La nostalgia dell’essere in Martin Heidegger

«È quanto mai esatto e perfettamente giusto dire che “la filosofia non serve a niente”. L’errore è soltanto di credere che, con questo, ogni giudizio sulla filosofia sia concluso. In realtà resta ancora da fare una piccola aggiunta sotto forma di domanda: se cioè, posto che noi non possiamo farcene nulla, non sia piuttosto la filosofia che in ultima analisi è in grado di fare qualcosa di noi, se appena c’impegniamo in essa.» (M. Heidegger, Introduzione alla metafisica)

L’esistenzialismo è l’analisi dell’esistenza, «la quale si caratterizza come qualcosa di peculiare all’uomo in quanto lo distingue da tutti gli altri esseri». “Esistere” deriva dal latino ex-sistere, ossia “venir fuori”, “emergere da”; dunque, sottende al fatto che l’uomo si stacca dalla banalità della sua condizione e si proietta in avanti, si apre al futuro. In quanto progetto, egli è possibilità e libertà e non avendo un’essenza definita deve inventarsi e reinventarsi giorno dopo giorno.

Onde ne deriva il necessario e ineludibile compimento di una scelta tra un’esistenza autentica, a seguito della quale egli «decide di vivere nell’orizzonte della sua possibilità» e l’inautenticità di una vita banale: «l’uomo inautentico pensa solo alla morte degli altri, non accetta che essa lo riguardi personalmente».

Peculiarità dell’existence humaine è la temporalità, ovverosia il suo carattere finito, l’essere racchiusa – per così dire – nel ciclo della nascita e della morte:

«L’uomo è, infatti, per Heidegger, essere-per-la-morte, cioè l’unico tra gli enti capace di pensare alla propria morte, anticipandone l’evento nell’immaginazione. Tale accettazione equivale al riconoscimento che l’uomo è un essere limitato e finito.»

L’uomo heideggeriano come esistenza

Il punto di partenza, nonché nucleo tematico fisso della ricerca di Martin Heidegger, allievo di Rickert, è il Da-sein, l’«esser-ci», l’«essere-qui». Dunque, è l’uomo come esistenza. Egli non è una cosa tra le altre cose, è sì «gettato nel mondo» (Entwurf), vive in una determinata situazione che però non è mai definitiva, in quanto l’uomo si riprogetta, si reinventa e si proietta sempre verso situazioni sempre nuove e differenti.

«l’esserci è «progetto gettato», si trova a esistere, a esser-ci, senza averlo deciso. Dunque, può essere “fondamento” (Grund) solo come “assenza di fondamento” (Abgrund). L’angoscia rivela all’uomo questo nulla su cui si fonda il mondo e la sua stessa esistenza; gli rivela la sua costitutiva finitezza e lo mette in relazione con la temporalità e la morte.»

Pertanto, l’interrogativo basico è: «perché esiste l’essere e non il nulla?». In tal senso, l’esistenza costituisce il problema fondamentale, poiché è in questo domandare che l’uomo mette in gioco se stesso, il suo essere. Nell’Introduzione alla metafisica, Heidegger scrive:

«Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla? Ecco la domanda. Non si tratta, presumibilmente, di una domanda qualsiasi. […] è la prima di tutte le domande. Non certo la prima per quanto riguarda l’ordine temporale. I singoli, e anche i popoli, si pongono una quantità di domande nel corso del loro sviluppo storico attraverso i tempi; affrontano, esplorano, indagano ogni sorta di cose prima d’imbattersi nella domanda: «Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?» Capita a molti addirittura di non imbattersi mai in una simile domanda, né di chiedersene mai il significato: dato che […] si tratta di […] immettersi nella necessità di questo domandare.»

Seguendo l’analisi husserliana circa la crisi della civiltà occidentale e conscio della diversità tra la vita meccanica dettata dalla lex tecno-scientifica e l‘esistenza umana che è paura, angoscia, possibilità, scelta, proiezione e apertura verso il futuro, Heidegger avverte il bisogno di elaborare una nuova concezione dell’essere. Una volta di più si palesa la distanza tra la scienza e la filosofia:

«La filosofia – scrive ancora Heidegger nell’Introduzione alla metafisica – non nasce dalla scienza né grazie alla scienza. La filosofia non si lascia mai coordinare con la scienza.»

È questo il motivo per il quale l’indagine filosofica heideggeriana si può suddividere in due fasi. La prima è definita «analitica esistenziale» e ad essa appartiene Essere e tempo (1927), l’opera in cui Heidegger si focalizza sull’uomo e la sua esistenza e nella quale l’uomo, appunto, è concepito come essere storico e mondano. La seconda fase è definita «analitica ontologica», in quanto l’interrogativo principe è catalizzato sul “che cos’è l’essere?”.

L’«analitica esistenziale»

L’uomo è l’unico ente che si pone la domanda dell’essere ed è per questo che non può essere confuso con le cose. Heidegger si propone di individuare le strutture essenziali (non empiriche) dell’esistere, il tipo di esistenza che gli uomini vivono. Ecco il Da-sein, cioè l’uomo che, in quanto esser-ci, è gettato in una determinata situazione temporale, della quale egli ne progetta continuamente il rinnovamento e la sua modalità d’essere fondamentale è l’esistenza.

La prima caratteristica dell’esistenza umana è, dunque, il “poter essere”. A questa, Heidegger aggiunge l’«essere-nel-mondo» di husserliana memoria. Ma se Husserl ipotizzava una relazione conoscitiva tra il soggetto e l’oggetto, il filosofo del Da-sein mette in rilievo la connessione “esistenziale” tra il soggetto corporeo e il mondo in cui il detto soggetto è da sempre gettato. Vi è qui una contrapposizione irriducibile e ineliminabile rispetto al soggetto cartesiano: astratto e isolato.

