Maurizio Grasso, Altre nostalgie

«Lasciati portare oltre dall’onda, non farti intimorire da questi indizi di naufragio. Solo così, soltanto allora la tua esistenza inizierà a essere diversa. Sarai sempre tu, ma il tuo nuovo atteggiamento ti farà apparire tutto sotto un’altra luce. La vita non cambia se trovi un lavoro che ti toglie il pensiero di non sapere come arrivare a fine mese. Certo che è importante […] Ma come potrebbe una così misera esperienza cambiarti anche interiormente? Non possono il denaro, la sicurezza consegnarti le chiavi della vita.» (M Grasso, Altre nostalgie)

Come l’eros è declinato in vari modi e ve ne sono diversi tipi, anche per il sentimento della nostalgia vale lo stesso principio. Dal greco nostos (ritorno) e algos (dolore), la nostalgia è il dolore del ritorno. Ciò vuol dire che essa riguarda principalmente qualcosa che è avvenuto in passato e/o qualcuno che ormai non fa più parte del nostro presente, ma che continua a vivere nella mente e nel cuore, sia pure per un solo piccolissimo, fugace istante, che tuttavia sa di eternità. O, ancora, si può essere (anzi si è!) nostalgici anche di ciò che (forse) non accadrà.

È questa nostalgia multiforme che Maurizio Grasso racconta nella silloge di racconti Altre nostalgie. Racconti che sono frammenti di vita, schegge che graffiano l’anima, che fanno male ogniqualvolta mettono a nudo ciò che si preferisce tenere recondito sia agli altri, sia soprattutto a se stessi, un affondo emotivo e psicologico che va via accentuandosi quanto più i fatti narrati attingono al vero e sono intercalati nella quotidianità.

Dei personaggi, perfettamente e realisticamente costruiti, viene messo in risalto l’inconscio, il loro naufragare nel mare delle aspirazioni perdute, l’approdo su un’isola che non è quella ambita e sognata e che è motivo di tristezza, sconforto, delusione. Di nostalgia, appunto, delle cose che non sono accadute e che non accadono.

Su questo binario, ad esempio, viaggia Dorina nel racconto La strada di Dorina. Una ragazza moldava che arriva in Italia con l’entusiasmo di chi crede di poter finalmente plasmare il futuro che sogna, di fare ciò che ama, ma è costretta a scontrarsi con una realtà ben diversa, tanto brutta quanto inevitabile:

«Intanto i giorni passano e non succede nulla che segni un passo avanti. Tutto questo tempo libero all’inizio metteva ali ai suoi piedi e alla sua mente, le dava vertigini di onnipotenza quando se ne andava in giro per scoprire la nuova città, ora la fa sentire fin troppo ciò che è: una goccia nel mare, minuscola e dimenticata.»

Pur non rinunciando al sogno di fare carriera, una brillante carriera, pur continuando a cercare una via d’uscita, a rovistare in tutti gli angoli, persino quelli più difficili, per cercare le chiavi che le consentano di uscire da quel mondo-prigione angusto e ristretto, Dorina smarrisce se stessa, «come se andare incontro a una nuova vita, a un futuro onesto sia un crimine».

Allo smarrimento fa seguito la disillusione. Questa, a sua volta, le fa prendere coscienza che sovente l’entusiasmo non basta, che avere una laurea ed essere acculturati sono «orpelli della bellezza per donne come lei», «semplici accessori, come un bel collier». E se è vero che l’unico modo per sopravvivere è adattarsi alle circostanze, Dorina ha imparato la lezione – quella vera – al di fuori delle aule universitarie.

Ma la guerra tra essere e apparire, tra fare ciò che si vuole e ciò che effettivamente si fa “per non vivere da pezzenti e senza domani nell’agonia di un sogno impossibile”, ha come unica conseguenza la cancellazione del suo vero io, la repressione delle emozioni più pure e genuine per lasciare spazio alla disinvoltura, al cinismo:

«Negli ultimi sei mesi, fra le tante cose che ha imparato, c’è il saper tenere lontana la bocca dal cuore. […] Questa nuova disinvoltura, questa durezza, questo cinismo, le calzano così a pennello, come una seconda pelle, da ingannare tutti, perfino se stessa.»

