L’analisi ontologica di Heidegger

«La filosofia si trova in tutt’altra zona e in tutt’altro grado dell’esistenza spirituale. Solo la poesia appartiene al medesimo ordine della filosofia e del suo modo di pensare. […] Parlare del nulla seguita a essere, comunque, per la scienza, un orrore e un’assurdità. Può farlo, al contrario, oltre che il filosofo, il poeta: e questo non per via di un minore rigore che, secondo l’opinione comune, è dato riscontrare nella poesia, ma perché nella poesia (s’intende solo nella più autentica e più grande) sussiste, nei confronti di tutto ciò che è puramente scientifico, un’essenziale superiorità dello spirito. In virtù di tale superiorità il poeta parla sempre come se per la prima volta egli esprimesse e interpellasse l’essente. Nel poetare del poeta come nel pensare del pensatore vengono ad aprirsi così grandi spazi che ogni singola cosa: un albero, una montagna, una casa, un grido d’uccello, vi perde completamente il proprio carattere insignificante e abituale.» (M. Heidegger, Introduzione alla metafisica)

In Essere e tempo (1927), Heidegger s’interroga sul senso dell’essere che denomina Da-sein, «esser-ci», «essere-qui». L’uomo non è “deiettivo”, non è una cosa tra le altre cose; egli è progetto, è “gettato” nel mondo (in quanto essere-nel-mondo) e non si accontenta del presente, ma è sempre proiettato verso situazioni sempre nuove e differenti.

Nell’articolo precedente, abbiamo visto che le strutture fondamentali dell’esserci sono la comprensione (il rapporto uomo-mondo) e la cura (la modalità di commercio con gli enti intramondani). Ne emerge che il carattere costitutivo dell’esserci è la temporalità, sia se la sua è un’esistenza autentica (la coscienza di essere un «essere-per-la-morte»), sia se è inautentica (la cura dell’uomo è rivolta alle cose banali e diventa egli stesso una cosa tra le cose).

Nel primo caso, anticipando la morte, l’uomo si assume la responsabilità delle proprie scelte e «”possibilizza” le proprie possibilità, cioè le coglie come finite e contingenti, come “possibilità pure”». Nel secondo caso, l’individuo vive in una condizione di alienazione, caratterizzante l’epoca della tecnica, in cui gli enti sono “utilizzabili” per i propri progetti di dominio e manipolazione del mondo.

La svolta (die Kehre)

Lo scritto che per i critici segna la svolta (die Kehre) nel pensiero di Martin Heidegger è Hölderlin e l’essenza della poesia (1937). A questo si affiancano: Lettera sull’«umanismo» (1947); Sentieri interrotti (1950); Introduzione alla metafisica (1953); Che cosa significa pensare (1954); In cammino verso il linguaggio (1959).

Secondo Heidegger, la filosofia occidentale (o metafisica) è la storia della negazione dell’essere, dal momento che nella ricerca del senso dell’essere ha assunto come punto di partenza dapprima gli enti, la natura e Dio e, più tardi, ha introdotto i concetti di soggetto, scienza e tecnica. Nietzsche, con l’Übermensch, ha affermato la libertà incondizionata dell’uomo, la sua «volontà di potenza». E, in proposito, Heidegger si chiede:

«Che cos’è tale “volontà di potenza” se non l’ultimo atto della metafisica dell’Occidente, che ha dimenticato l’essere, per esaltare l’uomo, le cose, la conoscenza scientifica e il dominio tecnologico?»

Detto altrimenti, se l’analitica esistenziale non ha consentito al filosofo di ritrovare il senso dell’essere in generale, ragion per cui l’essere non può essere ricercato a partire dagli enti, il quesito che si fa strada è: «Com’è possibile una comprensione non-metafisica dell’essere?». È presto detto. Bisogna cogliere l’essere in modo nuovo, oltrepassando i confini della metafisica tradizionale. Ciò, tuttavia, non può avvenire solamente sul piano teorico, in quanto coinvolge anche il sistema linguistico che la caratterizza.

Ecco l’impasse heideggeriana: il venir meno del linguaggio e il bisogno di inaugurare un nuovo modo di parlare, che salvaguardi l’essere e lo configuri come l’orizzonte che dà senso, luce e significato agli altri enti. Ecco, dunque, la svolta: l’uomo perde la sua centralità, non è più il fondamento dell’essere degli enti,

«ma si caratterizza come “progetto gettato” perché ogni sua azione e pensiero implicano che egli sia già da sempre aperto a un ambito in cui è in relazione con gli oggetti e con gli altri.»

 La centralità dell’essere

Pur essendo la chiave della ricerca di Heidegger, l’essere resta pur sempre un’incognita, non viene definito con termini chiari e distinti, ma può essere indicato solo attraverso l’allusione e la metafora:

«Esso [l’essere] si rivela innanzitutto nella sua “differenza ontologica”, come “negazione dell’ente”, ciò che lo trascende e che non potrà mai diventare oggetto di conoscenza dispiegata.»

Pertanto, l’essere non è un ente, ma ciò che rende possibile l’apparizione della totalità degli enti. In tal senso, il filosofo lo rappresenta di volta in volta come illuminazione (visibile solo nel rendere visibile gli altri enti); come orizzonte (la pre-comprensione che precede la comprensione stessa delle cose); come apertura (la co-implicazione dell’uomo e delle cose); come evento (il puro “accadere”).

