Aurora Van Houten, Ho giocato tre numeri al lotto

«Per me, quando ci si sposa si diventa “una famiglia”, questo non succede quando si convive con qualcuno senza il vincolo del matrimonio. […] Un matrimonio ti tocca nel profondo. […] Peter Van Wood aveva cambiato il mio cognome e la mia vita. […] guardandomi dentro, riconoscevo Peter come parte di me. Poi c’erano i due figli che avevamo avuto. Il dolore per il primo e la felicità per la seconda di cui insieme eravamo stati partecipi. Queste sono cose che si portano dentro per sempre.» (A. Van Houten, Ho giocato tre numeri al lotto)

«Aurora, nata della Camera, poi […] diventata Rescigno, infine van Houten grazie alle seconde nozze con Pieter van Houten, in arte Peter van Wood, non ha vissuto una sola vita. Ne ha vissuto un’intera serie.» Con queste parole la giornalista Maria Serena Paliera introduce la figura di Aurora van Houten, autrice di Ho giocato tre numeri al lotto. Non soltanto autobiografia, non soltanto romanzo, ma ambedue i generi.

Della sua vita ha scelto i momenti più significativi, più intensi, siano essi dolorosi o pervasi da un’atmosfera di gioia, e li ha trasposti in forma narrativa. Un’autobiografia romanzata, arricchita da parti storico-documentaristiche. Difatti, l’ombra del fascismo e le conseguenze del regime dittatoriale di Benito Mussolini prima e della politica dei Savoia poi attraversano le pagine del libro, lasciando intuire il clima storico e familiare in cui Aurora è cresciuta.

Al padre-padrone Benedetto, sempre iroso e pronto a sfogare la rabbia sulla figlia si contrappone la nonna di Aurora, la “strega”, ma dispensatrice di saggezza, come quando le dice:

«Se non si dà valore a se stessi, nasce l’invidia. Non ridurre mai tutto al fisico. Una persona è pensiero, corpo, anima e profondità.»

Eppure è il rapporto con il padre che segna Aurora e la mancanza di manifestazioni d’affetto fra i genitori («Da parte di Benedetto non avevo mai visto una gentilezza verso mia madre, mentre lei era sempre premurosa con lui») contribuisce ad alimentare la sua amarezza, a nebulizzare un’atmosfera già di per sé perennemente cupa e costellata da una pseudo armonia, le cui riflessioni, ogni volta, sono un fulmine a ciel sereno.

L’iscrizione all’università Federico II di Napoli, popolata solo da maschi e dove studia giurisprudenza, rappresenta una prima, vera svolta nella vita di Aurora: lo studio sarebbe stata la via d’uscita dalle grinfie di Benedetto. Ma nonostante l’impegno, coadiuvato da una passione sconfinata e una volontà illimitata, per superare brillantemente tutti gli esami è destinata sempre a scontrarsi con la freddezza del padre, alla quale però finirà per abituarsi.

La sua gioia, in quel periodo intenso di studi, veste i panni dell’attendente Lawrence Udell:

«Sapevo istintivamente che l’amore non dà garanzie, che ti può annientare, che è mutevole, ma mi sentivo attratta da quell’uomo che aveva il doppio della mia età.»

Per entrambi è stato un colpo di fulmine ed entrambi amano godere della propria serenità nella città partenopea, rifuggendo entrambi dal mondo e da tutto ciò che vi accade, dimenticando ogni sorta di pensieri e amarezze, per sentire fin dentro le vene l’uno la presenza e l’essenza dell’altra. Scrive Aurora:

«Aveva una tenerezza nello sguardo che mi faceva tremare il cuore. Di questo avevo bisogno, come dell’aria. […] Pensavo: Può darsi che lui mi ami ma, anche se non dovesse amarmi, riesce a darmi una sensazione di gioia che mi appaga.»

E, poco più avanti, aggiunge:

«Avere vicino Lawrence, dovunque ci trovassimo, era per me una grande emozione. Il cuore mi batteva forte e non era infarto, non era aritmia. Ero felice da averne paura. Paura di che? Di nulla e di tutto: paura che si accorgessero dal mio sguardo di quello che stava accadendo dentro di me, di non essere capace di controllare i miei sentimenti, paura di non farcela a contenere tanta felicità.»

La fine della storia, seppure lascia Aurora interdetta e infligge un nuovo dolore, dall’altro non le impedisce di andare avanti con la sua vita. Vivrà una nuova relazione, intensa e passionale, ma incapace di trasmutarsi in qualcosa di più, con un ragazzo al quale resterà sempre legata. Conoscerà la gioia del matrimonio con Michele Rescigno.

Da questo momento in poi, comincia una scorribanda in varie città italiane, che sarà non solo l’occasione per conoscersi, amarsi, accrescere i sentimenti, bensì anche una rivelazione. Complici e affiatati – nel gioco come al di fuori del casinò, quando s’immergono nella vita reale – consci che l’uno ci sarà per l’altra, “nella buona e nella cattiva sorte”, vivono intensamente la loro vita coniugale:

«Spesso – le confessa Michele – ho la fantasia di avere trovato un posto per nascondermi da tutto il mondo ed essere felice. Questo posto è il tuo cuore.»

Ciò conforta la signora Rescigno, che tuttavia preserva la sua indipendenza, il suo essere una donna anticonformista. Una donna forte e determinata, che non si arrende al destino, a cui crede ciecamente e dal cui dispotismo non può in alcun modo sottrarsi: dovrà infatti affrontare il terribile, lacerante, straziante dolore della perdita del marito («Michele mi mancava nell’aria, mi mancava addosso»), e indossare il lutto anzitempo.

Se inizialmente Aurora pensa (o crede) che quella sia la punizione per “la felicità che aveva avuto durante quei pochi anni”, poco tempo dopo è tuttavia costretta a tornare sui suoi passi.

L’incontro con Peter Van Houten (in arte Peter Van Wood) – sul set della Rai dove lavora come organizzatrice per il festival di Sanremo – segna l’inizio di una nuova fase nella vita di Aurora, che raggiunge l’apice il giorno in cui si uniscono nel sacro vincolo del matrimonio:

«Quando in francese mi fu chiesto se volevo prendere in matrimonio Peter Van Houten io risposi in olandese “Ja” ed ebbi quei secondi di notorietà che, si dice, ciascuno di noi abbia almeno una volta dalla vita. Tutti si alzarono in piedi per battermi le mani.»

A rafforzare l’unione è sì la figlia Benedicte, ma anche l’astrologia. Il linguaggio delle stelle è una sorta di codice Morse che utilizzano in ogni situazione, che siano da soli oppure in compagnia.

Aurora e Peter sono un microcosmo all’interno del macrocosmo e il titolo scelto da Aurora per la sua «autofiction», Ho giocato tre numeri al lotto, è una canzone scritta da Renato Carosone e arrangiata da Peter Van Wood. Con i suoi versi «Ho giocato tre numeri al lotto/venticinque sessanta e trentotto/ li ho giocati convinto perché/ usciranno tutti e tre!» rimanda a «quell’età felice e a quella filosofia del vivere» che l’uno canta, per l’appunto, e l’altra scrive.

E, come conclude Maria Serena Palieri: buona lettura!

© Antonietta Florio

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