Claudio Amicantonio, Errando nella verità

«557. Testimoniare la verità. Tutto il resto è mera illusione. Qualunque sia la via che un uomo percorre, se non è illuminata dalla verità è solo un errare senza senso. Certo, può sembrare meno doloroso e contraddittorio perché in tanti errano, ma alla fine ognuno rimane solo con la sua non-verità e relativa infelicità. Sembra che siamo perduti e destinati ad errare. Ma non è così. Se domandiamo profondamente, se interroghiamo, se martelliamo, la verità ci parla sempre e ci testimonia di se stessa. Non ha importanza se scavi in una miniera, se investi in una borsa valori, se guidi una chiesa, se guidi un popolo, se sei solo un padre disoccupato. In ogni caso tu sei chiamato a testimoniare la verità.» (C. Amicantonio, Errando nella verità)

Errando nella verità di Claudio Amicantonio è un libro di aforismi che, come annota Giuliano Biagi nella Presentazione, sono il «frutto di un lungo lavoro di sedimentazione, di attenta e circospetta analisi della realtà odierna, e […] non è mai il risultato di stati d’animo estemporanei o improvvisati».

L’ambiguità del gerundio, laddove “errare” potrebbe voler dire da un lato “sbagliare, cadere nell’errore” e dall’altro potrebbe significare “camminare, passeggiare, vagare alla alla ricerca della verità”, va stemperandosi man mano che si procede nella lettura, pur muovendosi entro i limiti di entrambi, scandagliandoli. Che la lettura non sia un lavoro fine a se stesso, ma oltre che dischiudere altri universi, far vivere storie parallele, induce a profonde inflessioni riflessive è cosa risaputa.

Ma siffatta prerogativa caratterizzante vale ancora di più in questo caso. Infatti, ogni aforisma, ogni pensiero, ogni definizione messi nero su bianco sono tali da far acquisire al e nel lettore la consapevolezza hegeliana che “nella filosofia si dimora da sempre e per sempre”.

Osservare la realtà nella sua totalità, indagarla e analizzarla in ogni singolo aspetto e frammento, non significa soltanto riconoscersi una volta di più come parte di essa, ma vuole anche dire rendersi conto del proprio del proprio status di vagabondi. Già, vagabondi. Ma con il desiderio di cosa? E alla ricerca di chi o di che cosa?

Verità ed essere, fallacia e inganno, precarietà degli equilibri individuali e collettivi sono i termini-chiave, che preannunciano il nucleo tematico su cui l’autore si focalizza. Concetti che, tuttavia, possono subire, e di fatto subiscono, una reductio ad unum: la verità dell’essere.

A ben vedere, infatti, la veritas è il crogiolo dell’autore, come si evince dall’aforisma 23:

«Mostrare la verità è l’unico lavoro che conosco. E la verità è come l’aria, è essenziale, ma ti accorgi della sua importanza sempre troppo tardi. Adoro quei momenti in cui vedi che qualcuno ha imparato a respirarla.»

E subito dopo capitola dinanzi a un dato di fatto a tratti inequivocabile: «Abbiamo distrutto tutto e non abbiamo edificato niente». Se è vero che la conoscenza della verità è una strada in salita, è un ascensus – la qual cosa comporta un progresso dal molteplice all’Uno, dal basso verso l’alto, dal finito all’Infinito, in cui vi si alternano sans cesse ottimismo e pessimismo – è altrettanto vero che anche l’excursus di Claudio Amicantonio segue un tale orientamento altalenante.

Talvolta gli aforismi baluginano la speranza di un mondo migliore, talvolta tale speranza è destinata a spegnersi dinanzi a una fredda e drammatica presa di coscienza: l’annichilimento degli individui sia nelle relazioni interpersonali, sia nella sfera pubblica (politica, scuola, etc.).

