Mauro Cosmai, Il mondo come vanità e recitazione

«L’eleganza è come l’indifferenza, quella autentica molto difficilmente si nota.» (M. Cosmai, Il mondo come vanità e recitazione)

«Cervello e coscienza sono un matrimonio indissolubile che pur non avendo bisogno di alcun sacramento dura finché morte non li separa.» (M. Cosmai, Il mondo come vanità e recitazione)

Diviso in quattro parti, Il mondo come vanità e recitazione. Aforismi e note fuori (e sopra) le righe è una raccolta di aforismi che Mauro Cosmai redige riflettendo sulla società umana post-moderna. Nella fattispecie egli rileva che il dinamismo del cambiamento si accompagna a un certa staticità degli individui nel restare aggrappati alle leggende e ai racconti mitologici.

Complice e reo a un tempo è il progresso scientifico-tecnologico che, alla stregua del velo di Maya di schopenhaueriana memoria, illude di sapere, uccide il socratico “so di non sapere” (la qual cosa lo induce a evidenziare la differenza fra intellettuali e intellettualoidi) e frena, anzi fa regredire l’umanità nella sua maturazione socio-politica e civile. Nella Presentazione, l’autore scrive:

«Su quest’ultima [la tecnologia] si fonda l’attuale cultura (complici letteratura e cinematografia) mentre la vera cultura, sempre patrimonio di pochi, resta come al solito in un cantuccio, vittima sacrificale di pretenziose infarinature permesse tra l’altro dalla stessa tecnologia pronta a illudere sul sapere mentre a fianco dei più sofisticati marchingegni elettronici impazzano dogmi religiosi, superstizioni e assurdità. Siamo quindi di fronte a un’umanità che per contro regredisce nella sua maturazione sociale, civile e politica quasi in maniera inversamente proporzionale ai continui e regolari processi delle scienze, ignorando le verità oggettive e rimpinzandosi ancora di fiabe, leggende, storie miracolose e farneticazioni varie.»

È, dunque, la descrizione aforismatica di uno scenario amaro e triste, il dipinto di un mondo per il quale non sembra esserci un lieto fine e che è

«destinato a implodere in quanto incapace di gestire con la logica e la ragione ciò che gli è concesso dalla natura, incapace di accettare la sua provvisorietà, incapace di separare il presente dal futuro, anche prossimo.»

Nella società del benessere si sono persi di vista i valori più importanti e le piccole grandi cose che rendono davvero bella la vita. L’agire obbedisce alle leggi dell’interesse e del calcolo, («Con il benessere, la cattiveria»), il fare punta alla quantità a detrimento della qualità, si posseggono i beni, ma senza il Bene: «Gli uomini decidono il valore degli oggetti, gli oggetti scandiscono il valore di un uomo». È ciò che Nietzsche ha sintetizzato nella famigerata formula Got ist tot (Dio è morto).

Egoisti, narcisisti e ossessionati dalla paura di essere rifiutati dalla società (come Marcello Clerici, il protagonista de Il conformista di Alberto Moravia), la libertà degli uomini non è libera, ma condizionata. Anzi, provvisoria, per riprendere il titolo della prima parte dell’aforismario di Cosmai (Esistenza e libertà provvisorie).

Non è, dunque, fiabesca o ad effetto la frase con cui Rousseau apre il Contratto sociale: «L’uomo nasce libero, ma è ovunque con le catene». E si potrebbe accogliere anche l’affermazione che Umberto Galimberti pronuncia in occasione dell’inaugurazione del Festival del Classico al Circolo dei Lettori di Torino: «La libertà non esiste, la sua idea ha fatto la storia». Siffatta asserzione trova una sorta di convalida in due aforismi di Cosmai sul concetto di democrazia. Il primo:

«La democrazia deve comprendere il dovere di rispettare la persona ma anche il diritto di non rispettare le sciocchezze e le assurdità in cui questa crede.»

Il secondo:

«Democrazia: fare credere a ogni imbecille che la sua opinione conta.»

Seguendo ancora il pensiero del filosofo padovano, i “nuovi vizi” che affliggono la società di quest’epoca post-metafisica (ovverosia l’omologazione, il conformismo, il consumismo, la sociopatia, la spudoratezza), spazzano via tutto ciò che l’individuo ha di unico e irripetibile. Il risultato è, per usare la locutio coniata dalla giornalista e scrittrice britannica Olivia Laing, una «solitudine collettiva».

Che fare, dunque, per guarire «dalla malattia più diffusa in ogni tempo su questo travagliato pianetino di periferia: quella mentale»? Cosmai crede che la mitologia (depositaria di saggezza), le plurisecolari tradizioni leggendarie (che offrono spunti di riflessione), la venerazione del passato (a cui Platone, per contro, guardava con ammirazione) siano inadeguati e inefficaci. Ergo, lo psicoterapeuta non offre il benché minimo baluginio di speranza.

Diverso, se non addirittura opposto, è l’approccio di Umberto Galimberti e di Claudio Amicantonio, per i quali l’innalzamento della coscienza alla philosophia è una consolazione. (Ma si pensi, anche, al trattato di Severino Boezio: De consolatione philosophiae e al saggio di Alain de Botton The Consolations of Philosphy.)

Per far sì che il buio del mondo ceda il posto al lumen e le cose si manifestino per quelle che sono, è all’uopo ritrovare la capacità di stupirsi (il thaumazein platonico). Ciò non vuol dire distruggere tutto, poiché – scrive Amicantonio in Errando nella verità«ritorneremmo proprio nello stesso punto in cui siamo. È urgente ri-mostrare il vero, il bene ed il bello».

© Antonietta Florio

Pubblicità

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...