Pierre Manent, Le metamorfosi della città. Saggio sulla dinamica dell’Occidente

«La città non è essenzialmente uno strumento per soddisfare i nostri bisogni – vitto, alloggio, indumenti […] non è nemmeno essenzialmente uno strumento per proteggere i nostri diritti […] di conservarsi o di vivere. Ma non si vive per vivere, si vive per agire. La città è uno sforzo per produrre e padroneggiare, o per ordinare, quell’azione, quell’operazione, quell’energia attraverso cui la vita si comprende, cioè prende coscienza di sé, dispiegandosi. […] La città è azione, un’azione pericolosa che minaccia di sfuggirci e che per questo deve essere governata. Governare è azione sull’azione, l’azione più difficile, e per questo occorre riflettere bene prima di disprezzare coloro che governano.» (P. Manent, Le metamorfosi della città. Saggio sulla dinamica dell’Occidente)

Il saggio di Pierre Manent, La metamorfosi della città. Saggio sulla dinamica dell’Occidente, si apre su due polarità che «convivono e si richiamano reciprocamente». Esse sono: da un lato, le preoccupazioni del presente e le difficoltà consentanee alla condizione della natura umana; dall’altro, le questioni affrontate dalla filosofia antica prima e dalla filosofia politica moderna poi.

Il punto di convergenza è, per l’appunto, l’homo, non tanto preso nella sua individualità, quanto piuttosto nell’ottica del suo essere un “animale razionale, che possiede il logos (in greco), e che i Romani traducono con ratio et oratio“. Detta concezione, ipostatizza – per così dire – il modo di essere dell’Europa e dell’Occidente ora come allora. È in tal senso che l’autore riprende ed amplia – se vogliamo – l’annosa querelle tra Antiqui e moderni; è ancora in tal senso che egli si propone di «pensare filosoficamente la storia occidentale», di cercare la chiave dell’enigma dell’ontologia politica. Più precisamente:

«Il desiderio orientativo del filosofo francese è quello di «comprendere ciò che è», di «comprendere le cose umane», di comprendere ciò che gli uomini sono e fanno, e di comprendere le cose umane in quanto cose politiche.»

L’uomo e la politica sono, di conseguenza, due (s)oggetti inscindibili: la comprensione dell’uno è direttamente proporzionale allo studio, alla conoscenza e alla comprensione dell’altra. La vita stessa dell’essere umano si dipana nel reticolo politico e in esso vive e affronta tensioni e questioni. Perciò, la modernità non è altro che il capitolo nuovo di una storia che se da una parte si ripete “nella sua infinita diversità”, dall’altra si configura come estensione delle speranze e dei timori del passato, sempre innestati sul desiderio e l’esigenza di governare il mondo.

La conciliazione tutt’altro che impossibile tra passato e presente è ravvisabile nei rapporti che legano gli individui, chiamando in causa i concetti di appartenenza politica, libertà di vivere e di agire. Tale contesto concettuale, all’interno del quale si concretizza la vita umana, prende il nome di città.

Ma qui giunge una prima ammonizione. Poiché “città” è una denominazione troppo generica (Manent ne elenca le “sottocategorie”: nazione, Europa, umanità, Chiesa) e per ciò stesso indeterminata, questa mancanza di regolarizzazione è all’origine dell’incertezza, nonché dell’evanescenza della vita comune.

In siffatto modo vanno perdendosi e disperdendosi i più alti valori dell’uomo, essendo quest’ultimo impegnato quasi esclusivamente a costruire una grossa rete di potere, di relazionarsi all’altro in vista di uno scopo, il cui soddisfacimento implica indipendenza, autonomia e in qualche misura anche tirannia. Infatti:

«La vocazione dell’uomo contemporaneo, l’unica che egli si riconosca, è quella di essere un individuo, di divenir sempre più individuo, sempre più l’autore e l’artista di tutti i suoi legami – di essere sempre più slegato.»

