Fernando Pessoa, Una sola moltitudine. Volume primo

«Privi di illusioni, viviamo solo del sogno, che è illusione di chi non può avere illusioni. Vivendo di noi stessi, ci siamo diminuiti, perché l’uomo completo è l’uomo che si ignora. Privi di fede, non abbiamo speranza, e senza speranza non abbiamo propriamente vita. Non avendo un’idea del futuro, non abbiamo neppure un’idea dell’oggi, perché l’oggi, per l’uomo di azione, non è altro che un prologo del futuro. L’energia di lottare è nata morta con noi, perché noi siamo nati senza l’entusiasmo della lotta.» (F. Pessoa, Una sola moltitudine. Volume primo)

Esile e fragile, lucida e tragica, impietosa e dolente, angosciante e nostalgica, eccessivamente emotiva ed esageratamente cerebrale. Questa è la poesia di Fernando Pessoa, «una fra le poesie più rivoluzionarie del Novecento». Questa è altresì la letteratura di Fernando Pessoa, «la letteratura “negativa” del Novecento».  E lui stesso, Pessoa,

«è un grido di dolore e un belato, un canto altissimo e una smorfia, un’unghia che corre sulla lavagna dove un buon professore voleva tracciare la tranquillizzante dimostrazione del suo teorema.»

Al contempo, però, egli non è mai soltanto uno. Egli è, quasi in senso pirandelliano, “uno, nessuno e centomila”. Una sola moltitudine. Volume primo gioca (ma è un gioco amaro e disincantato) su questa identità. È un assedio psichico angosciante e demolitore, tanto che «la vita mi duole a pezzi, a sorsate, per interstizi», rivelando l’incompatibilità con gli altri e lasciandolo in un faccia-a-faccia “nudo e crudo” con la sua anima. È, ancora, un’oscillazione fra l’essere qualcuno e l’essere nulla («Sento che niente sono, se non l’ombra /di un volto imperscrutabile nell’ombra: /e per assenza esisto, come il vuoto»).

Un’alternanza che Pessoa mette ben in evidenza sia quando veste i panni del poeta, sia quando redige delle lettere o scrive aforismi, sia quando stila una sorta di manifesto del novello Superuomo, facendo appello alle coscienze di molti:

«Il Superuomo sarà, non il più forte, ma il più completo! […] Il Superuomo sarà, non il più duro, ma il più complesso! […] Il Superuomo sarà, non il più libero, ma il più armonico! »

O, per usare ancora un ossimoro, si rivolge a una solitudine molteplice.

Ma la solitudine di chi? Di Pessoa medesimo? O del suo pubblico? O di chi si cimenta per la prima volta nella lettura di questo volume e, in definitiva, di questo autore poliedrico di cui non si può non avvertire – fosse anche una sola frase o parola – un po’ del proprio mondo e della propria esperienza?

La solitudo di Pessoa è la solitudine di tutti, un fardello che ciascuno – chi più, chi meno; chi più ostentatamente, chi tende a nasconderlo anche a se stesso – è costretto a (sop)portare. È anche la solitudine degli spiriti inquieti:

«Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!»

Il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti osserva, indaga e analizza da un lato i rischi e i pericoli che si celano dietro il fenomeno (o, per usare le sue parole, “nuovo vizio”) ormai irrefrenabile dell’omologazione (da cui si ha la contrapposizione tra essere e apparire); dall’altro sottolinea la frammentazione, la disgregazione, addirittura l’annullamento della personalità innestata dal detto processo.

Trattasi in definitiva di un match identitario, laddove il far emergere qualcosa di diverso, qualcosa che non è conforme alla massa implica non tanto un’uscita temporanea dal campo di gioco, quanto piuttosto un’espulsione a tutti gli effetti.

Se è vero che Pessoa vive ai margini della vie sociale, pur essendo massimamente implicato nella stessa, non è meno vero che il suo poliedrico universo letterario fa registrare una distanza siderale dai suoi consimili. Come? Per mezzo dell’eteronimia, quale terapia della solitudine.

