Tiziano Vecellio

Tiziano Vecellio ha una formazione veneziana. Dapprima è stato allievo di Giovanni Bellini, poi entra nella bottega di Giorgione, del quale apprezza il rapporto paritario uomo-natura, il colore tonale e l’assenza del disegno. I due però sono estremamente diversi sia nella personalità che nella pittura – sebbene aderisca alla corrente definita «giorgionismo». Se Giorgione è sognante e malinconico, Tiziano è estroverso; se le opere del primo sono destinate al godimento di pochi intenditori, quelle del secondo, commissionate da papi, principi e duchi, sono ammirate in tutta Europa.

La differenza tra i due è ben ravvisabile negli affreschi con i Miracoli di Sant’Antonio a Padova. Si pensi, ad esempio, a La donna pugnalata dal marito. L’interesse del pittore non è quello di esporre e veicolare un significato religioso, quanto piuttosto la rapidità e la subitaneità del fatto, l’azione (e non la meditazione).

Difatti, piuttosto che dal miracolo compiuto dal Santo, che resuscita la donna (sullo sfondo destro dell’affresco), l’attenzione dello spettatore è richiamata da quanto accade in primo piano. Una donna in terra, ferita, si divincola urlando e alzando il braccio, pur nell’impossibilità di difendersi. Su di lei, l’uomo impugna l’armatura e si accinge a sferrarle il colpo mortale.

Il distacco definitivo da Giorgione si consuma con l’Assunta, l’opera attraverso la quale Tiziano dimostra di conoscere le esperienza romane di Michelangelo e di Raffaello. Ma anche con Raffaello vi è un profondo divario. Se questi nella Trasfigurazione cerca di rendere l’evento razionale, nell’Assunta, Tiziano intende colpire emotivamente lo spettatore con la foga dei gesti e lo splendore dei colori: il rosso delle vesti, l’oro solare che avvolge la Madonna e ne mette in risalto la struttura con i rapporti tonali.

L’Assunta è dipinta su tavola e non su tela per ragioni tecniche, dovute alle condizioni climatiche. A differenza del legno, che subisce le conseguenze del caldo e del freddo, la tela può seguire più morbidamente ogni variazione climatica e soprattutto si presta meglio alle esigenze espressive di Tiziano, accogliendo quelle che sono state definite le sue «pennellate massicce», ovvero le pennellate rapide che costruiscono l’immagine seguendo l’ispirazione del pittore.

La Pala Pesaro

Destinata alla Chiesa dei Frari di Venezia, la Pala Pesaro testimonia la libertà creatività di Tiziano. Il tema è la Sacra Conversazione: la Madonna occupa il trono, interposta fra San Pietro e Sant’Antonio da Padova e riceve l’omaggio di alcuni membri della famiglia veneziana.

Maria si trova sì in alto come nelle pale di Antonello Da Messina e Giorgione, ma non è al centro. Si trova sulla destra ed è obliqua rispetto all’osservatore. Le linee prospettiche conducono verso un punto di fuga ideale a sinistra, fuori della cornice e il punto di vista dello spettatore è al centro della tela. Ne risulta uno spazio in movimento, che si estende al di là della superficie dipinta.

La Venere di Urbino

Dopo essere entrato in rapporto con le corti di Mantova e di Urbino, nonchè con l’imperatore Carlo V, che lo proclama «conte palatino», Tiziano dipinge la Venere di Urbino. La differenza rispetto alla Venere giorgionesca è colossale.

Quella di Tiziano è, innanzitutto in un luogo chiuso: è distesa nuda su un letto, un cagnolino ai piedi e sullo sfondo due donne, aperta una cassapanca, le preparano degli abiti. Essa è cosciente della sua nudità, della sua bellezza e dell’osservatore, al quale rivolge il suo sguardo. Il pittore usa sì il colore tonale per realizzare le forme del corpo, ma i suoi colori sono vivi: il rivestimento rosso dei materassi con decorazioni floreali, il bianco caldo del lenzuolo e dei guanciali, il verde del tendaggio che mette in risalto il corpo luminoso di Venere, il viso e i capelli biondo-rame.

Dànae

Dànae è un vero capovaloro, da considerarsi come una variazione sul tema della bellezza femminile. La giovane donna è nuda sul letto e attende serenamente, come un fatto che rientra nelle leggi della natura, la fecondazione della pioggia divina che sta scendendo dall’alto. Tale calma è resa con i colori caldi e con lo scintillìo della stoffa su cui cammina amore.

Tiziano ritrattista

Tiziano è anche un ritrattista e autoritrattista di altro livello. Egli può dipingere lo stesso personaggio (ma còlto in momenti e posizioni differenti) più volte o può ritrarre anche a partire da un abbozzo di disegni precedenti, poiché ciò che per lui è importante è dipingere l’animo, l’interiorità, non il fatto puramente materiale.

Ad esempio, il ritratto Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottavio Farnese, che trae spunto da Leone X con i cardinali Giulio de’Medici e Luigi de’Rossi di Raffaello, è una rappresentazione dell’intreccio tra politica e papato, la politica nepotistica da sempre imputata a Paolo III.

Altre volte Tiziano rappresenta se stesso, per un suo bisogno di dipingere, per comunicare e comunicarsi agli altri per mezzo della pittura. Non il particolare, il senso più intimo della realtà, il trascorrere della vita e il mutare delle cose sono gli elementi su cui Tiziano si sofferma. Questo è il momento in cui il pittore attua un rinnovamento stilistico, superando la tecnica tradizionale: i “colpi”, che sono grumi di colore, invece delle stesure uniformi; e le “macchie” che sono rifrazioni di luce improvvise e mutevoli.

Data l’impossibilità di fissare oggettivamente le cose, il pittore depone i pennelli e usa le mani per stabilire un contatto materiale fra sé e la sua creazione. Ma se niente può essere perfettamente definito, allora l’uomo non può ricondurre la realtà a leggi razionali eterne. Questa è la crisi del Rinascimento e Tiziano che si guarda intorno, che è sempre pronto a capire, a vedere e a imparare dalla vita, interpretando un mondo che si trasforma continuamente, cambia egli stesso.

Dell’ultima fase della sua vita fanno parte due Autoritratti. Nell’uno, il pittore si ritrae seduto a un tavolo, in posizione instabile, pronto ad alzarsi nel tentativo di capire una situazione nuova e imprevista; nell’altro, invece, ha un atteggiamento pensoso, con il pennello in mano mentre guarda la propria immagine nello specchio.

Tiziano muore il 27 agosto 1576, lasciando incompiuta l’opera che avrebbe voluto sulla sua tomba: la Pietà, ultima meditazione sulla morte e sulla resurrezione.

© Antonietta Florio

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