Veronica Di Paolo, Il problema del male in Giacomo Leopardi

«Gli antichi e i primitivi, proprio perché vicini alla natura, proprio perché capaci di grandi e nobili illusioni, proprio perché come i fanciulli e i selvaggi, ignari della loro reale condizione, sono tanto più felici dei moderni. L’uomo moderno, con la sua sete di conoscenza, con il suo desiderio faustiano di oltrepassare i limiti, con il suo voler sottoporre tutto al vaglio critico della ragione, si è inevitabilmente allontanato dal primigenio stato di natura e quindi si è inevitabilmente allontanato dalla felicità. Quanto più l’uomo conosce, tanto più è infelice, perché ciò che conosce non è bello: “il vero è brutto”.» (V. Di Paolo, Il problema del male in Giacomo Leopardi)

«Perché l’ente e non piuttosto il niente?» Questo è l’interrogativo di stampo leibniziano che apre e attraversa il saggio di Veronica Di Paolo, Il problema del male in Giacomo Leopardi. Non si tratta tanto di capire unde malum? (il cui tema è stato affrontato dal sociologo Zygmunt Bauman in Le sorgenti del male), quanto piuttosto di indagare in e insieme con Leopardi il motivo per il quale l’esistenza del singolo si dipana nel reticolo del dolore e della morte.

Il lavoro letterario e poetico di Leopardi è contrassegnato da questa tematica che non è soltanto teoria. Il dolore, fisico e psichico, egli lo sperimenta in prima persona e per tutta la vita. I tre capitoli in cui il saggio della Di Paolo è articolato riprende grosso modo le tre fasi o periodi indagati, nonché vissuti e concettualizzati dal poeta-pensatore (ma non filosofo, se si accettano le critiche di Benedetto Croce e Giovanni Gentile) recanatese.

La prima fase, definita del pessimismo storico-antropologico (1820-1822), è incentrata sulla condizione d’infelicità e decadenza degli uomini moderni rispetto alla felicità degli antiqui.  È quanto egli enuclea nella teoria del piacere. Tuttavia, tale divario fra gli uni e gli altri non deriva – come Nietzsche successivamente argomenterà – dalla scomparsa dei valori tradizionali e universali (per la quale conia la rinomata locutio “Dio è morto”), bensì da uno stato d’ignoranza che i moderni non hanno, saputo o voluto accettare.

Leopardi asserisce, seguendo da vicino le posizioni rousseauiane del mito del buon selvaggio, che gli uomini primitivi sono in certo qual modo socratici: sono felici perché sanno di non sapere di essere infelici. Essi beneficiano cioè di quei fantasmi, che sono le illusioni e l’immaginazione, che la natura ha donato loro:

«Gli occhi dell’uomo antico, del primitivo, sono quelli del fanciullo che non sa e che non vede la verità, che è quindi sempre capace di meraviglia.»

Al contrario i moderni, assetati di conoscenza e spinti dal desiderio di giungere alla veritas, perdendo la primordiale condizione di innocenza, sono (stati) i fautori del loro proprio declino, giacché «la cognizione del vero genera l’infelicità».

Perciò la ratio, che nel corso del Quattrocento è stata considerata una facoltà importante, perché dono di Dio e atta a comprendere (nel senso filologico di com-prendere, “prendere insieme”, possedere, amare) la realtà intera, in Leopardi è additata come la sola e unica colpevole delle sciagure dell’umanità.

Questo pensiero che – azzardando – si potrebbe definire semi-idilliaco, perché nel momento in cui sostiene il nonsense dell’esistenza dei moderni e il loro essere votati a una vita di sofferenza senza via d’uscita, salva da questa débâcle esistenziale gli antichi, subisce un brusco, quanto declinante cambiamento dal 1824. È l’anno in cui comincia la fase del cosiddetto pessimismo cosmico.

