Angelo Marenzana, Hotel de Colombia

«Dentro di lui, senza trovare appigli razionali, vagava un solo pensiero lucido, il resto era caos, nebbia, schegge irritanti di una realtà che cercavano di trovare una loro sistemazione adeguata alla memoria. Era un pensiero strano per quella situazione. Ed era nuovo, perché non gli era mai capitato prima di averlo così chiaro. Era il ricordo di quando stava bene, il sapore che provava a guardarsi riflesso in uno specchio e vedere con i suoi occhi il suo stesso benessere. Era lo stesso sapore che provava quando si misurava con le situazioni della vita e ne usciva sempre a testa alta, con grande determinazione, qualunque fosse stata la sfida.» (A. Marenzana, Hotel de Colombia)

Suddiviso in tre parti e suggellato dall’Ultimo atto, Hotel de Colombia è il romanzo in cui Angelo Marenzana si cimenta nella costruzione di un’umanità interiormente frammentata, ma con la voglia di riscattarsi, s’impegna in un tagliente quanto catartico scavo psicologico. Sogni e desideri, timori e incertezze, si concentrano ed esplodono in una notte, l’ultima per l’hotel de Colombia, dal passato prestigioso e ora votato, a sua volta, alla distruzione.

I personaggi che popolano e animano la storia sono reali, uomini e donne veri nelle loro aspirazioni e nelle loro sofferenze; uomini e donne alla ricerca di qualcosa di più, profondamente diversi, eppure così straordinariamente identici.

Non importa se Ottavio crea società e Marco è un informatico; non importa se Margherita è una prostituta e Ismail è appena stato scagionato dall’accusa di omicidio e per Albert “senza la -o finale perché all’anagrafe se la sono dimenticata” è l’ultimo giorno di lavoro, ciò che conta davvero è che ognuno di essi ha un’aspirazione: rimettersi in carreggiata.

«Non gli fregava più niente di quello che era stato: era morto. Lo sentiva dentro. Voleva rinascere e costruirne di nuovi, voleva altri ricordi nel suo futuro. Doveva cominciare a muovere i suoi primi passi verso un cambiamento radicale, adattarsi alla nuova realtà.»

E ognuno di essi, entro le mura di quell’hotel a due stelle, in cui non filtra neppure il riverbero della luna e si sente l’assenza di tutto, fa i conti con la propria coscienza, con il proprio Io, guarda in faccia l’esistenza per quella che è, per come è venuta forgiandosi. Così, ad esempio, Ottavio, scappato nel giorno del suo genetliaco e durante la festa che è stata organizzata per lui,

«pensava che tutta l’arroganza e la sicurezza con cui conduceva la sua esistenza erano destinati a trasformarsi in un conato di vomito e in quel liquame acido specchiarsi per riconoscere tutto il suo fallimento, tutta l’umiliazione a cui era costretto, allo sporco che aveva contaminato la sua anima, al dolore che aveva provato e aveva inferto anche solo per difendersi, per uscire da quella situazione di emergenza e rabbia.»

L’Hotel de Colombia, dunque, è il luogo perfetto in cui riorganizzare i pensieri, liberarli dalla nebbia fitta che li avvolge ed è lì che, «come giocatori senza carte, perfetti sconosciuti, ognuno al proprio posto», la combriccola cerca rifugio, comprensione, possibilità di sfogo, occasione di rinascere.

Proprio come accade nella vita reale, nella contrapposizione tra le ottime e positive intenzioni che ci accompagnano durante le ore notturne, per chissà quale magia o incantesimo, o perché «di notte le cose sono meno misteriose di quanto non siamo abituati a credere», e poi di giorno qualsivoglia piano o progetto è come se non fosse mai stato neppure pensato.

Castelli di sabbia distrutti dal vento implacabile dell’insicurezza, da una sorta di paralisi che scaturisce da sentimenti di atroce malinconia, di nostalgia infinita, di ciò che potrebbe essere (o avrebbe potuto essere) e che invece non è (stato). Perché nella vita ci sono momenti in cui sembra di essere sulle sabbie mobili, in cui la stabilità è pura teoria, un’utopia addirittura, in cui lo stare bene è uno stato d’animo che tocca solo gli altri. E ci sente come l’Alessandro di Afrodisia che Giancarlo Giuliani dipinge in Nemesis:

«Al filosofo sembrava di essere immerso in una sorta di bolla, tutto gli appariva come velato. Aveva il cuore gonfio di pena. Scorgeva persone che ridevano, scherzavano, si dedicavano con tranquillità alle incombenze quotidiane. Gli pareva impossibile, irreale, che qualcuno potesse vivere serenamente e non avesse quel peso che egli, invece, portava nel cuore.»

E allora due sono le vie di fuga: o dormire per poter sognare e obliare (come la protagonista del romanzo di Otessa Moshfegh), oppure rifugiarsi in un luogo che è sì nel mondo, ma che nel contempo lo trascende.

Ed è lì che vengono a galla i pensieri più reconditi, è lì che deflagrano desideri inconsci, insieme inespressi e inesprimibili; ed è ancora lì che si creano le condizioni di e per un vero e proprio cambiamento, in una miscela di razionalità e fantasia, laddove la vehementia dell’immaginazione (per approfondimenti si rimanda al saggio La Gnoseologia di Marsilio Ficino) ha degli effetti portentosi a livello sia fisico, che psichico:

«Più forte è la fantasia, più forte è il sogno mentale, più possibilità ci sono che il desiderio si realizzi. Desiderare il desiderio. Così si modifica l’energia individuale al punto di contaminare positivamente l’ambiente e crea la forza per comunicare attraverso la sfera del nostro invisibile fino a contagiare la sfera altrui e l’energia cosmica.»

È nella hall di quell’albergo “stile motel da film americano”, in quella notte perfetta per cambiare, anzi stravolgere le proprie esistenze, fra sigarette e conversazioni, fra caso e ineluttabilità del destino, fra illusioni e delusioni, che tutti e quattro i personaggi si rendono conto di avere, ognuno per i propri problemi, una via d’uscita atta a stemperare la tensione psicologica che si è venuta creando.

Una comune via d’uscita che, sulle note di una dolce e melodica musica jazz, accompagna il lettore verso un finale aperto alla dimensione del sogno, ma anche finalizzato a ricomporre i propri frammenti, anche se niente sarà più come prima.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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