Umberto Galimberti, Le cose dell’amore

«Amore è cosa intricata, perché sempre ci si confonde e non ci si chiarisce se si ama l’altro o si ama la relazione, se si soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità. Oppure si vuole la felicità, ma non i suoi costi; e in alternativa si vuole la sicurezza, ma non la sua noia. Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di sé, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di sé. Una cosa è certa: che nella relazione, nel “noi” non ci si può seppellire come in una tomba. Ogni tanto bisogna uscire, se non altro per sapere chi siamo senza di lei o di lui.» (U. Galimberti, Le cose dell’amore)

In questo saggio, Le cose dell’amore, Umberto Galimberti s’incentra sull’eros nell’età della tecnica. L’eros declinato in tutte le sue forme, studiato nelle sue molteplici sfaccettature, definito in vari modi. Sin dal primo capitolo, il filosofo evidenzia quanto l’amore sia distante dalla società, quanto esso non sottostia a determinate regole imposte (o che si autoimpongono) nella collettività, facendo registrare la contrapposizione – più volte e in altre occasioni da lui affrontata – tra essere e apparire. Ciò che Galimberti definisce l’etica del viandante.

Eppure nel rapporto di coppia la suddetta problematica emerge quasi con naturalezza. Difatti – osserva l’autore – se nelle relazioni intersoggettive risulta particolarmente difficile affermarsi e sprigionare in certo senso il vero Io, l’amore diventa da un lato il locus in cui gettare finalmente la maschera e rivelarsi per ciò che si è. Dall’altro – e come conseguenza – è lo spazio di una radicalizzazione dell’individualismo, dell’esercizio della propria libertà.

Onde ne deriva che la liaison amorosa è indispensabile per l’affermazione e la realizzazione di sé, ragion per cui “non si cerca l’altro, ma l’io”, si obbedisce alla legge della verità e della sincerità, liberandosi dai gangli che vincolano le esistenze alla razionalità della tecnica:

«È come se l’amore reclamasse, contro la realtà regolata dalla razionalità tecnica, una propria realtà che consenta a ciascuno, attraverso la relazione con l’altro, di realizzare se stesso.»

In questa direzione, però, si perde di vista l’essenza più pura e profonda dell’amore, che dovrebbe essere un’espropriazione della soggettività, una resa incondizionata all’alterità, piuttosto che un culto esasperato e disperato di tale soggettività.

«L’amore non è ricerca della propria segreta soggettività, che non si riesce a reperire nel vivere sociale. Amore è piuttosto l’espropriazione della soggettività, è l’essere trascinato del soggetto oltre la sua identità, è il suo concedersi a questo trascinamento, perché solo l’altro può liberarci dal peso di una soggettività che non sa che fare di se stessa.»

Tanto si è detto dell’amore, una grossa mole di scritti sono dedicati a questo tema – siano essi di filosofi o psicologi, di letterati o teologi – e a dispetto di questa pluralità, vi è un’unica medesima visione: l’amore come moto e senso della vita. O, per dirla con Dante, «l’amor che move il sole e le altre stelle».

L’amore, osserva ancora Umberto Galimberti, apre alla trascendenza, il sentimento necessita di essere costruito, rinvigorito e reinventato:

«Amore è solo la chiave che ci apre le porte della nostra vita emotiva di cui ci illudiamo di avere il controllo, mentre essa, ingannando la nostra illusione, ci porta per vie e devianze dove, a nostra insaputa, scorre, in modo tortuoso e contraddittorio, la vitalità della nostra esistenza.»

Qui entrano in gioco il desiderio e la passione. Il desiderio è custode della possibilità della trascendenza, cioè un travalicare la propria solitudine, pur essendo questa una “morale assoluta” – come asserisce Blanchot: la natura ci fa nascere soli e non vi è alcun tipo di rapporto tra gli uomini, poiché l’unica regola è di preferire ciò che “io credo possa rendermi felice”.

La passione è, invece, un patire l’altro, «soffrire la vertigine che la mia possibilità di trascendermi dipende dalla libertà dell’altro». Ma è anche turbamento, cioè il presentimento della non-accettazione da parte dell’altro. E là dove non c’è condivisione, c’è perversione:

«Perverso è ogni amore che si vive senza reciprocità, quindi senza la possibilità per il corpo di trascendersi in un altro corpo. È quell’amore generato e contraddetto da quella “passione inutile” che spinge una coscienza a ritenersi assoluta, al punto da non desiderare altro che il proprio desiderio.»

Alla base vi è, tuttavia, l’idealizzazione della persona amata, nota con il celeberrimo termine stendhaliano di “cristallizzazione“, tanto pericolosa quanto più si stacca dalla realtà, spegne l’interruttore della ragione e sfugge al controllo linguistico. Al contempo, però, idealizzare non è un difetto o un vizio in toto, poiché implica una condizione di attività e non di passiva soddisfazione, di creazione e non di passione:

«Amore non è una condizione passiva, ma una costruzione attiva che trasforma una realtà per sé insignificante in una fascinazione, grazie a quell’idealizzazione che l’amore vuole realizzare. Perché amore è innanzitutto attiva creazione e non passiva soddisfazione. Capaci d’amore non sono mai coloro che stanno in attesa dell’incontro della loro vita, ma coloro che lo creano trasformando il reale secondo il proprio ideale.»

Da qui l’impossibilità di essere oggettivi e il rischio di trasformare l’amore in (p)ossessione (non come lo intende Socrate: «Amore non è qualcosa di cui l’Io dispone, semmai è qualcosa che dispone dell’Io») , ma

«[…] l’amore non è possesso, perché il possesso non tende al bene dell’altro, né alla lealtà verso l’altro, ma solo al mantenimento della relazione che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrifica in cambio della sicurezza. Siamo in due, non sappiamo più chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare il mondo. Due esistenze negate, ma tutelate.»

Pertanto, questo tentativo di dipingere l’amato a seconda dei propri gusti, di accettarne tutte le imperfezioni pur di non perderlo, comporta un’alienazione da sé e un’immedesimazione nell’altro che cancella l’identità personale. È così che ci si illude e che le cose dell’amore, i tà aphrodísia, entrano a pieno titolo nel regno dell’enigma e della follia, la quale – parimenti all’amore – è un’esperienza dell’anima. Perciò,

«Concedersi ad Amore, allora, non è concedersi l’uno all’altro, ma concedersi a quel paesaggio insolito e atipico che dispone l’uno e l’altro, al di là dei propri gesti e delle proprie intenzioni, fino alla follia, fino alla morte, che proprio in amore ha la sua massima similitudine. Poi Amore si congeda e lascia nei corpi la traccia della loro lacerazione.»

Lettura non proprio semplice, non si affronta con leggerezza, ma consigliata!

© Antonietta Florio

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