Francisco Elías de Tejada, Le radici della modernità

«L’essenza metafisica dell’uomo non può essere concepita se non come una potenza che si attua nella storia che produce con il proprio agire, poiché tra le qualità essenziali dell’uomo c’è quella di essere sociale, quella di realizzare in un attimo limitato a una vita, cioè a un luogo e tempo determinati, quelle facoltà quei diritti e quei doveri che sono inscritti nella sua peculiare natura.» (F. E. de Tejada, Le radici della modernità)

L’indagine del giusfilosofo spagnolo Francisco Elías de Tejada circa le origini della modernità è strettamente connesso con le origini dell’Europa che, a sua volta, richiede di essere studiata e interpretata nell’ottica della Cristianità, nella sua determinazione teorica e storica. Questo è l’intento di base del volume Le radici della modernità, che accoglie in forma scritta quattro conferenze tenute da Elías de Tejada, tradotte e curate da Giovanni Turco.

L’excursus storico-letterario e filosofico ivi proposto è un’occasione, per noi lettori moderni, di ripetizione della storia antica, dall’impero di Carlo Magno, e di quella più moderna, la Rivoluzione Francese, il giacobinismo sino al marxismo. Non solo, ma consente anche di prendere effettivamente coscienza di cos’è stata l’Europa prima di noi, come si è trasformata nel corso dei secoli fino a oggi.

Il punto di partenza di Elías de Tejada è il concetto di Europa non come entità geografica, né come realtà istituzionale, bensì come “categoria dello spirito”. In quanto tale, il detto concetto assume una doppia connotazione: filosofica (nella sua essentia) e storica (nella sua realizzazione), onde ne deriva che la nascita dell’Europa avviene in concomitanza con il processo di modernizzazione segnato dal soggettivismo e dall’antropocentrismo. Nell’Introduzione, Giovanni Turco annota in proposito:

«L’Europa indica la modernità (intesa teoreticamente e non cronologicamente), nel suo costituirsi, quale traguardo di un processo plurisecolare, la cui attuazione importa la progressiva affermazione di quanto è implicito nelle sue opzioni genetiche.»

È altresì opportuno sottolineare che nell’analisi tejadiana l’Europa è insieme soggetto e oggetto di una nuova Weltanschauung, alternativa alla civiltà greco-romana-cristiana, laddove la Cristianità è definita come «la civiltà della tradizione cristiana», dotata di un senso vivo della libertà, unitiva ma non unitaria.

Eppure Elías de Tejada rileva che la risposta all’interrogativo “che cos’è la Cristianità?” è tutt’altro che semplice sia sul piano storico, sia su quello dei valori della realtà umana. Se da un lato l’impianto cristiano è di natura filosofico-teologica (il De civitate Dei di Sant’Agostino), dall’altro il terremoto politico e del diritto romano ha avviato un processo di differenziazione tra la Cristianità medioevale e quella di oggi, la qual cosa, come precedentemente accennato, ha avuto delle ripercussioni sulla nozione e la conformazione dell’Europa stessa.

Un’Europa, quella odierna, che egli definisce atea, dal momento che, essendosi allontanati dal precetto di San Luca («la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito»), ha come obiettivo primario, se non addirittura unico, la ricchezza, il soddisfacimento delle proprie personali ambizioni. Di conseguenza, lo spirito della Cristianità e lo spirito dell’Europa sono pressoché inconciliabili:

«perché è ben chiaro che non è possibile servire due padroni. O la Fede o l’economia. O Cristo o il miscuglio di Montesquieu, Rousseau e Marx. O il ritorno alla Cristianità o la fabbricazione tecnica dell’Europa. Non esistono vie di mezzo, né la scusa che le circostanze sono cambiate.»

Ciò che Francisco Elías de Tejada evidenzia qui è, dunque, che la “città degli uomini” ha trionfato sulla città di Dio, la saggezza pagana ha oscurato la saggezza divina, la Chiesa e l’Impero in certo senso fondono e confondono i loro compiti. L’interferenza del Papato nelle questioni politiche logora la Cristianità, che perde ogni ragione d’essere, avendo preso coscienza dell’impossibilità di unire la sfera politica a quella religiosa.

Nella conferenza dedicata alle “Conseguenze del Protestantesimo”, il giusfilosofo affronta il problema dell’uomo odierno e della sua angoscia, passando da una concezione teocentrica dell’universo a una concezione antropocentrica, in cui non è Dio a definire il bene e il male, ma l’uomo medesimo.

In questo contesto, i comandamenti, quali legge divina, hanno un valore prescrittivo, aiutano a districarsi nel labirinto del mondo, sono insomma uno strumento di orientamento.

Quanto al giacobinismo, esso è un governo che scaturisce dalla teoria rousseauiana della volontà generale, ovvero la volontà di tutto il corpo sociale che porta alla scomparsa dell’io, all’annullamento dell’individualità, «che è il germe di tutti i totalitarismi».

Essendo una minoranza, i giacobini sono in grado di comprendere gli interessi del popolo, di alimentare la Klassengelage (coscienza di classe), incarnarne la volontà in nome della Verità, del Bene e della Virtù che non sono altro che astrattismi, miti filosofici:

«è il diritto della minoranza a rappresentare la maggioranza anche contro la volontà dei più, in virtù di considerarsi la migliore e la più qualificata per governare una società in cui la maggioranza popolare non sa cosa sia realmente conveniente per se stessa.»

In definitiva, i giacobini da un punto di vista ideologico intendono imporre un nuovo ordine; in ottica sociologica, sono rivoluzionari universali che hanno compreso le frustrazioni del popolo; e, infine, il giacobinismo è l’eredità storica della Rivoluzione Francese.

Ultima questione trattata da Francisco Elías de Tejada è il marxismo, del quale oggi resta solo un

«mito che abbaglia le persone con la luminosità della nuova stella venuta dall’Oriente per annunciare il paradiso terrestre in un domani che si può toccare con la mano. Del resto non è rimasto nulla.»

Utopia, mito sono termini che Karl Marx a udirli oggi rigetterebbe con disprezzo. Ciò che per lui è importante è passare dalla teoria all’azione, dalla contemplazione all’intervento, perché, come afferma Hegel, «tutto ciò che è razionale, è reale; e tutto ciò che è reale, è razionale».

Ne consegue che la rivoluzione, messa in moto dall’aspirazione di creare una Gerusalemme terrena e dunque dalla negazione dell’ordine delle cose, è da intendersi sia come processo sia come epoca, che dal protestantesimo al marxismo, alle altre forme di totalitarismo prosegue nelle varie concrezioni della postmodernità.

Pertanto, alle radici della modernità – per riprendere il titolo del volume – vi è il tramonto del primato dell’essere, l’oblio dell’esistenza umana e l’uomo da soggetto diventa oggetto disperso e che si disperde in una mondanità opaca e impersonale. «In tal senso, la modernità è teoria che si fa prassi, ed è prassi ove la teoria si attua».

© Antonietta Florio

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...