I modi d’essere dell’esserci: la comprensione e la cura

Il mondo si dà al soggetto come totalità strumentale: ogni cosa è in relazione con le altre, ogni cosa rimanda ad un’altra e si dà ad un’altra. Il rapporto uomo-mondo è mediato dal linguaggio e per mezzo dei segni linguistico l’uno può interpretare le cose-strumenti dell’altro.

Le cose dotate di un senso, di un valore, di una funzione appaiono all’uomo come cose, perché da questi inserite in un orizzonte di senso di cui egli già dispone. Ciò che Heidegger definisce pre-comprensione e che mette in moto il processo d’interpretazione,

«caratterizzato da un “circolo ermeneutico”, dove il significato particolare viene compreso alla luce di un orizzonte più ampio pre-compreso, che orienta la scoperta delle cose ma a sua volta ne è plasmato e modificato.»

Pertanto, l’interpretazione non è asettica e neutra, ma accetta pregiudizi. La conoscenza stessa è interpretazione, non – come sostenevano i positivisti e gli idealisti – il risultato di astrazioni logiche di fronte a un mondo meccanicamente determinato. L’uomo non deve annullarsi nella ricerca della verità oggettiva, non può prescindere dai pre-giudizi, dalle pre-nozioni e dalla pre-comprensione che caratterizzano la sua relazione con le cose del mondo, in quanto «la verità risiede proprio nella situazione di co-implicazione tra l’uomo e il mondo».

L’altra determinazione dell’essere dell’esserci, che coincide con la sua modalità temporale di esistere, è la cura. Essa si caratterizza per l’adesione alla mentalità dominante, per l’attenzione esclusiva alle cose e il rischio dell’uomo e per l’uomo – sottolinea Heidegger – è di condurre un’esistenza inautentica, ovvero banale e anima.

Ciò si esprime linguisticamente con il “si dice”, “si pensa”, “si fa” e il thaumazein della conoscenza viene sostituita dalla curiosità superficiale delle cose frivole e cangianti.

L’esistenza autentica

Se l’esistenza inautentica è una condizione di alienazione, di accettazione acritica delle credenze comuni, l’autenticità è identificata da un particolare sentimento provato dall’uomo: l’angoscia. Essa «rappresenta l’avvertimento della nullità del mondo, la comprensione dell’impossibilità di tutte le possibilità dell’uomo».

In tale dimensione, l’individuo si sottrae alla banalità del vivere quotidiano e ascolta la voce della coscienza, «la quale gli ricorda che il suo male consiste nel porsi nel mondo come una cosa accanto alle altre cose». Ancora, è nell’esistenza autentica che l’individuo si assume la responsabilità della propria vita e l’angoscia che egli prova non è qualcosa di negativo, dal momento che è grazie ad essa che egli fa l’esperienza del nulla, della sua finitezza e temporalità. Si pone, dunque, davanti alla prospettiva della morte.

L’individuo è un «essere-per-la-morte», la morte è «la possibilità più propria dell’esserci», la possibilità più vera e incondizionata per l’uomo di assumersi la responsabilità nei confronti di se stesso. Egli deve perciò compiere una scelta: scegliere se stesso e riconoscersi come «essere-per-la-morte», oppure restare nel limbo dell’inautenticità dove il senso dell’esistenza è circoscritto alle cose e diventa cosa egli stesso.

La temporalità come senso dell’essere dell’esserci

L’uomo vive nel tempo, è – per usare un termine propriamente heideggeriano – “gettato” nella dimensione temporale. In essa sono inoltre racchiuse le stesse strutture fondamentali dell’esserci.

Nella fattispecie, la comprensione e la cura rinviano al futuro come progetto; la situazione affettiva (la paura e l’angoscia) rivela all’esserci il suo legame con il passato; la “deiezione” (l’essere ridotto a cosa tra le cose) è il presente anonimo e alienato dell’uomo.

Qui Heidegger si oppone alla metafisica tradizionale. Difatti, se questa considera l’uomo come “animale razionale” e la sua esistenza come una sorta di condizione accessoria, il concetto heideggeriano del Da-sein, dell’«essere-qui», gettato nel presente, fa della temporalità il carattere costitutivo dell’essere umano.

Questo argomento avrebbe impegnato il filosofo nella sezione Tempo ed essere (incompiuta) di Essere e tempo, nella quale la difficoltà rilevata è di natura prettamente linguistica e concettuale. Ciò apre la seconda fase della produzione di Martin Heidegger, segnata da una serie di scritti che rappresentano la cosiddetta svolta (die Kehre) del suo pensiero.

© Antonietta Florio

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6 commenti

  1. […] Nell’articolo precedente, abbiamo visto che le strutture fondamentali dell’esserci sono la comprensione (il rapporto uomo-mondo) e la cura (la modalità di commercio con gli enti intramondani). Ne emerge che il carattere costitutivo dell’esserci è la temporalità, sia se la sua è un’esistenza autentica (la coscienza di essere un «essere-per-la-morte»), sia se è inautentica (la cura dell’uomo è rivolta alle cose banali e diventa egli stesso una cosa tra le cose). […]

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  2. […] Questo radicamento nel mondo, questo “essere gettato” nel mondo significa un moto di accoglimento e di accettazione, «quale componente dell’“essere gettato”», da parte degli altri che, a detrimento della conditio solitudinis e dell’isolamento dell’angoscia, rischia di far scivolare nella banalità, nella chiacchiera, nell’equivoco. Insomma, nell’inautenticità dell’esistenza. […]

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