A partire dall’humanum commune e ripensando ai rapporti tra libertà e governo, azione e legge, anima e città, universale e mediazione, Pierre Manent s’incammina sulla strada che conduce (o almeno così spera) di ritrovare il significato umano dei suddetti ingredienti. Protagonista di questa odissea, che coniuga politica e spiritualità, è l’anima, la stessa anima che i filosofi greci distinguono dal corpo.

Platone, Aristotele, Montesquieu, Rousseau, Machiavelli, Cicerone sono solo alcuni dei pensatori a cui Pierre Manent ricorre per enucleare la sua definizione di “divenire umano” nel miasma politico:

«La ragion comune di Pierre Manent invita a vedere nel divenire umano un’esperienza politica che è anche un’avventura dell’anima, una realtà aperta e sensata che ingiunge agli europei di continuare la storia e di rientrare nel loro essere, nella condizione europea.»

La compenetrazione precedentemente citata della sfera politica e spirituale raggiunge l’acme con Montesquieu, secondo il quale “libertà è fare tutto ciò che le leggi permettono”- essendo la legge la regola dell’azione – e con Sant’Agostino, il quale nella Città di Dio, riprendendo sommariamente la scissione anima-corpo, si focalizza sul significato dell’esperienza cristiana rispetto a quella romana.

La Chiesa e l’Impero, paganesimo e cristianesimo nell’opera agostiniana si richiamano e si contrappongono a un tempo: se il fine della prima è – prendendo in prestito un termine squisitamente dantesco – l’indiarsi (raggiungere cioè la contemplatio divinorum), il secondo persegue l’obiettivo della glorificazione, atta a rendere immortale un’azione umana, giustappunto gloriosa. Ma sia nell’uno che nell’altro caso, l’uomo esce da se stesso, è decentrato, lontano dalla verità, schiavo del peccato e privo della libertà.

Manent nota che libertas e veritas sono, nella contemporaneità, mere definizioni, concetti che hanno perso gran parte della loro validità e vitalità pratica, preservando esclusivamente un carattere teoretico:

«Noi abbiamo perso fiducia nella libertà che, mentre la celebriamo enfaticamente, soffochiamo sotto un’infernale proliferazione di regole, e abbiamo perso fiducia nella conoscenza sociale, con le scienze umane che hanno in realtà rinunciato al loro progetto fondatore – spiegare/comprendere – per accontentarsi ormai di una sopravvivenza riflessiva e ovviamente istituzionale – il progetto di conoscenza essendo divorato dalla metodologia.»

In un’Europa sempre più incerta, anche l’agire dell’essere umano non sfugge a questa indeterminatezza. Per raccontare e analizzare la dinamica dell’Occidente, il filosofo francese arricchisce la trattazione compiendo un percorso à rebours, le cui tappe conducono alle origini della storia della città: quella greca e il modello cittadino romano. La polis è la prima forma politica, è la condizione di una nuova forma di vita che necessita di un governo e, dunque, di un certo regime, entro i confini della quale liberté e civilisation costituiscono un intreccio inestricabile.

Onde ne deriva che la città ha tre nature: tragica (Sofocle), filosofica (Platone e Aristotele) e, appunto, politica, innestata sul principio del movimento (Tucidide).

Per dimostrare la fusione con la religione, Manent segue la concezione degli antichi, secondo cui il mondo umano è subordinato a quello divino, giacché prima della nascita della filosofia, le divinità rappresentano i principali, anzi gli unici, punti di riferimento degli uomini. La conseguenza è che

«A tenere insieme gli elementi del mondo umano è dunque l’immaginazione che rende l’invisibile visibile, o che vede l’invisibile nel visibile, che unisce l’alto e il basso, gli animali, gli uomini e gli dei. L’uomo è una nozione vaga o incerta tra l’animale e il dio, una nozione che genera immagini opposte («divine» o «animali»), o la cui indeterminazione si concretizza in immagini opposte, ma che si riuniscono, si sovrappongono o si fondono nella «scena mitologica».»

Qui è determinante la posizione di Rousseau. Dal momento che l’argomentazione filosofica necessita delle facoltà intellettive sia per esporre che per ascoltare, l’autore del Contrat sociale ammette che l’uomo razionale è un uomo politico. In virtù di ciò si lega ai suoi consimili in un ambiente sociale, la cité. I movimenti e le azioni che in essa si dispiegano fanno sì che la città abbia una vita propria e un contenuto proprio.

