Bruno Romani, Leopardi e Baudelaire

«Leopardi e Baudelaire: due nomi di poeti grandi e discussi, due scrittori tra i più ricchi di genialità insieme e di anomalie! Nella loro vita e carattere si potrebbero, pur tenendo conto delle essenziali differenze fra il pessimista e l’allucinato, trovare parecchie notevoli affinità.» (B. Romani, Leopardi e Baudelaire)

Leopardi e Baudelaire, i due maestri per eccellenza della «modernità» letteraria – per accogliere l’elogio d’apertura di Mauro Veronesi che del saggio Leopardi e Baudelaire di Bruno Romani ne scrive la Presentazione – vengono comparati con rigore metodologico e precisione documentaria.

Alla base di siffatta indagine vi è il tentativo (riuscito) di evidenziare affinità tra i due poeti, di mettere in rilievo gli scambi interculturali ricchi di suggestioni poetiche, e di offrire spunti per ulteriori ricerche che proseguano in tale direzione. Ad arricchirla (l’indagine) sono due scritti: il primo di Vittorio Amedeo Arullani, «testimonianza e ricordo di un giornalismo letterario al quale non siamo più abituati»; il secondo di Lionello Fiumi, autore par excellence della «critique poétique immaginosa, lieve e soggettiva».

Una relazione tanto pericolosa (per parafrasare, sia pure en passant, Laclos) quanto più imperniata sulla consapevolezza sia del recanatese che del francese di un universo dominato dal male e ad esso votato. Di conseguenza, la Bellezza e la Natura sono, per entrambi i poeti, «essenze ineffabili, avvolte da una cortina di silenzio, impossibili da cogliere e ritrarre appieno con la parola».

Il fulcro della quaestio non concerne la ricerca alla domanda dellunde malum?, ma s’innesta – almeno nella poetica leopardiana – sulla necessità di comprendere il motivo per cui l’individuo è destinato a soffrire, a fare l’esperienza del nulla, da cui ha origine il tedium vitae. In proposito, Veronica Di Paolo, in Il problema del male in Giacomo Leopardi, scrive:

«Nessun piacere che l’uomo possa raggiungere nel corso della vita, potrà però mai dargli la felicità. Ogni piacere materiale non può infatti che rivelarsi limitato ed effimero a fronte dell’assolutezza e dell’infinità del desiderio.»

È ciò che, in termini baudelairiani, si definisce spleen. A differenza della noia leopardiana, che se da un lato ingenera l’infelicità umana e il senso della nullità di ogni cosa, e dall’altro è un sentimento nobile e dignitoso, poiché permette di prendere coscienza dell’essenza della vita, lo spleen baudelairiano è di natura patologica e drammatica.

Se ne può avere conferma se si considera l’etimologia greca del termine, designante la milza, quale sede – per i medici antichi- della malinconia (l’«atra bile», nell’accezione filosofica ficiniana) e dell’umor nero. Robert Vivier precisa:

«Lo spleen è […] più amaro della tristezza, più cupo della disperazione, esso è più acuto della noia. È come un vuoto che traccia, intorno all’anima, un cerchio maledetto che la tiene prigioniera.»

La triade infinito-vago-indeterminato, sulla quale si staglia imponente il mare, è l’elemento comune ai due poeti in egual modo pessimisti: «La nostra essenza volge verso gli abissi dell’immensità, attraverso l’apparizione dell’infinitezza del mare». I due geni della modernità letteraria sono sì «poeti d’inferno» – come ha osservato Giuseppe Ungaretti -, ma hanno arricchito enormemente l’umanità.

Entrambi, Leopardi il saggio e Baudelaire l’allucinato, esperiscono «l’arido vero», che obnubila prima e ottunde poi la forza del pensiero, la vivacità dell’immaginazione. Entrambi esprimono liricamente lo smarrimento e la douleur di un’intera generazione.

La dissertazione di Lionello Fiumi evidenzia che il punto d’incontro fra il classico italiano e il decadente francese è «il desiderio, che è poi illusorio, di una felicità quasi animale in età lontanissime, bibliche o preistoriche». Trattasi, perciò, di un’inquietudine spirituale comune a entrambi, giacché «navigano entrambi in un mare d’illusioni, di desideri e di rimpianti dove finiscono per provare il piacere di smarrirsi».

Differente è, invece, la maniera di fare arte e di guardare il paesaggio. Infatti:

«Leopardi non conoscerà mai la voluttà di creare il quadro per il quadro, senza asservirlo alla cornice massiccia d’un pensiero o d’un simbolo. Baudelaire, più moderno, gode il piacere, tutto impressionista, di posare un colore accanto a un colore, una linea accanto a una linea, unicamente per rendere un momento pittorico.»

Interessante è, in proposito, il significato dell’atto creativo in Baudelaire. Silvia Peronaci ne ha redatto un essai philosophique, il cui titolo è, appunto L’atto creativo in Baudelaire, in cui mette ben in evidenza la polarizzazione tra «esistenza costruita, perfetta ma impersonale, ed esistenza vissuta, imperfetta ma personale». Questa ambivalenza è indice del “male di vivere” di Baudelaire, il quale è consapevole del valore inestimabile della vita, quanto più la sua natura è caduca e transitoria. Una volta di più, dunque, l’arte si configura come l’instrumentum a cui appigliarsi per salvarsi:

«L’esistenza costruita deriva da un atto creativo tendenzialmente meccanicistico: a una situazione reale avvertita come negativa Baudelaire cerca di rimediare con la creazione di un mondo parallelo e immune da incrostazioni mondane.»

Progresso e modernità sono due ulteriori concetti che consentono di mettere in parallelo l’autore dello Zibaldone e l’autore de Les Fleurs du Mal. Ma qui, l’attualità e l’originalità di del poète maudit – proiettato verso l’avvenire (con buona pace dei futuristi) e posto “al di là del bene e del male” (con buona pace di Nietzsche) – si manifesta palesemente:

«La «modernità» baudelairiana consiste in un esercizio in cui la libertà, rispettando il reale, lo violenta. E l’uomo moderno è colui che cerca di inventare se stesso, che si assume il compito di elaborarsi da sé. Una cosa che può fare in un solo luogo: l’arte.»

Ciò nonostante, l’homme moderne è l’oggetto di studio privilegiato sia di Giacomo Leopardi che di Charles Baudelaire, mossi e agitati da una medesima ossessione interiore, laddove il secondo ha esacerbato il pessimismo metafisico che angustia la poeticità del classico recanatese (definito da Ungaretti «il primo poeta ermetico») e che alimenterà la poesia moderna.

© Antonietta Florio

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...