Carl Gustav Jung, Tipi psicologici

«Il fatto che l’inconscio sia stato condannato trova i suoi motivi particolari nella storia dello spirito umano. […] l’inconscio è stato represso. In termini psicologici questa repressione è un ritiro di libido, di energia psichica. La libido in tal modo acquistata servì alla costruzione e allo sviluppo dell’atteggiamento cosciente, e con ciò venne via via formandosi una nuova concezione del mondo. […] Non v’è quindi ragione di stupirsi se la nostra psicologia è caratterizzata da un atteggiamento prevalentemente negativo nei riguardi dell’inconscio.» (C. G. Jung, Tipi psicologici)

Opera sperimentale, nutrita di minuziose osservazioni storico-filosofiche, Tipi psicologici (Psychologische Typen) di Carl Gustav Jung (padre della psicologia analitica, «che si occupa dell’uomo così com’è in realtà e non dell’uomo così come dovrebbe essere secondo certe opinioni»), è il risultato «di venti anni di lavoro nel campo della psicologia pratica» sulle specificità che compongono il carattere individuale. Così scrive Jung nelle primissime righe della Prefazione alla prima edizione del 1920, che negli anni successivi sarà soggetta a rivisitazioni e ampliamenti. Nella settima edizione del 1937 aggiunge:

« […]la mia tipologia è il risultato di un’esperienza pratica di anni e anni, esperienza che, a dire il vero, rimane completamente preclusa ai rappresentanti della psicologia accademica. Io sono, prima di tutto, medico e psicoterapeuta pratico e tutte le mie enunciazioni psicologiche muovono dall’esperienza di un lavoro professionale quotidiano e gravoso.»

Luigi Aurigemma annota nell’Introduzione al volume edito da Bollati Boringhieri:

«Jung non deduce mai solo dalla realtà dell’esperienza clinica le sue considerazioni relative alla natura della psiche; al contrario, cerca abitualmente nelle vicende ed esperienze collettive del passato così come nell’eredità del deposito culturale la verifica o il senso delle sue osservazioni; sicché il suo pensiero si trova spessissimo strettamente embricato con l’analisi di situazioni od opere storiche; e di lì occorre attingerlo.»

Di non facile lettura e con frequenti rimandi ad alcuni dei filosofi e psicanalisti più illustri di tutti i tempi, ciò che viene osservato, scoperto, sperimentato e denominato avrà delle ripercussioni nella storia e nella concezione della psicoanalisi junghiana e post-junghiana, con differenze profonde rispetto alle tesi di Freud.

Il concetto primario e necessario per addentrarsi in questo universo psicologico è la relativizzazione dell’esperienza fenomenologica. Ad essa consegue un’osservazione del soggetto – termine con il quale Jung intende il singolo individuo – nel rapporto con l’oggetto, ovvero con il mondo esterno (cose e persone). Ed ecco che i tipi psicologici, che dà il titolo al testo, sono bipartiti in estroversi e introversi.

Due caratteristiche, due attributi di cui Jung si serve per descrivere, appunto, il diverso modo di rapportarsi al e con il mondo e che, pertanto, non si riferiscono alle persone in quanto tali, bensì ai tipi di coscienza, le cui variazioni dipendono dalle situazioni e le cui funzioni possono essere messe in pratica o restare sepolte.

Tale dicotomia introversione-estroversione viene poi completata con l’introduzione di una nuova distinzione tra quattro precipue funzioni psichiche: intelletto e sentimento (facoltà razionali), sensazione e intuizione (facoltà irrazionali). La prevalenza dell’una o dell’altra determina, secondo Jung, le modalità dell’orientamento individuale nella vita.

Ma ben prima di giungere alle sue personali conclusioni, lo psicologo svizzero parte dalla psicologia più antica (Tertulliano, rappresentante del pensatore introverso, e Origene, rappresentante del tipo estroverso), attraversa il Medioevo e approda alla contemporaneità. In questo excursus Jung rileva il passaggio da una psicologia, per così dire, biologica e metafisica, a una psicologia oggettiva, basata fondamentalmente sull’osservazione e sull’esperienza non della collettività (la participation mystique di Lévy-Bruhl), bensì del singolo. Ciò non vuol dire che essa sia una scienza e, in quanto tale, caratterizzata da impassibilità e oggettività assoluta, poiché

«In nessun campo come nella psicologia è assolutamente necessario che l’osservatore e studioso si adegui al proprio oggetto, nel senso che egli sia capace di vedere non un solo aspetto delle cose, ma anche gli altri. Che egli sia soltanto oggettivo, non si può pretendere perché ciò è impossibile: sarebbe già molto se non vedesse le cose in modo troppo soggettivo.»