Una solitudine esistenziale come conseguenza di circostanze esteriori (la morte del padre prima e del fratellino poi, il ricovero della nonna in un manicomio), e successivamente interiori al punto da non ammettere compagnie di nessun genere. In proposito scrive in un aforisma presumibilmente del 1915:

«C’è, tra me e il mondo, una nebbia che mi impedisce di vedere le cose come sono veramente — come sono per gli altri.»

Non a torto, perciò, Àlvaro de Campos dice: «Sono solo, come nessuno lo è ancora stato, / vuoto dentro di me, senza prima né dopo». Tale solitudine è all’origine di una sensazione di straniamento, nei confronti della sua patria (e qui si possono ravvisare echi del sentimentalismo pavesiano), ma anche di perdita di se stesso: «Ho sempre cercato di essere spettatore della vita, senza farmi coinvolgere da essa». Oppure: «Io sono quello che ho perduto».

È una solitudine esasperata, inoltre, dall’amore non corrisposto per Ophélia Queiroz («Un portico crollato è il cuore mio»), che spinge Pessoa a farsi «Osservatore Inerziale» della sua vita, costellata dal sogno e dalla passività: «Ho per la vita l’interesse di un decifratore di sciarade». E quanto più ne studia con acribia tutte le sfaccettature, tanto più essa si vela di mistero e incoerenza:

«Tutta la struttura del mio spirito è di esitazione e di dubbio. Niente è o può essere positivo per me; tutte le cose oscillano intorno a me, ed io con loro, incerto verso me stesso. Tutto è per me incoerenza e mutamento. Tutto è mistero e tutto è gravido di significato. Ogni cosa è «sconosciuta», simbolo dello Sconosciuto. La conseguenza è orrore, mistero, una paura troppo lucida.»

Non importa se a scrivere, a pensare, a razionalizzare, ad amareggiare, a intristire, a girare il coltello nella piaga sia Alberto Caeiro, Àlvaro de Campos, Ricardo Reis o Pessoa ortonimo (cioè lui stesso), non importa se questi personaggi siano reali o frutto d’invenzione, o come dice egli stesso “il risultato della sua isteria interiore.

Ciò che conta è che tutti loro – da diverse prospettive e tutti perfettamente costruiti tanto nel carattere quanto nella fisionomia – raccontano del mistero dell’esistere, dell’ignoto. Un soggetto che si fa oggetto di se medesimo, una molteplicità solitaria, l’uno che diventa molti obbedendo all’«estetica dell’abdicazione» da sé:

«Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un’unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti.»

E così, ad una vita che fa male, a un dolore che non conosce alcun rimedio definitivo, a un’anima percorsa interamente e intensamente da un gelo implacabile, Fernando Pessoa scova una sorta di palliativo nella poesia. Anche se, «Il poeta è un fingitore. /Finge così completamente /che arriva a fingere che è dolore /il dolore che davvero sente».

È con e nei versi che egli riesce ad esprimere quanto c’è di più intimo dentro di sé, a mettere a nudo il malessere di un’identità inguaribilmente tormentata, sensibilissima e oltremodo fragile: «Una stanchezza di esistere, /di essere, /solo di essere, /l’essere triste lume o un sorriso…»

Se «stanca essere, sentire duole, pensare distrugge», leggere Pessoa implica la congiunzione di tutti e tre. È essere poiché c’è un po’ di Pessoa in ognuno (che sia un momento già vissuto o del presente). È dolente perché come la sua penna indaga nella foschia tenebrosa della sua anima, allo stesso modo il lettore si sente protagonista assoluto di quei versi, avvalendosi anch’egli dell’eteronimia. Infine, è struggente perché al termine di questo viaggio letterario, chiusa l’ultima pagina, una tempesta di sensazioni ed emozioni prende il sopravvento.

E quelle parole stampate, quelle lettere messe nere su bianco, così taglienti perché toccano le corde giuste, sono un fiume in piena. Entrano dentro e lì restano:

«Dicono? /Dimenticano. /Non dicono? /Hanno detto. /Fanno? /È fatale. /Non fanno? /È uguale./ Perché aspettare? /— Tutto è sognare.»

Lettura consigliata!

©Antonietta Florio

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