Pierre Zima, Derrida e la decostruzione

«L’ambivalenza derridiana porta al superamento della distinzione istituzionale tra letteratura e filosofia. «I miei testi – spiega Derrida – non appartengono né al registro “filosofico” né a quello “letterario”.» È dunque inesatto parlare di estetica a proposito della decostruzione, dato che ogni estetica è filosofia. Malgrado questa difficoltà, la critica letteraria di Derrida può essere considerata come un’estetica nietzschiana del significante, del piano dell’espressione: un’estetica che cerca di superare i limiti della polisemia immaginando la disseminazione.» (Pierre Zima, Derrida e la decostruzione)

Se con il Fedone Platone encomia la nascita della metafisica, ovvero mette nero su bianco la convinzione dell’esistenza di una realtà ulteriore, Jacques Derrida, parecchi secoli più tardi, intraprende il percorso opposto, ovvero la Destruktion heideggeriana della metafisica. Tale smantellamento, seppure orientato verso il testo letterario e la molteplicità degli approcci ermeneutici che esso presuppone, si serve dei sistemi filosofico (Kant, Nietzsche, Hegel) e linguistico (Ferdinand de Saussure e Lévy-Strauss).

Il predominio del concetto, i binomi significante-significato, forma-contenuto sono questioni teoriche che vengono affrontate con riferimento all’arte e alla scienza, due discipline che, superando i rispettivi limiti e confini, sono destinate a fondersi. Pierre Zima, nel saggio Derrida e la decostruzione, osserva in proposito:

«Tuttavia i romantici vanno ben oltre Kant esaltando l’opacità del linguaggio e preconizzando l’abolizione delle frontiere generiche, nonché la fusione della scienza con l’arte […]. Con questa esigenza preannunciano il programma decostruzionista di Derrida che rifiuta di riconoscere la distinzione o l’opposizione tra letteratura e teoria.»

Come i romantici, e in particolare Friedrich Schlegel che pone l’accento sull’opacità e l’incomprensibilità del linguaggio, anche il filosofo del “Dio è morto”, Friedrich Nietzsche, può essere considerato un precursore del decostruzionismo, quando afferma che il Bene e il Male sono inseparabili e insuperabili.

Siffatta posizione nietzschiana può essere – e difatti con Zima lo è – letta e interpretata in una prospettiva linguistica, laddove cioè la nozione di verità è inscindibile dall’antitesi essenza-apparenza. Nel saggio Su verità e menzogna in senso extramorale, Nietzsche asserisce più chiaramente che la verità non è altro che una «massa brulicante di metafore, metonimie, antropomorfismi», appurando, dunque, il carattere figurativo del linguaggio. Si pensi, ad esempio, al concetto di “metafora”, esso stesso metaforico, da meta-phorein, “trasportare”, “portare fuori”.

Questo tratto distintivo dell’ars oratoria è ciò che spinge il filosofo tedesco ad aprirsi alla dimensione dell’arte e soprattutto alla musica, che non può essere asservita alla speculazione scientifica e letteraria. Manifesta, cioè, la propria indipendenza.

Tornando a Schlegel, invece, alla coppia oppositiva comprensibilità-incomprensibilità, il filosofo tedesco l’arricchisce, ampliandola e completandola, con l’introduzione di una nuova antitesi: simbolo-allegoria. Su queste indiadi si consuma il distacco tra lui e Nietzsche. Effettivamente, Schlegel sostiene che il linguaggio è massimamente incomprensibile nell’arte, nella scienza, nella filosofia e nella filologia, categorie che, perciò, non consentono una comprensione perfetta e completa, ma soltanto velata.

Purtuttavia, tale asserzione contiene un paradosso, in quanto se è vero che le discipline filosofiche e scientifiche producono il “collasso della comprensione”, è altrettanto vero che sia per l’autore sia per il lettore si apre un florilegio di interpretazioni, una libertà sconfinata sia nella comunicazione che nella ricezione.

A corroborare siffatto assunto, nonostante un approccio ermeneutico pregno di novità verso i concetti di simbolo e allegoria, è Paul de Man. Se da un lato afferma e conferma l’ambiguità e la confusione come caratteristiche tipiche delle produzioni letterarie e dei componimenti poetici, dall’altro lato, e parallelamente, asserisce che proprio la sovrapposizione dei sopracitati termini si rivela più produttiva della loro distinzione.

Trattasi di una reductium ad unum: laddove il simbolo implica una trascendenza nell’immanenza e l’allegoria “allude a una realtà prodotta dalla mente, tanto il simbolo quanto l’allegoria non sono disgiunti, ma compresi in un unico mondo allegorico”.

Quanto ad Heidegger, l’Aufhebung della metafisica si attesta su un piano puramente ontologico: l’oblio dell’essere è stato all’origine della distorsione, di una scomposizione analitica del pensiero occidentale. Il tentativo, anzi l’obiettivo, è di ritrovare il senso originario, recuperarne la genesi, concentrandosi particolarmente sul linguaggio e la logica.

Pertanto, la necessità primaria è di superare l’estetica e, di conseguenza, anche la concettualizzazione kantiana del bello, asserendo che «L’opera d’arte, nel modo che le è proprio, fa insorgere l’essere dell’ente».

Tra Nietzsche e Heidegger, Derrida costruisce il suo programma di decostruzione, che non è una corrente filosofica, ma «una teoria che mette in discussione i pregiudizi di un razionalismo fin troppo radicato nella coscienza comune».

