John Williams, Nulla, solo la notte

«Pensò a certe cose a cui non doveva pensare, ne ricordò certe altre che non doveva ricordare. […] Gli avevano detto che certe cose doveva togliersele dalla testa, che doveva dimenticare: e lui li aveva ascoltati […], si era fatto una solenne promessa. Avrebbe pianificato ogni giorno a venire, riempiendo ogni singolo istante come se tracciasse una rotta su una cartina, in modo da non lasciarsi neppure un attimo di tempo per chiudersi in se stesso e ricordare. E anche se il pensiero di affrontare il mattino lo riempiva di un quieto terrore, aveva deciso che la prima cosa che doveva fare, ogni giorno, era una passeggiata, una bella passeggiata, lunghissima, nel parco.» (J. Williams, Nulla, solo la notte)

Nulla, solo la notte è il romanzo d’esordio di John Williams, padre del celeberrimo e fortunatissimo Stoner. Arthur Maxley si potrebbe definire come l’antenato o l’archetipo del professore William Stoner e, nonostante le differenze, i due personaggi hanno qualcosa in comune: la solitudine. Una solitudine che permea il loro essere, rendendoli fragili e inquieti, e della quale non riescono a liberarsi, una sorta di malattia per la quale non vi è medicina e resta perciò invincibile.

Sin dalle prime pagine di questa prima prova letteraria dell’autore americano, all’epoca ventenne, traspare un’atmosfera conturbante, il cui confine tra il sogno e la realtà non è perfettamente nitido e in cui non si riesce a comprendere chi muove i fili, ma è tale da introdurre subitamente il lettore nel vortice delle tenebre e con il personaggio scava dentro se stesso:

«Egli [il sognatore] non è che lo strumento di un oscuro saltimbanco, di un piccolo e sinistro pagliaccio che si diverte a creare mondi dentro altri mondi, vite dentro altre vite, cervelli dentro altri cervelli. Tutto il suo illusorio potere proviene da quest’allegro soggettista, che elargisce e revoca doni a suo piacimento.»

In poco più di cento pagine e nello spazio temporale di una sola giornata, Williams narra la storia di un giovane borghese della California, Arthur Maxley, che trascorre le vacanze estive a San Francisco. Assalito dai ricordi che gli tolgono il sonno, il giovane si rende conto che «seduto qui da solo a bere» non è un deterrente efficace per scacciare via l’amarezza e il vuoto che sente dentro di sé: «”Questa stanza è come la mia anima”, pensò. “Sporca e disordinata”».

Il buio della notte lo avvolge, ne diventa parte integrante, e la solitudine che gli martella il cuore, lo imprigiona senza dargli scampo. Anzi, si acuisce quanto più i pensieri che gli affollano la mente sono lame taglienti e i ricordi che fanno capolino non hanno altro esito se non quello di metterlo di fronte, una volta di più, allo spettro del suo passato. Triste e privo dell’affetto e della protezione dei genitori non riesce a trovare appagamento in niente e nessuno, il tentativo di dimenticare ciò che è inobliabile fallisce e il passato è sempre lì, in agguato.

Già, perché Arthur ha provato (e prova tutt’ora) l’assenza di suo padre, un uomo d’affari sempre fuori città, sempre distante. Certo, gli manda regolarmente assegni monetari, ma per lui “padre” è soltanto una parola. E ha provato anche il dolore della perdita della madre. E tra carenze affettive e sentimentali mai sopperite, si barcamena in un’esistenza vuota, lenta e noiosa, a cui neppure le feste di Max Evartz riescono a darle un altro sapore, un altro colore, né la compagnia di Stafford, un tipo che, desideroso di trovare e dare un senso alla sua vita, cova il sogno di comprare una macchina tipografica:

«Era una vita quasi irreale, in cui non si sentiva né felice né infelice, in cui non pensava né avvertiva il bisogno di pensare. Spesso, si era augurato consapevolmente che quella vita non cambiasse mai, che potesse vivere tutta la sua esistenza seguendo quello schema invariato. Ma poi era arrivato il giorno in cui era finito tutto; ed era finito in modo brusco, doloroso, nauseabondo, come finivano tutte le cose, per lui.»

La partita definitiva si gioca nell’incontro con il padre, che per una qualche coincidenza, quel giorno si trova a San Francisco. Un dialogo carico di tensione, scevro di sentimentalismo, senza una qualche parola d’affetto, poiché quando sono gli occhi a parlare, le parole appaiono superflue.

Eppure, nonostante i due siano seduti allo stesso tavolo, nonostante ad Arthur gli basti alzare gli occhi per constatare la presenza di qualcuno lì con lui, di suo padre, si rende conto che «la figura davanti a lui non significava nulla» e quanto più la sala del Laurent’s club è ampia e affollata, tanto più il giovane avverte profondamente di essere solo e anonimo e «chi è isolato in mezzo a uno sciame di gente perde coscienza di se stesso come individuo».

In mezzo a questa oscurità asfissiante, intrisa di una delusione difficile da smaltire, Arthur conosce Claire e tra un cocktail e un gioco di seduzione, approda alla definitiva convinzione che gli uomini, per quanto si impegnino a creare rapporti e legami duraturi, per quanto lottino incessantemente – l’odi et amo di catulliana memoria – il risultato è sempre lo stesso: l’essere soli. Ed «era una strana battaglia, in cui non si riusciva neanche a sconfiggersi da soli».

Non solo, ma quella sarà anche l’occasione che gli consentirà di prendere una consapevolezza incontrovertibile: niente sarebbe mai stato perfetto, il cuore non avrebbe mai goduto della dolce melodia di una musica d’amore perché il ricordo di sua madre che non c’è più è indelebile. E ancora, il rammarico, la malinconia e l’angoscia non l’avrebbero mai fatta franca e come un fulmine a ciel sereno «capì di essere stato distrutto per sempre, di essersi perduto senza più rimedio».

«Non c’è niente di peggio che stare da solo, quando non sei abbastanza forte per affrontare i tuoi pensieri. […] Devi convincerti che non sei solo, anche se lo sei.»

Arthur Maxley, dunque, vive la vita della e nella sua mente, la vita del passato e con approccio quasi proustiano si pone, in certo qual modo, alla ricerca del tempo perduto, quello dell’infanzia, «quando sei molto giovane, quando la vita è una semplice, perfetta successione di giorni dorati». Ma d’un tratto l’innocenza e l’ingenuità della tenera età sono state violentemente spazzate via da un atto violento che ha cancellato ogni possibilità di felicità, rendendo altresì impossibile la costruzione di un rapporto sincero, profondo, genuino sia con se stesso sia con gli altri.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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