Luciana Boccardi, Dentro la vita

«Luciana, tu non immagini neppure la meraviglia che sei. Tu trasmetti energia sana, l’energia della vita. Tu sei la vita dentro. Sei riuscita a superare scogli, tempeste e fulmini restando intatta, senza mai ferire nessuno. Sei una meraviglia della vita e io ti ho amato tanto anche per questo. Resta sempre così: forte, inossidabile, vera.» (L. Boccardi, Dentro la vita)

Venezia, anni ’50. Luciana Boccardi, alias la signorina Crovato, è la donna che nei confronti della vita ha sempre adottato l’atteggiamento di allieva riconoscente («la vita era sempre stata generosa con me»). E i doni che la vita le ha fatto, lei – Luciana – li ricorda, mettendoli nero su bianco, nel nuovo romanzo (auto)biografico Dentro la vita. Così scrive nelle prime pagine:

«Sì, volevo restituire il bene, pur non credendo in Dio o nella Provvidenza. Dopotutto, la mia infanzia era stata segnata da un susseguirsi di eventi infausti […]; l’indigenza che ci aveva tormentato in quegli anni, costringendomi ad allontanarmi da casa, mi era sembrata una giustizia inspiegabile. Ma ora che finalmente avevo trovato un lavoro – per giunta bellissimo – sentivo il bisogno di “restituire quel favore alla vita.»

Raccontando(si) in prima persona con una penna travolgente e toccante, l’autrice trasporta senza preamboli nel suo universo personale e professionale. Due ambiti, questi, legati da un filo sottile, ma inossidabile. Grazie ad uno stile fluido, scorrevole e semplice, il lettore non legge semplicemente, non si abbandona semplicemente alle tipiche fantasticherie da romanzo, ma ha l’impressione di vivere in prima persona le esperienze della signorina Crovato, ne percepisce l’anima in ogni pagina, in ogni parola.

È come se ella prendesse per mano il pubblico che, a sua volta, da spettatore quale è (o si aspetta di essere) ne diventa l’amico per eccellenza. Con lei intraprende un viaggio turbolento, e proprio per questo affascinante, nella sua vita.

Sin da subito ci si rende conto della forza di questa donna che non si perde mai d’animo, né tantomeno perde il sorriso («sorridere non solo si può, ma si deve»). Di una donna che mai perde la speranza, sebbene talvolta «sperare diventa impegnativo, difficile come un lavoro» e ci si affida all’irrazionale come àncora di salvezza.

Una donna tanto energica quanto combattiva nell’affrontare i periodi più bui, a prendere presto coscienza delle difficoltà della vita, in primis quelle di natura strettamente economiche. Cause ed eventi che sono il preludio di ciò che sarà il suo futuro in termini di occupazione professionale. Il primo, fondamentale passo – giacché gli altri saranno una conseguenza naturale (del resto, «la mia vita è stata una lunga serie di capitoli conseguenti») – è il lavoro alla Biennale di Venezia.

Non solo ed esclusivamente per necessità, la qual cosa mette chiaramente in evidenza la sua maturità e l’assunzione delle proprie responsabilità per aiutare la famiglia, bensì anche perché è galvanizzata dal sogno di un futuro migliore, perché «viveva il suo lavoro come una storia d’amore». E per nulla al modo vi avrebbe mai rinunciato.

Ecco, dunque, delinearsi alcune fondamentali peculiarità del suo carattere, unite da un’intima connessione: la determinazione e il forte desiderio di indipendenza e autonomia:

«Sempre, quando entravo a Ca’ Giustinian, provavo quel senso di identità che mi faceva bene: era casa mia e vi respiravo un’aria di confidenza con la vita. […] la passione consentiva a ognuno di vivere la propria mansione come una scelta.»

La famiglia per Luciana Boccardi è la cosa più importante al mondo. D’inestimabile valore è la considerazione dei genitori e del fratello Giorgio, così come toccante è l’affetto nei confronti dei nonni. Affetto che trapela manifestamente ogniqualvolta l’autrice indugia nella descrizione, (nel ricordare l’anziano Ifigenio che l’aiuta nella preparazione per la licenza media) o quando vi si sofferma en passant (citando, ad esempio, i proverbi che la nonna Gina era solita ripetere).

