto di “simpatia riflessiva” di Edith Stein, partendo dal carattere di reciprocità che è alla base dell’arte:

«La poesia di Baudelaire, nel suo intreccio inestricabile di creazione ideale e di creazione vissuta, ci pare ampiamente pervasa dal riconoscimento dell’immanenza […] da intendersi […] come un confronto che consente al lettore di ritrovarsi, di conoscersi, di recuperare un senso affabile e domestico anche nelle circostanze più ostili.»

La poesia, dunque, è l’antidoto alla sofferenza causata dall’abbrutimento del mondo. È questo atteggiamento poetico che suscita in Jean-Paul Sartre una sorta di nausea. L’esperire poetico, contrariamente alla pienezza dell’esperienza vissuta, è dal philosophe existentialiste considerato nauseante, sterile, ed è sulla base di considerazioni di siffatta natura che paragona Baudelaire, rimproverandolo, a una «sorta di Narciso dedito a leccarsi le ferite», «qualcosa come l’homunculus del secondo Faust».

È qui che Silvia Peronaci connette la dimensione poetica esistenziale baudelairiana con la fenomenologia husserliana, è qui che l’autrice fa incontrare e intrecciare letteratura e filosofia e che Gianluca Valle così enuclea:

«Il distacco che l’evasione poetica sembra attuare nei confronti delle cose equivale al gesto dell’epoché con cui Husserl non intendeva negare l’esistenza del mondo ma metterla fra parentesi, per concentrarsi sulle sue molteplici stratificazioni di senso. […] non si tratta di cancellare tout court il nostro ancoraggio al mondo ma di mettere fuori uso il nostro irriflesso pragmatismo mondano, al fine di farlo rinascere nella personalissima, e non totalizzabile, prospettiva della nostra coscienza.»

La lettura è travagliata (non sul piano dello stile, che anzi si contraddistingue per la clarté) perché segue da vicino il travaglio della vita di Baudelaire, intensa perché la poesia baudelairiana, dischiudendo il “vaso di Pandora” del poeta stesso, fa prendere coscienza dell’universalità delle condizioni esistenziali, complessa perché complicato è il mondo di Baudelaire, consigliata perché ne vale la pena.

© Antonietta Florio

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