Risuona potentemente l’eco nicciano del Got ist tot, là dove la scomparsa dei valori individuali si accompagna all’ormai proverbiale, quanto più spietata antitesi essere-apparire, al possesso di beni, senza il Bene. Ed ecco, per usare termini quasi pirandelliani, la “meta-tragedia”: la presenza dell’assenza, senza rendersi conto che

«l’unico vero assente è il nulla, che non esiste e quindi è l’assente, ma tutti lo credono il massimamente presente e dato che la presenza siamo noi, ognuno crede di essere il nulla.»

Pertanto, se l’essenziale c’è – ed è l’essere – ciò che manca è «la percezione della percezione dell’essenziale. Manca l’autocoscienza ovvero l’innalzamento della coscienza al sapere filosofico».

Ed ecco un’altra, potente parola-chiave, la sola a reggere in toto l’impalcatura del volume: philosophia, la quale è sia “amore della verità”, sia “verità dell’amore”. Ma affinché ciò sia possibile è necessario educare, ovvero percorrere insieme la strada che condurrà al punto culminante: la Gioia dell’Essere.

Un excursus che passa attraverso il linguaggio, un meccanismo profano e ingannevole, un’arma tagliente e deludente, mistificatrice e traditrice, ma se opportunamente coadiuvato dalla filosofia segna la fine della diatriba tra il vivere e l’essere, raggiungendo una sorta di equilibrio:

«Sii te stesso ovvero lascia che tu divenga ciò che sei. Sii fedele alla verità. E lei ti amerà come ama se stessa e come nessun altro ti potrà mai amare e ti lascerà amare gli altri come tu da solo non potresti mai fare. Ma tu non sei mai stato solo. E non lo sarai mai.»

Più volte Claudio Amicantonio esorta se stesso e gli altri a guardare oltre, a credere che tutti, in un modo o nell’altro, siamo quell’Immenso che cerchiamo nell’oscurità del nostro essere e che crediamo impossibile raggiungere: «Noi siamo l’Immenso, ma non sappiamo riconoscerlo, perché nessuno ce lo ha mai mostrato».

In più punti l’autore insiste sull’unicità e l’irripetibilità di ogni singolo soggetto, preso individualmente; sul valore inestimabile che contraddistingue qualsivoglia individuo, ma che fatalmente si dissolve nella nebbia dell’egoismo, che scompare nella quotidiana battaglia per accaparrarsi il posto migliore, per essere il migliore, l’Uno fra tutti. In tal senso, la ricerca dell’amore, il desiderio di essere amati, il sogno di una vita insieme è mera teoria, se non addirittura utopia. O, peggio ancora, potrebbe essere dettato dall’horror vacui, dalla paura della solitudine, del non-senso, dell’essere nulla.

È in questo sentirsi nulla, in questo credere di essere nulla, che gradualmente si sedimenta negli abissi della coscienza e si fa inestirpabile, che il dolore zampilla, divora l’anima ed è così che si diventa attori e spettatori a un tempo del proprio dramma esistenziale. Eppure è nelle viscere dell’interiorità che abita il vero, è nella profondità di ciascuno che ha piena cittadinanza la verità dell’esserci.

Perle di saggezza, pensieri filosoficamente e ontologicamente seducenti, quesiti irrisolti, ma che ogni lettore risolverà in un contatto intimo e profondo con il proprio “io”, consistenza e minuziosità d’indagine sul mondo che ci circonda e su ciò che siamo, tutto questo rende Errando nella verità non un semplice oggetto-libro, ma un libro-amico. Che lo si legga in ordine o si apra una pagina a caso, ogni frase docet e acquista un sapore particolare in virtù del proprio stato d’animo.

Lettura consigliata!

©Antonietta Florio

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8 commenti

  1. […] Alla base di tale essenza, che è diventata parte integrante del cosiddetto «sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo», vi è la persuasione (l’illusione, anzi), della capacità dell’agire umano di oltrepassare i suoi propri limiti. Un atteggiamento, questo, che ci rende orfani della Verità. Porta, cioè, all’alienazione della Verità. […]

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