Le descrizioni dell’ufficio nel palazzo di Ca’ Giustinian s’intrecciano – senza alternarne la linearità logica, anzi colorando la narrazione di leggerezza e spensieratezza – con il racconto degli accadimenti più intimi e personali. Dall’amicizia con Titti all’incontro con Virgilio Boccardi, -borghese di famiglia, ma bohémien nelle aspirazioni (dalla laurea in Legge approderà al giornalismo radiotelevisivo) – il viaggio dell’autrice (e del lettore con lei) è sia esistenziale, sia spazio-temporale.

Ma è anche un viaggio della memoria nella storia, nella cultura che travalica i confini nazionali (Stati Uniti, Polinesia, Australia), riportando in vita personaggi illustri dell’epoca (da Elio Zorzi a Luchino Visconti che «con me si rivelò un cafone» a Georges Simenon, da Dior e Chanel a Versace e Dolce e Gabbana) e narrando delle prime manifestazioni per l’emancipazione femminile. Eppure, il punto d’arrivo è sempre lo stesso: “casa dolce casa”.

«Ho sempre provato un senso di sicurezza mettendo piede in casa. Qualche volta mi sentivo un po’ come un animale selvatico, che trova rifugio solo nella sua tana. […] Il fatto di aver dovuto cambiare continuamente casa in quegli anni mi induceva ad attribuire un valore inestimabile alla sicurezza che mi dava la famiglia, tanto da farne quasi un obiettivo irrinunciabile e unico della mia vita.»

La proposta di Virgilio di un matrimonio “in bianco”, per quanto bizzarra e anomala, Luciana l’accetta per soddisfare il suo grande desiderio di quiete, di sicurezza, di pace. Comincia, così, una vita coniugale che non è altro che un sodalizio, un accordo da cui l’amore (almeno per lei) è escluso.

Una relazione con un uomo che non ama, ma verso il quale nutre un sentimento di sincero e profondo affetto. L’amore, quello vero e autentico, arriva poco tempo dopo per Mario Labroca, di molti anni più grande, e che, appunto per amore, è disposta a seguire a Parigi.

Se da un lato «Biennale, addio», dall’altro “Lettere a Casanova – firmate per la prima volta Luciana Boccardi – benvenute”. Sono quei racconti a segnare una svolta nella sua vita, a far spirare un vento di novità che non può scansare. Non solo vince il premio letterario consegnatole dal padre del commissario Maigret, Simenon, ma addirittura le si aprono le porte del giornalismo.

Dette porte del quotidiano regionale Il gazzettino si spalancano quando riceve l’allettante proposta di diventare giornalista di moda, con la conseguente opportunità di conoscere una realtà nuova, fino ad allora sconosciuta, ma estremamente eccitante: «la vita, adesso, mi donava un altro dei suoi regali».

Il tutto sullo sfondo di un’Italia che sta cambiando, di una società che avverte l’impulso di stare al passo con i tempi. Illuminanti sono, in tal senso, le descrizioni che la Boccardi dà circa i mutamenti tanto irreversibili quanto ineludibili nel mondo della moda e del giornalismo. Non più semplicità, onesta e lealtà, ma una vera e propria corsa agli armamenti, rispettando alla lettera il principio hobbesiano dell’homo homini lupus.

La modernità, dunque, fa il suo ingresso e avanza rapidamente, esulcerando gli animi dei giovani che, desiderosi di abiurare tradizioni annose e valori radicati, si battono per una maggiore libertà e combattono per l’emancipazione.

Più tardi ancora, la signorina Crovato in Boccardi avrebbe ricevuto un altro dono, il più prezioso: quello di diventare madre.

«Mi era andata bene. Vivevo in una casa bellissima, circondata da persone che mi amavano; avevo un bambino che molti mi avrebbero invidiato. E soprattutto, ero sana: questo era il vero regalo della vita. Mancava qualcosa?»

Dentro la vita è una storia vera, un racconto che celebra la vita e i miracoli che essa compie. È una storia che irretisce in un vortice di emozioni, che scalda il cuore, consola e placa i tormenti dell’anima. È un romanzo che insegna ad avere fiducia e ad essere determinati nel perseguire il proprio obiettivo. Insegna, altresì, ad amare le proprie scelte e a non smettere mai di sperare, perché le cose belle prima o poi accadono.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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