L’uomo diventa “partecipe” di un processo di automanifestazione e di autorealizzazione che è proprio dell’essere, partecipa, cioè, dell’apertura dell’essere:

«è l’essere che getta il progetto che è l’esserci, anche se è solo “attraverso” l’uomo che l’essere può aprire un mondo. L’uomo, infatti, non si limita a «stare dentro» una certa apertura già istituita, ma partecipa in qualche modo al suo aprirsi.»

Onde ne derivano due conseguenze speculative non distanti tra loro, ma strettamente connesse. Da un lato, Heidegger parla di un rapporto di espropriazione-appropriazione tra l’essere e l’uomo, ossia la loro appartenenza reciproca; dall’altro la modalità di apertura dell’essere è il linguaggio. Infatti, per il filosofo:

«l’uomo deve farsi custode dell’essere nel senso di attenderlo e porsi nell’ascolto della sua parola. L’essere parla attraverso la parola poetica che è portatrice di civiltà e cultura.»

La tecnica come nullificazione del senso dell’essere

Nella visione heideggeriana, la teoria della tecnica rappresenta l’esito estremo della metafisica e l’ espressione della volontà di dominare il mondo. Difatti, la techné è lo strumento per assoggettare la natura e metterla a disposizione dell’uomo, «in un’ottica che si cura prevalentemente dei mezzi e tende a dimenticare i fini». Umberto Galimberti scrive in proposito ne La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica:

«Per l’uomo, infatti, vivere ha sempre significato aderire a un senso, anzi conferire senso. L’età della tecnica sembra non concedere un senso, un orizzonte, una direzione, una via.»

Onde ne deriva l’occultamento dell’essere, la nullificazione del senso dell’essere e in questo mondo tecnologico, Heidegger vede realizzata la nietzschiana morte di Dio. Eppure l’oblio dell’essere non è una responsabilità dell’uomo, ma inerisce a un peculiare modo di darsi dell’essere stesso, del suo accadere storico.

Si apre, dunque, una nuova epoca post-metafisica. Eppure, nella notte del mondo, «nel tempo degli dèi fuggiti» e del nihilismus si profila una via di salvezza, che Heidegger individua non nella ratio e nella philosophia (che, anzi, sono all’origine del nostro smarrimento), ma nella poesia. Solo i poeti possono indicarci la strada.

Si chiarisce qui il senso e il significato del nichilismo heideggeriano. Se da un lato la tecnica è il destino dell’Occidente, che dobbiamo accettare prima e sperimentare poi camminando nella “notte del mondo”, nel buio della vita, dall’altro lato è questo nulla, cantato dai poeti, che ci addita i sentieri dell’essere. Infatti,

«il nulla non è qualcosa di utilizzabile e calcolabile, non circoscrive l’essere come ente particolare (Dio, uomo, anima, libertà, società, e altre categorie tipiche della filosofia). Il nulla ci riporta l’essere.»

L’essere, dunque, è il sacro che ai mortali è impedito di raccontare ed è il nulla che solo i poeti possono scandagliare e raccontare con il linguaggio dei simboli e delle metafore. Ma soprattutto, l’essere è la fonte da cui germina ogni possibilità di senso e di significazione e l’uomo deve prendersene cura, deve farsi «pastore» e «custode» dell’essere.

Il linguaggio

Abbiamo detto che l’essere è apparso come “evento” e che l’uomo partecipa dell’apertura dell’essere. La modalità tramite cui egli contribuisce all’istituzione di nuove aperture e nuovi orizzonti di senso è la creazione artistica: «L’opera d’arte è la messa in opera della verità».

L’artista crea l’oggetto artistico, offre l’occasione per l’accadere della verità che lo trascende e tale verità si realizza per mezzo di lui. Heidegger riconosce un ruolo privilegiato alla parola, perciò sostiene che la poesia sia l’essenza di tutte le arti. (Sottolineiamo – en passant – una frase di Italo Calvino, che così recita: «La poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere».)

L’apertura originaria dell’essere, per il filosofo, avviene nel linguaggio. Del resto, l’esperienza nel mondo è linguistica, così come la percezione e l’interpretazione degli enti sono di natura linguistica. Perciò, «il linguaggio appartiene all’essere come sua modalità storica di determinarsi». In tal senso, Heidegger dice che «il linguaggio è la casa dell’essere», e che «il linguaggio è il modo stesso di aprirsi di tali aperture dell’essere». Detto altrimenti,

«il parlare dell’esserci si configura come un rispondere all’appello del linguaggio stesso: infatti, nel momento in cui l’uomo comincia ad articolare le parole, l’essere ha già aperto il mondo di significati che egli condivide con gli altri uomini e ha già dischiuso l’orizzonte linguistico che circoscrive la sua esperienza storicamente situata.»

Ma come vi è differenza tra l’esistenza autentica e l’esistenza inautentica, allo stesso modo il linguaggio non sempre manifesta la sua forza creativa, originaria e innovativa, ma è ridotto a mero strumento di comunicazione (la chiacchiera, l’equivoco) ed è estremamente tecnicizzato. E «là dove non c’è linguaggio non c’è alcun aprimento all’ente» (scrive Heidegger nei Sentieri interrotti).

Solo nel linguaggio poetico, e per mezzo di esso, avviene l’auto-manifestazione dell’essere:

«L’essere è l'”evento” che si realizza nell’infinito processo ermeneutico il quale, nel suo dis-velare la verità, nello stesso tempo la mette in atto, consente il suo “accadere”.»

Perciò, il pensiero non è fenomenologico (non è “un andare alle cose stesse), bensì ermeneutico, ovvero è un incamminarsi verso il linguaggio. La filosofia è un pensiero sul linguaggio e una riflessione sui significati che esso veicola.

© Antonietta Florio

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