Pierfranco Bruni, Il sortilegio della speranza

«Non ha senso rincorrere il tempo passato. Cerca di essere presente nel tempo che vivi perché soltanto così tu puoi essere nella vita, perché rincorrendo il tempo che è passato anche tu, insieme al tempo e a tutto ciò che è vissuto, diventi memoria. Una luna memoria. Tutto diventa memoria. Attenzione però, non tentare mai di fermare il tempo, affrontalo il tempo che vivi ma non attraversarlo con l’obiettivo di riportarlo indietro.» (P. Bruni, Il sortilegio della speranza)

Il sortilegio della speranza di Pierfranco Bruni si apre come una raccolta di racconti, la cui peculiarità è la brevitas narrativa. Il concatenamento tematico e concettuale di siffatti racconti, imperniati su riflessioni e osservazioni tanto acute e minuziose quanto profonde sull’esistenza, ha come risultato la costruzione di un vero e proprio romanzo, a metà strada tra il genere favolistico e il saggio, sorretto da due pilastri, da due motivi-guida: la speranza e la pazienza.

I personaggi che l’autore mette in scena, fra cui alcuni numi tutelari del panorama culturale (Corrado Alvaro, Maria Zambrano, Cesare Pavese, Salvatore Quasimodo, Giacomo Leopardi, solo per citarne alcuni), le cose inanimate che prendono vita, (ci) parlano e sondano le interiorità dell’essere. Non solo, ma si fanno espressione di una liricità tanto intensa quanto commovente e le parole sprigionano tutto il loro potere seducente: «La fabula è affabulare. Voglio essere affabulato dalla danza delle parole».

In ognuno dei racconti si percepisce l’anima di Bruni. Un’anima nostalgica dei tempi andati, imbevuta del ricordo dei genitori e della terra natìa, ma anche impregnata di sogno, altrimenti «la vita come può essere vissuta senza ancorarsi a un filo di sogno» e di fantasia, giacché «la fantasia è la vita e la vita se non è fantasia è un giocattolo che non serve più».

Ricordo e memoria sono gli altri due nuclei tematici che attraverso il testo:

«I ricordi sono agonie ora che il castello piange sulla sua sorte, ma la memoria è soltanto nostalgia che ci aiuta a scrivere la vita. Il teatro è dentro di noi e le maschere sono il tempo che non c’è più.»

Un viaggio nel regno della bellezza, lungo le rotte dell’impossibile, nell’isola della propria mente e del proprio cuore, alla ricerca di un orizzonte che bisogna trovare dentro di sé, imparando ad ascoltare la magia della memoria:

«Se la terra non la porti dentro, non la troverai mai. Se la terra non la porti dentro non ci saranno terre che ti potranno accogliere perché l’inquieto e l’inquietudine vivono dentro di te.»

E poi l’amore, imprevedibile e meraviglioso, avventura e favola a un tempo, attraversa i labirinti dell’anima e giunge al cuore, che dell’amore – appunto – ne è la dimora e la custodia. Lì dove le parole non servono, e si rivelerebbero superflue, sono i battiti a comporre melodie, sono le percezioni a fungere da guida, come accade a La principessa dai capelli rossi che

«non era rimasta in attesa del ritorno del suo antico amore. Non smetteva di custodirlo perché era convinta che soltanto il ricordo ci salva dalle angosce. I suoi occhi restavano nei suoi occhi, la sua bocca sulla sua bocca nel canto lieve delle nostalgie.»

Il sortilegio della speranza è, dunque, un viaggio in cui il protagonista è un «nomade spirituale» alla ricerca di sé che travalica i confini dello spazio-tempo, ripercorre le zone del mito, che a sua volta va alla ricerca del sacro, per approdare nella terra magica della letteratura. E qui si trova la chiave che apre le porte della pulchritudo, che consente l’accesso nel mondo dei sentimenti più nobili e delle emozioni inossidabili, dell’alchimia delle sensazioni che, mettendo a tacere le parole, vivono nelle palpitazioni e nei sussulti del cuore, nel silenzio e nella solitudine della contemplatio.

«La letteratura resta sempre la finzione della verità. La finzione è un doppio e la verità è la recita nello specchio. Il sacro ha il mito nelle ciglia.»

Realtà e finzione, storia e onirismo, vita e scrittura formano un unicum che affascina e seduce quanto più Pierfranco Bruni si rivolge direttamente al «caro lettore» esortandolo a scrutare fino in fondo il paesaggio dell’anima per inventarsi, conoscersi e scoprire l’immenso che è.

Del resto, «Non c’è cosa più triste di una stella che crede di essere un banale pianeta». Ciò che qui si realizza è l’intreccio sì straordinario, ma tutt’altro che imprevisto, tra la letteratura e la filosofia. E queste, a loro volta, si fondono con la vita, «una straziante allegria che non mette in conto i naufragi».

Ma «Il silenzio e la pazienza ti salveranno. Sempre!». E accorreranno anche le tre lune,

«Sulla via della Memoria./ Sulla via della Nostalgia./ Sulla via della Profezia./ Che portano a tre Piazze./ La prima porta alla Piazza della Pazienza./ La seconda alla Piazza del Sogno./ La terza alla Piazza della Conoscenza./[…] Le tre lune sono state sempre il mio viaggio nel mio viaggio accanto nel mio viaggio dentro, nel mio viaggio che sa essere mai equilibrio e sempre ricercata armonia.»

In questo desiderio di equilibrio è all’uopo armarsi di pazienza sia per impedire alla melancholia di prendere il sopravvento, sia per resistere alla violenza della tempesta, la qual cosa sembra riecheggiare la lectio di Zarathustra: «Bisogna attraversare il caos per partorire una stella danzante».

E poi, ancora, l’invito è di sorridere anche quando tutt’intorno è buio, ad affrontare i fantasmi del buio per uscire dalla caverna, Platone docet, e godere del riverbero della luce della vita, della gioia dell’Essere. Come dice il cappellaio magico, «Guarda sempre il sole quando le ombre occupano il tuo sguardo. […] Abbi sempre il coraggio di sorridere anche quando il riso diventa ironia».

© Antonietta Florio

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