Questo contenuto è tripartito, alla maniera di Aristotele, in: la partecipazione alla felicità; la vita secondo la scelta ponderata e/o la vita in vista delle belle azioni. Viene così a crearsi un equilibrio perfetto: il buon cittadino agisce senza distruggere la città e la buona città educa il cittadino a partecipare alla vita cittadina.

Ma affinché ciò accada è all’uopo attenersi alle prescrizioni ciceroniane contenute nel trattato morale De officiis, in cui l’oratore romano, in qualità di propugnatore del giusto mezzo, descrive i doveri del buon cittadino. Essi sono sostanzialmente: l’honestum, vale a dire gli obiettivi morali; l’utile, concetto di derivazione stoica (precisamente di Panezio), ossia ciò che è eticamente conveniente; infine, il decorum, che implica prudenza, autocontrollo e assunzione di responsabilità nelle più diverse situazioni e circostanze della vie quotidienne.

Esso regola il comportamento dell’uomo sia nella sfera individuale che nei rapporti sociali. Ci si ritrova una volta di più a seguire una lectio divulgata dal vescovo d’Ippona:

«Il carattere del bene, la sua tendenza naturale, per così dire, è di essere condiviso. Diviene più grande, diviene migliore, essendo condiviso.»

Onde ne deriva che socialità e politica sono ben lungi dall’essere universi distanti: il loro congiungimento, mediante il lavoro di tutti, è volto al miglioramento della condizione umana.

In un saggio che non vuole essere meramente politico, né strettamente filosofico, ma che tende attraverso argomentazioni sia politiche che filosofiche a chiarire come le città occidentali contemporanee appaiano diverse rispetto all’immagine della Roma e dell’Atene dell’antichità, Pierre Manent accoglie con dichiarata (e sperata) imparzialità il metamorfizzarsi degli apparati urbani odierni.

Facendo appello al sentimento dell’amore nei confronti della patria e la necessità di trasmutare la passione in virtù, il filosofo francese ammette che tanto i governanti quanto i governati hanno bisogno della legge, coniugando generale e particolare, natura comune (persona singulis tributa) e individuale (persona communis), affinché nulla anneghi nel mare dell’indecisione e tutto sia amministrato “ciceronianamente” con il giusto spirito, con la finalità, cioè, di cercare l’equilibrio che impedisca che l’uso del potere diventi un abuso inevitabile (Rousseau) e metta in pericolo l’istituzione politica (Machiavelli).

«Non si può dunque fare a meno delle leggi. La virtù della legge è di essere indenne da ogni passione, allorché ogni anima umana ne contiene necessariamente. La superiorità del governo degli uomini consiste dunque nel poter tenere conto delle circostanze particolari, quella del governo della legge nell’essere esente da passioni. Occorrerebbe dunque combinare, o congiungere, governo degli uomini – o del miglior uomo – e governo delle leggi.»

© Antonietta Florio

Pubblicità

Un commento

  1. Una recensione veramente molto interessante dalla quale se ne deducono in modo chiaro i grandi quesiti filosofici esistenzialistici partendo dall’antichità fino ad una concezione moderna.
    Mi ha richiamato alla lettura di due libri, il primo : ” le città invisibili” di Italo Calvino, non tanto per il termine “città” ma per come questo elemento appare fondamentale in entrambe le espressioni, la città come inferno da accettare abituandocisi ai suoi schemi, oppure da scomparirvi vivendoci in modo surreale purché diventi viaggio o poesia, bisogni dell’uomo.
    Un altro libro ” Nelle terre Estreme” di Jon Krakauer, dove il protagonista fugge dalla città, dai suoi schemi , precetti, regole e principi, per cercare il suo concetto di libertà verso terre selvagge, senza regole, senza rapporti o coalizione con altri esseri, verso l’estremo, ne morirà.
    Siamo in grado di vivere senza regole sociali, senza città politiche o incantate che siano?

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...