Bruno Nacci, Dopo l’innocenza

«Allora lui era letteralmente dolore. C’era solo il dolore e più niente da consumare, nessuna frangia da esplorare, niente dove cercare rifugio. E per quanto stringesse i pugni, fino a conficcarsi le unghie nel palmo delle mani, per quanto chiudesse gli occhi come per non vedere neppure il buio e tutto quell’orrore che marciava a ranghi compatti dentro di lui, appena l’attacco era cominciato lui cessava di esistere. O meglio esisteva come semplice terreno per il dolore, un atroce carburante che levava fiamme altissime in nessun luogo. Cessava persino di pulsare il cuore del male, era tutto in fiamme e non c’era altro che la sua essenza viva che ardeva.» (B. Nacci, Dopo l’innocenza)

Dopo l’innocenza è una raccolta di racconti in cui Bruno Nacci viaggia e ci fa viaggiare nel mondo del prima e del dopo: «Prima dell’innocenza non c’è niente. Ma dopo? Dopo l’innocenza c’è il caos, lo smarrimento o riaffiora l’umanità perduta?». Rispondere a questi interrogativi forse si può, ma solo a patto di lasciarsi coinvolgere nel mondo dei personaggi che abitano questi racconti.

Ed ecco che le domande sopracitate subiscono una reductio ad unum: se l’innocenza è qualcosa di connaturato a noi e al nostro essere umani – rilevando qui una riflessione aforismatica di Mauro Cosmai «C’è differenza fra essere umano e un essere umano» -, questa condizione di innocenza quando viene persa? E perché?

Può accadere per gioco, per azzardo o magari per dare una scossa a un’esistenza e a una carriera che, paradossalmente, è statica nel suo essere in movimento. Ciò accade, ad esempio, a un avvocato quarantenne che, immediatamente dopo aver accettato una proposta illegale, si sente soffocare, tanto da voler intraprendere un viaggio in un paese lontano e sperduto. In sottofondo, la voce del suo mentore che gli ripete continuamente:

«Siamo al di qua della riga, ma basta un passo falso e passiamo dall’altra parte e per noi allora non c’è ritorno.»

All’innocenza intesa in senso di colpe materiali fa da contraltare un altro tipo di innocenza, ossia quella che ha a che fare con la condizione esistenziale, con la dimensione spirituale, che coinvolge la sfera dell’astratto. È il caso della ragazzina che affronta il divorzio dei genitori rifugiandosi nell’anoressia e nella droga, «perché in certi momenti stordirsi è necessario».

Ugualmente paradisiaca è la musica che, come una sorta di tappeto di Aladdin, la porta lontano dalla vita, lì dove crede di non soffrire:

«Ma era la musica che riusciva a farla volare, la musica che penetrava nel sangue e nei polmoni e con uno spolverio d’oro la rendeva magica, come uno dei folletti delle favole che da piccola le raccontava suo padre. Per un’ora, fino a quando sarebbe terminata la sequenza di canzoni che aveva scelto, sarebbe stata un’altra.»

E ancora:

«Non c’era niente che amava più di quel volo felice nel quale il suo corpo vibrava senza più peso e non doveva fare altro che lasciarsi sferzare dall’aria tiepida sul volto, lasciarsi accecare dalla luce. Il cielo era sempre luminoso e quanto più s’innalzava quanto più le sembrava di non avere un corpo, di essere solo quello slancio verticale, quella carezza d’aria e di luce.»

Emblematico è anche il racconto dell’intellettuale che incontra dopo tanti anni un’ex allieva e se ne innamora. Non manca qui una riflessione sull’utilizzo e sul ruolo che hanno i Social Network nella nostra società globalizzata e ipertecnologica. Gli incontri fra i due personaggi testimoniano sì una perdita d’innocenza, benché il rapporto – se così può definirsi – non vada oltre una conversazione su Messenger, seguita poi da incontri in luoghi pubblici, ma sottendono anche una reimpossessarsi della suddetta condizione di innocenza precedentemente persa.

Che fare, infatti, quando ci si accorge di non essere compatibili? Che fare quando due vite sono profondamente diverse e (s)corrono su strade parallele? Si torna al punto in cui si è partiti.

«Non l’ho più rivista, né sentita, non ci siamo scambiati mail e messaggi su fb, neppure gli auguri per le feste. è stato come se entrambi avessimo avvertito che era meglio rientrare nelle proprie abitudini, tra le persone con cui ci capiamo e che non si allarmano se ci comportiamo come al solito, per un senso di lealtà e forse di prudenza.»

Non viene risparmiata neppure l’innocenza di Salomon, un ex rabbino e teologo stimato, che «da quando sua moglie era morta viveva solo. Non aveva avuto altre donne, non ci pensava ma sapeva di desiderarle». Salomon è una persona comune, conduce una vita normale, laddove però la qualificazione di “normale” diventa sinonimo di sterilità, appiattimento e il modo – l’unico – per ovviare a un tale orrore, è deporre il Grande Libro e scivolare nella degradazione dei gironi infernali:

«Tutto era normale nella sua vita, la normalità era forse quella blanda certezza che non sarebbe mai finito nella cronaca cittadina del giornale? Una o due volte al mese era felice con Rosanna. Non le chiedeva niente di strano, era come aggiungere una spezia in un piatto senza sapore. La sua vita era un piatto senza sapore?»

Del resto, tutti hanno una ragione per fare quello che fanno, ma «certe ragioni non sono fatte per noi».

© Antonietta Florio

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