Da questo momento in poi il poeta di Recanati è pronto a giurare che l’umanità intera e di tutti i tempi è destinata ineludibilmente al dolore, a fare l’esperienza del nulla, quale principio e fine di tutte le cose. Un’esperienza dalla quale nessun uomo può sottrarsi, perché sia l’una che l’altro sono parte di una stessa mater naturae.

La natura da madre diventa matrigna; l’uomo da reo diventa vittima innocente del giogo della natura che crea le cose non per il bene dell’uomo, ma per la conservazione dell’universo in quanto tale. Anche qui viene a cadere un altro caposaldo del periodo del Rinascimento: l’essere umano non è più copula mundi (Eugenio Garin usa l’espressione “uomo imeneo del mondo”).

Nell’ottica leopardiana una tale concezione non è altro che un inganno, una falsità: gli individui sono compartecipi del macrocosmo solo in quanto elementi accessoriali. Di conseguenza,

«quello nel quale viviamo, se non è il peggiore dei mondi possibili, è certamente ben lontano dall’essere il migliore.»

Alla condizione di infelicità e all’esperienza del male che non risparmia individuo alcuno la riflessione del Leopardi si acutizza massimamente quando affronta il problema della noia e del suicidio, per il quale l’autrice parla di una “fenomenologia del male”.

Il taedium vitae è un sentimento che inerisce alla lacerazione insanabile che si verifica tra il desiderio di essere felici e l’incapacità di soddisfarlo. Il motivo è presto detto:

«Nessun piacere che l’uomo possa raggiungere nel corso della vita, potrà però mai dargli la felicità. Ogni piacere materiale non può infatti che rivelarsi limitato ed effimero a fronte dell’assolutezza e dell’infinità del desiderio.»

Da un lato, la noia è la mancanza del piacere, l’assenza di bisogni; dall’altro essa, insinuandosi nei cunicoli più profondi dell’anima, è simile all’infelicità e rappresenta la condizione più dolorosa perché dà all’uomo la consapevolezza del nulla, del suo essere piccolo e fragile dinanzi alla grandezza e infinità del cosmo.

Qui vi sono due parole-chiave: nulla e infinito, che nella poetica leopardiana sono perfettamente coincidenti. Questo Nulla-Infinito è il regno del misterium fascinans et tremendum, in cui cioè la ragione soccombe dinanzi al magistero dell’imaginatio-phantasia. Nello Zibaldone, Leopardiscrive in proposito:

«Pare che solamente che quello che non esiste, la negazione dell’essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza ad essere lo stesso che il nulla.»

In tal senso è pronto ad affermare che «tutto è male». Perciò, «l’atto estremo del levar la mano su di sé» potrebbe presentarsi come il mezzo attraverso il quale porre fine a questa vita che oscilla schopenhauerianamente tra la noia e il dolore («Leopardi e Schopenahuer sono una cosa» asserisce Francesco De Sanctis), quale liberazione dal pathos.

Eppure – ammette Giacomo Leopardi – tale gesto entra in contrasto con l’istinto di autoconservazione insito in ciascun individuo e che fa sì che la vita venga amata e apprezzata per quella che è.

Una volta di più la natura si fa beffe della creatura umana, instillandole l’amore per la vita e contemporaneamente l’aspirazione alla felicità, cosicché l’uomo si aggrappa alla vita proprio quando non ha, anzi non crede di avere, motivi per vivere.

Ciononostante, è lo stesso Leopardi, inguaribile pessimista, a scrivere la ricetta del riscatto, a offrire l’antidoto all’insensatezza dell’esistenza: la pietas nei confronti delle persone care, la solidarietà universale.

Al di là del casus belli sulla quaestio di Giacomo Leopardi filosofo oppure no, al di là di chi ha celebrato l’unione del Leopardi come poeta pensante e pensatore poetico, dalla lettura emerge una certa modernità dell’autore dello Zibaldone, la quale caratteristica esercita un certo fascino che richiede di essere studiata. Come appunto ha fatto Veronica Di Paolo.

© Antonietta Florio

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