La centralità derridiana del logocentrismo e del fonocentrismo affonda le radici nel contrasto con la pratica della scrittura, con conseguente svalutazione, la cui ambivalenza è data dal fatto che se da un lato è una preziosa base d’appoggio per la memoria (l’ars memoriae di Giordano Bruno), dall’altro è un ausilio pressoché inadeguato, poiché vi è il rischio di un’atrofizzazione delle facoltà intellettive.

È opportuno sottolineare che la letteratura, per quanto possa avvalersi di un linguaggio metaforico e metonimico, determinante la cosiddetta illusione estetica, non può essere considerata inautentica, infondata e comparabile alla falsa moneta di baudelairiana memoria.

Oltre alle ragioni tecniche, vi sono però anche motivi morali e sociali, riconducibili all’instabilità del senso, giacché la parola non ha un unico significato, ed è impossibile che la si spieghi e la si interpreti mediante una definizione univoca. Termini e concetti si esplicano e si definiscono mediante una differenza reciproca: “ogni segno è, a sua vota, segno di un segno, che rinvia infinitamente a ulteriori segni. Zima sintetizza tale concetto derridiano in questi termini:

«[…] ogni senso rinvia senza posa ai significati anteriori o posteriori, operando così una disintegrazione della presenza di senso e della sua identità. In altre parole: il senso non è mai presente, poiché è sempre già differito in un movimento che Derrida chiama différance

La detta différance è:

«ciò che fa si che il movimento della significazione sia possibile solo a condizione che ciascun elemento cosiddetto “presente” […] si rapporti a qualcosa di altro da sé, conservando in sé il marchio dell’elemento passato e lasciandosi già solcare dal marchio del suo rapporto all’elemento futuro.»

Derrida, dunque, scardinando la teoria saussuriana dell’interdipendenza semantica e fonetica, quale fattore intrinseco al linguaggio medesimo, caldeggia il progetto husserliano di unire techné e phoné, di salvaguardare l’idea pura, liberandola dai miasmi prodotti dalla pluralità dei sensi (il significato trascendentale).

Detta pluralità o slittamento destabilizzante dei sensi deriva dalla «disintegrazione dell’identità semantica del segno», la quale, a sua volta, scaturisce dalla scrittura e da ciò che Derrida chiama iteratività della scrittura, ovverosia la sua ripetizione in contesti diversi.

A questo punto Zima enuclea il punto fondante del suo lavoro: il dialogo che si instaura tra Jacques Derrida e i decostruzionisti statunitensi, i cui esponenti sono Paul de Man e Geoffrey Hartman, i quali si concentrano non tanto sul testo (letterario e non), quanto piuttosto sulla lettura del testo (close reading).

Fa qui la sua comparsa un nuovo concetto, volto a definire il lettore tipo, di J. Hillis Miller: il good reader, ovvero colui che percepisce e riconosce il carattere contradditorio e illeggibile del testo. In ciò, nel rispetto cioè dell’“alterità” del testo è ravvisabile per Miller il senso e il significato della decostruzione. «La decostruzione – afferma in L’etica della lettura – non è niente altro che la buona lettura».

Se la “buona lettura” svela i chiaroscuri linguistici, allora il critico decostruzionista non svolge un ruolo di co-autore, ma di «creatore autonomo a pieno diritto». Decostruire significa, dunque, smontare un sapere legittimo, invertire le logiche di codificazione testuale, leggendo un testo letterario come se fosse filosofico e/o viceversa. Questa posizione di Miller è condivisa da Paul de Man, ma non da Geoffrey Hartman.

Questi è dell’opinione che le ambiguità e le polisemie del testo derivano da un approccio ermeneutico basato su una gerarchia triadica: rinvio, indeterminazione e negatività, laddove l’approccio critico non investe soltanto l’ambito metafisico in quanto tale, ma coinvolge anche i cosiddetti «meccanismi di dominazione sociale che articolano le lingue».

Dopodiché, a coronamento del saggio, l’autore si concentra sui critici di Derrida e della decostruzione. Bordieu, ad esempio, accusa l’indagine derridiana di limitare la propria indagine decostruzionista all’ambito intellettuale della filosofia, senza tener conto delle funzioni che essa assolve nella società e nelle istituzioni.

Parallelamente, in Inghilterra, John M. Ellis, rappresentante della filosofia analitica, evidenzia il punto debole della decostruzione derridiana nella distinzione tra parola e scrittura. Viceversa, la critica degli esponenti della corrente marxista (si pensi a Eagleton) evidenzia lo stretto legame tra decostruzione e logocentrismo, quella ha bisogno di questa per costruire il suo programma e ampliarsi, nello stesso modo in cui il marxismo analitico necessita della pratica politica e delle istituzioni per sovvertirle.

A fare da spartiacque tra la nozione di situazione comunicativa ideale di Habermas, e l’inscindibilità del discorso dalla volontà di potenza (Adorno), è una riflessione di Zima-Derrida. Partendo dal presupposto che qualsivoglia discorso è impregnato di conflitti socio-politici, psichici e linguistici, che non possono essere emendati o eliminati, «Derrida ha ragione d’insistere sul fatto che la decostruzione […] è una questione insieme discorsiva e pratico-politica».

© Antonietta Florio

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