Georges Poulet, Fenomenologia della coscienza critica

«Comprate un vaso e mettetevelo in casa, su una tavola o sul caminetto, dopo un certo tempo si lascerà addomesticare dallo sguardo. Diventerà uno degli ospiti familiari della vostra abitazione. Ma resterà ugualmente un vaso. Prendete invece un libro, lo vedrete offrirsi, aprirsi. È quest’apertura del libro che mi sembra cosa eccezionale e importante. Il libro non si rinchiude nei propri contorni; non s’insedia in essi come in una fortezza. Esistendo in se stesso, non chiede di meglio che esistere fuori di sé o lasciarvi esistere in esso. Insomma, nel suo caso la cosa straordinaria è che tra voi e il libro le barriere cadono. Voi siete nel libro, il libro è in voi, non c’è più né un fuori né un dentro.» (G. Poulet, Fenomenologia della coscienza critica)

Georges Poulet è stato un importante critico letterario belga, influenzato dalle teorie filosofiche di Henri Bergson, Gaston Bachelard, Wilhelm Dilthey e ha collaborato con la «scuola di Ginevra», lavorando a stretto contatto con Marcel Raymond, Jean Rousset e Jean Starobinski.

Fenomenologia della coscienza critica, che dà il titolo all’intero saggio, articolato in due sezioni e curato da Rossella Gaglione, riprende il testo di una conferenza tenuta in varie città italiane nel 1967. La seconda parte, Coscienza di sé e coscienza dell’altro, è invece un discorso pronunciato a Tubinga in occasione del conferimento del premio Montaigne e in esso, Poulet esprime i canoni fondamentali della sua attività interpretativa.

Il suo lavoro come critico, difatti, comincia da un’intensa quanto profonda riflessione sul libro, che non è mero oggetto (e nel caso in cui lo sia, esso è diverso dagli altri oggetti), non è una decorazione alla stregua di un vaso che inizialmente appare come una bella novità e col passare dei giorni, adattandosi alla vista, diventa un accessorio a cui non ci si fa più caso.

Il libro è sì come il vaso o la statua, in quanto si trova nel mondo esterno, è materia allo stato puro, al contempo però, da questo mondo esso si eclissa. La copertina rappresenta la porta d’accesso per entrare in una nuova dimensione, un universo nuovo e diverso, abitato da immagini, parole e idee che, trasformatisi in entità spirituali od oggetti mentali, dipendono dalla coscienza soggettiva e da questa sono interpretate. Dice Poulet:

«Dov’è il libro che tenevo in mano? C’è ancora, e, nello stesso momento, non c’è più, non è da nessuna parte. […] mentre leggo […] il libro ha infatti cessato di essere una realtà materiale. Si è tramutato in una serie di segni che si mettono a esistere per conto loro. Dove si realizza questa nuova esistenza? Sicuramente non nell’oggetto di carta. Sicuramente nemmeno in qualche altro posto situato nello spazio esterno. Come luogo d’esistenza dei segni, rimane un solo posto possibile: la mia coscienza.»

Il linguaggio svolge quindi un ruolo di capitale importanza per due ordini di motivi. Innanzitutto, perché, abbandonandosi al giuoco della fantasia e (s)correndo in libertà nel regno della finzione, annulla quasi completamente l’antitesi soggetto-oggetto, che anzi sembrano fondersi e diventare un tutt’uno. Si crea a questo punto una situazione tanto strana quanto sorprendente.

La coscienza soggettiva, cioè quella del lettore, entra nella coscienza dello scrittore, i suoi pensieri non sono più suoi, bensì di un altro io. Detto altrimenti, sono cogitazioni estranee alla mia coscienza, eppure – al contempo – è la mia coscienza medesima che «si comporta come coscienza di una persona diversa da me». E ancora, «io sono coscienza stupita di un’esistenza che non è mia e che tuttavia sperimento come se fosse mia».

Pertanto, la lettura altro non è che un atto che consente la connivenza di due IO: l’uno appartenente alla coscienza mia propria, l’altro – col quale la mia coscienza si identifica e al quale cede il posto – appartenente a qualcun altro a me estraneo. Non a caso Rimbaud affermava «IO è un altro».

In tale asserzione si produce il cosiddetto fenomeno dell’alienazione. Il lettore nel momento in cui legge e comprende l’opera letteraria che ha tra le mani, legge e comprende sia l’autore della detta opera (che in tal modo si rivela), sia se stesso, poiché pensieri, sentimenti e situazioni descritte sono pressoché identici. Perciò, «l’opera vive in me».

La «coscienza stupita», citata poc’anzi, è la «coscienza critica», cioè la coscienza del lettore, la «coscienza di un essere cui è dato comprendere come suo qualcosa che avviene nella coscienza di un altro essere». Ed ecco l’altra ragione per la quale il langage è un coadiutore potente e suggestivo: emozioni, pensieri e ossessioni della vita di chi scrive possono essere imitate, se non addirittura vissute e incarnate dal lettore, grazie al meccanismo linguistico.

«La parola diventa un vero potere di ricreazione: una specie di entità concreta, viva e carnale, grazie alla quale una certa vita sensibile si ricompone, trovando nella rete delle connotazioni verbali l’humus e il fermento necessari alla sua riproduzione.»

La seconda parte del saggio, Coscienza di sé e coscienza dell’altro, si focalizza sulla figura del critico e sulla dipendenza dall’altrui pensiero. Difatti, esso si apre con un interrogativo: «Con quale diritto avrei giustapposto al pensiero altrui una forma nata da me, emanata dal mio pensiero?», che trova immediatamente una prima risposta:

«Il mio dovere era anzi di rinunciare a ogni pensiero personale e di fare della mia mente una specie di vuoto interiore cui il pensiero altrui venisse a dar forma.»

Se è vero che nella scrittura l’autore è a un tempo soggetto e oggetto di se medesimo («Nessuno poteva scoprire il mondo senza scoprirsi nell’atto di scoprire il mondo»), se è vero, per naturale conseguenza, che il critico trova il punto di partenza nel cogito dello scrittore, allora ne deriva che la critica è “la ripetizione o mimesis del pensiero altrui”. Ma, fondamentalmente, “ogni critica è una critica della coscienza”.

Ciò implica un atto di autocoscienza tanto dello scrittore, quanto del critico, che – stando a quanto detto – sono due facce della stessa medaglia. Questo si identifica in quello, questo tramite quello si conosce e, a posteriori, viceversa:

«Conoscere; conoscersi; conoscere l’altro coincidendo con l’atto con cui lui stesso giunge a conoscersi; e, per dirla fino in fondo, conoscerlo in un momento identico a quello in cui è giunto a conoscersi, cioè in un momento privilegiato.»

© Antonietta Florio

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