Lev Tolstoj, La felicità domestica

«E ciascun pensiero era pensiero di lui: ciascuno sentimento, sentimento di lui. Ancor non sapevo essere questo l’amore: io lo credevo possibile sempre così, gratuitamente largito, così.» (L. Tolstoj, La felicità domestica)

La felicità domestica è un romanzo (breve) di Lev Tolstoj, in cui Mascia è accompagnata sin dall’inizio da un sentimento di noia tanto infallibile quanto incurabile. Narrata in prima persona, la storia segue i subbugli interiori della protagonista, a cominciare dalla perdita della madre. Questo dolore acuisce il suo isolamento, la sua solitudine e nonostante la giovanissima età (ha solo 17 anni) non riesce a trovare e a dare un senso alla sua vita («a che prò far qualcosa, quando così invano consuma il mio tempo migliore?»).

Né il pianoforte, né la lettura di un buon libro riescono a sconfiggere, o perlomeno ad allontanare, il tarlo del malessere esistenziale. La svolta si antropomorfizza e si chiama Serghièi Mikhàilovic, di vent’anni più grande, che le consiglia di “vivere adesso, perché la vita è ora, tra un anno sarà già tardi”.

Le conversazioni tra i due, sempre più frequenti e oltremodo piacevoli e dilettanti, aiutano Mascia a incamminarsi verso un vero e proprio cambiamento, riconoscendo che «occorresse vivere a fine d’essere felice; e io avevo miraggi di grande felicità verso l’avvenire». Speranze e desideri prendono il sopravvento, ma la presenza di Serghièi le è indispensabile:

«Egli mi aveva schiuso un’intera creazione di gioia nel presente, senza aver mutato nulla della mia vita, senza nulla aver aggiunto, fuor che se stesso, a ciascuna impressione. […] Bastava solo che lui venisse, perché ogni cosa, essa stessa, prendesse parola, e a gara cominciasse a urgere nell’anima, colmandola di felicità.»

A lui vuole mostrare la parte migliore di sé, è lui che l’aiuta – talvolta non comprendendo i suoi atteggiamenti e le sue elucubrazioni – nel processo di crescita. È ancora lui che le insegna che per essere felici è necessario vivere per gli altri. Ed ecco che Mascia si scopre innamorata, scopre che la felicità con Serghièi non dipende dalla vita eccentrice e frenetica di società o dai viaggi all’estero. La felicità domestica – appunto – consta di piccoli momenti pacifici e sereni, illuminati dal verde della natura campagnola, in cui ci si dedica con spirito di abnegazione alla cura dell’altro.

Ma la tempesta non tarda ad arrivare! Pur godendo dell’amore incondizionato del marito, pur avendo al suo fianco un uomo paziente e onesto, Mascia non si sente appagata. Difatti, alla domanda «Per che cosa mi amate allora? […] Per la giovinezza o per me stessa?», il rapporto tra i coniugi comincia ad allentarsi e ciò che prima era familiare, adesso diventa estraneo, fuori posto.

Nella seconda parte del romanzo, Tolstoj descrive e analizza la metamorfosi della vita matrimoniale e si serve dei suoi personaggi per evidenziare che, talvolta, le relazioni sono sorrette dall’abitudine. C’è una fase di stallo, in cui il sentimento non diminuisce, né tantomeno cresce a dismisura; semplicemente si appiattisce, si ferma, a vantaggio di una forte, implacabile inquietudine:

«Ma peggio era per me sentire come giorno per giorno le abitudini quotidiane ribadissero la nostra nostra vita in una forma fissa, come il sentimento nostro, non che libero, divenisse anzi schiavo di un impassibile fluire monotono del tempo. Al mattino si era allegri – per pranzo, rispettosi – di sera, teneri.»

Ed è così che i due si allontanano, ognuno occupandosi dei propri interessi e vivendo ognuno nel suo proprio mondo. Non più critiche, non più screzi; a sovrastare è l’indifferenza.

«Ciascuno viveva la sua vita: lui – con le sue occupazioni, alle quali non sentivo ora la necessità e nemmeno la voglia di partecipare; io – con la mia oziosaggine, che non lo disgustava né rattristava più come per l’addietro. I bambini erano ancor troppo piccoli, e non potevano avere per ora la virtù di riunirci.»

Fa da contraltare la descrizione psicologica di Mascia, attraverso cui Tolstoj cerca di destreggiarsi nel labirintico universo femminile, nel magma dei pensieri enigmatici, contrastanti e/o forse addirittura impossibili da decifrare. Basti pensare che se il momento prima Mascia quasi non sopporta Serghièi, quando questi parte per affari, ne sente la mancanza, avvertendo vuoto e solitudine. Col suo ritorno, però, tornano anche l’apatia e la noia:

«Non avevo gusto a niente, non cosa su cui sperare, nulla da temere: e la mia vita mi sembrava colma, e la coscienza pareva fosse tranquilla.»

Un temporale di emozioni, un naufragio di dubbi e quesiti attanagliano Mascia e se è vero che i suoi sono tarli che vivono soltanto in lei «e tutto è nel migliore dei modi e tranquillo», non è meno vero che l’amore che un tempo li ha uniti, adesso è passato.

Qual è allora la cosa più importante e, in definitiva, il messaggio di Lev Tolstoj? Aver avuto la fortuna di provare e di vivere un sentimento così forte, di costruire la vita coniugale come fosse un romanzo e scriverne parallelamente un’altra, sperimentando un’altra tipologia di felicità, senza rimpiangere e darsi pena per un passato che certamente non tornerà.

© Antonietta Florio

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