A fungere da contraltare in un certo qual modo è il racconto intitolato Il nespolo sul tetto. La tempesta emotiva e psicologica di Dorina, che coinvolge e irretisce il lettore, viene qui stemperandosi, fino a raggiungere una sorta di quiete nella proiezione nel tempo dell’infanzia, «quando sei molto giovane, [scrive John Williams in Nulla, solo la notte] quando la vita è una semplice, perfetta successione di giorni dorati».

In questo viaggio nel passato, il lettore viene investito da un’ondata di emozioni candide, di benessere, condite da un baluginio di speranza che consola e conforta:

«La nostra vita è generosa di questi miracoli, sapete? Però i nostri occhi, il nostro cuore, la nostra mente ne sanno vedere solo uno per volta. Sappiate sempre guardarvi attorno per cogliere i miracoli del mondo. Ne siete circondati. Prima o poi, nella vostra esistenza, sarete anche voi nelle condizioni di questo albero un po’ matto e un po’ forte. Sarete voi il miracolo. E non potrete essere voi a vederlo, se ne accorgerà qualcun altro e in un modo o nell’altro ve lo farà capire.»

E per Carla, la protagonista de La persistenza del profumo, priva di fiducia in se stessa, negli altri e nelle relazioni con gli altri e denudata di ogni speranza («Ma una speranza deve avere basi su cui poggiare, dove devo cercare quelle per la mia? Ho tentato troppe volte di volare e ogni volta sono puntualmente ricaduta.»), il miracolo assume sembianze antropomorfe.

L’angelo custode incontrato al momento giusto in un luogo qualsiasi le fa sentire il profumo dell’ottimismo, delle meraviglie che il futuro ha in serbo per lei. E questa riscoperta della vita può verificarsi solo se Carla è disposta a navigare nel mare in tempesta, a convivere con il dolore, ad affrontare le tenebre che avvolgono la sua interiorità, a tenere duro:

«Penso a quante sorprese, a quali meraviglie devi attenderti dal tuo futuro. Sei talmente intera, si può dire che tu debba ancora scoprire tutto. Negli anni passati hai compiuto principalmente un apprendistato, accumulato così tanta capacità di coesistenza col dolore che ormai sei pronta, non potrai che affrontare positivamente tutto quanto ti aspetta, buono o cattivo che sia. Sei uno scrigno sepolto, che deve solo rivedere la luce del giorno per lasciar risplendere le gioie che contiene.»

Non sono meri racconti quelli scaturiti dalla penna di Maurizio Grasso. Sono racconti della vita e sulla vita. In quanto tali, tutti ne siamo (o potremmo esserne) protagonisti e non possiamo fare altro che custodire gelosamente i doni preziosi che queste pagine elargiscono.

Alla ricerca di un posto nel mondo, in una corsa continua e incessante per raggiungere il traguardo desiderato, nella guerra dei sentimenti, da cui scaturisce quel circolo vizioso di amo et odio, è la bellezza della vita, da ammirare con gli occhi del cuore e anche nei momenti più bui e insopportabili, che l’autore sottolinea. Anche se tale pulchritudo si veste di “altre nostalgie”, la fragranza della vita è così forte e intensa da non poterla non odorare:

«Verrà il mattino in cui comincerai spontaneamente a cercare la persistenza del profumo della vita nella tua giornata. La tua nota di fondo. Fino a oggi non sei andata oltre la nota di testa, un sentore di vita che ti sembra fatta solo per gli altri, che fugge subito via da te. È li che si vuole tu resti. Non è per oggi. Fatti amica la tua attesa, curala.»

© Antonietta Florio

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