Né tantomeno la psicologia è da considerarsi disciplina scientifica, dal momento che l’obiettivo degli psicologici è approdare alla vita e non limitarsi a conoscere e portare a conoscenza una situazione di fatto. Non solo scienza, però. I nove capitoli di Tipi psicologici si arricchiscono enormemente con l’esposizione del pensiero religioso (ad esempio Sant’Agostino), della letteratura (Goethe), dell’estetica (Schiller) e della psicopatologia (Gross).

Altrettanto ineludibile è il ricorso alla filosofia e alla diatriba anima-corpo, apparenza-verità, che da Platone in poi ha preso sempre più piede, tanto che ancora al giorno d’oggi è oggetto di studio e approfondimento. Tra la realtà tangibile e lo spirito a fare da bilancia è la psiche, il cui atto creativo è costante e non è da intendersi come reazione alle percezioni sensoriali.

Poiché crea la realtà giorno per giorno, essa viene junghianamente denominata fantasia, la quale è «a un tempo sentimento e pensiero, è intuizione e sensazione». Della psiche essa costituisce, dunque, l’espressione più specifica; è un prodotto dell’inconscio e, per ciò stesso, è essenzialmente involontaria e contrapposta ai contenuti della coscienza:

«Essa è anzitutto l’attività creatrice dalla quale sgorgano le risposte alle domande per le quali esiste una risposta: essa è la madre di tutte le possibilità; in essa, mondo interiore e mondo esteriore vivono congiunti al pari di tutte le antitesi psichiche.»

Anche qui Jung evidenzia espressamente la differenza rispetto sia al pensiero freudiano, secondo il quale la fantasia è un processo pulsionale, sia alle tesi adleriane, innestate sul principium individuationis.

Un ampio capitolo è poi dedicato al poeta e filosofo desco Schiller, che prendendo atto del dissidio tra “la persona e la condizione” o, in altri termini, tra l’Io e i suoi riferimenti molteplici e mutevoli, o ancora, tra la sfera spirituale (pensiero) e quella sensoriale (sentimento), si è impegnato nella conciliazione degli opposti, nella ricostruzione dell’unità e dell’armonia originarie dell’essere umano.

Se nelle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo, Schiller afferma che il sentimento del bello consente la suddetta conciliazione, nella visione junghiana invece, l’armistizio non dipenderebbe dalla coscienza, bensì dall’Inconscio, in cui la libido, ossia le energie psichiche, confluisce e s’inabissa:

«L’Inconscio quindi dovrebbe essere quell’istanza psichica nella quale tutto quello che nella coscienza è diviso e opposto confluisce in raggruppamenti e in strutture le quali, una volta venute come tali alla luce della coscienza, rivelano una natura che presenta elementi tanto dell’uno quanto dell’altro lato, senza per altro appartenere né all’uno né all’altro, e che quindi assume una posizione intermedia e autonoma.»

Ciò che Sinesio, nel De insomniis, definisce con termini metafisici spiritus phantasticus; che Aristotele chiama pneuma e Marsilio Ficino anima. Che la filosofia non sia marginale in questa trattazione lo si può dedurre ulteriormente nel capitolo in cui lo psicologo svizzero discetta del conflitto di nietzschiana memoria tra l’apollineo e il dionisiaco. Il primo genera lo stato paragonato al sogno, il secondo all’ebbrezza. L’uno è la visione del mondo interiore e l’altro è caratterizzato da una dynamis sfrenata e incontrollabile dell’istinto. Da questi due impulsi scaturiscono due altri tipi psicologici: il tipo intuitivo e il tipo sensazione o percettivo.

Da questo momento in poi, Jung – seguendo la speculazione di Jordan – si focalizza nella descrizione dei caratteri introverso ed estroverso femminile (the less impassioned woman e the more impassioned woman) e maschile (the less impassioned man e the more impassioned man). Poi si concentrerà sulla distinzione dei tipi di Spitteler, seguendo la sua opera Prometeo ed Epimeteo, che si apre con il dissolvimento delle coppie di opposti originariamente uniti, per ritornare, una volta di più, nel regno della filosofia, sia pure cinese (lo Yin e lo Yang) e indiana (Brahman-Atman).

In definitiva, pilastro concettuale di Tipi psicologici è la riflessione sulla dualità umana, uno studio intenso sulle opposte tendenze che coesistono nell’interiorità di ciascuno. L’approccio psicologico di Jung porta al massimo grado un problema affrontato sin dalla notte dei tempi in chiave filosofico-religiosa. Un viaggio difficilissimo, ma bellissimo. Un percorso da seguire dall’inizio alla fine con la bussola della matita e di un foglio su cui prendere appunti, una discesa nei meandri della psicologia degna di essere compiuta.

© Antonietta Florio

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