Paola Bianchini e Silvia Peronaci, Sofferenza e dolore. Intorno a Paul Ricoeur

«Non tutte le vite scelgono di essere spese secondo il paradigma della felicità; alcune si spendono anche nella conoscenza del proprio dolore e di solito, come lo attestano molti esempi, sono le migliori: mettersi in ascolto ed essere al loro fianco, c’insegna Ricoeur, è dovere delle scienze umane. L’incontro della filosofia con la cura, cioè il prendersi a cuore le sorti degli altri, ha rappresentato per me una sfida, dimostratasi negli anni sempre più fruttuosa. È per questa via che la filosofia può riappropriarsi di uno dei suoi compiti originari: educare alla domanda di senso e riconfigurare il vissuto. La «sapienza» filosofica, in tal senso, può diventare pratica e assumere la forma di una relazione d’aiuto. C’è una dimensione esistenziale ineludibile del dolore che, prima di diventare fastidio o annichilimento, è parte di ogni individuo. Riconoscere quale sia la reale domanda che si cela dietro ogni esistenza, significa togliere, mediante una nuova consapevolezza, potenza al male.» (P. Bianchini e S. Peronaci, Sofferenza e dolore. Intorno a Paul Ricoeur)

«La sofferenza umana tocca nel profondo l’essere umano che la vive ed è uno dei fattori costitutivi dell’esistenza» scrive Eugène Minkowski in La sofferenza umana. Aspetto patico dell’esistenza. Una frase che trova conferma nel pensiero di Paul Ricoeur, il quale, interrogandosi sul soffrire, distingue (a livello teorico), tra dolore (fisico)«nascosto nel silenzio degli organi» e sofferenza (psichica) – che «si apre alla riflessività e al rapporto con sé», ma «non è esente da una certa somatizzazione».

È quanto viene messo in evidenza da Paola Bianchini e Silvia Peronaci in Sofferenza e dolore. Intorno a Paul Ricoeur. Le due autrici precisano che:

«L’analisi s’iscrive in una riflessione più generale sull’involontario, struttura sottostante dell’esistenza, e in una fenomenologia della passività, vista come il rovescio di quel tutto costituito dall’agire e dal patire.»

Ricoeur, sia pure nel tentativo di trovare un punto d’incontro tra «semiologia filosofica» (l’asse sé-altri) e «nosografia psichiatrica» (l’asse agire-patire), affronta la tematica della sofferenza dal punto di vista della philosophia, strumento ermeneutico indispensabile e compagna di vita. Questo perché il soffrire implica una separazione dall’Altro e smantella la soggettività, rendendo il soggetto più fragile e impotente dinanzi al male provato: «Ridotto al sé sofferente, l’io è piaga viva, ricacciato dentro se stesso».

Onde ne deriva una diminuzione dell’operosità, una forma estrema di passività, che rende l’uomo patiens e agens a un tempo. Subire il male, perciò, non è un atto assoluto, poiché «un grado minimo di attività viene incorporato nella passività del soffrire». Detto altrimenti, un male subìto rivela un male commesso,

«l’agire – scrive la Peronaci – poggia sul patire e viceversa, in un ribaltamento di ruoli e di luoghi in cui il caos è un mare indomito che può solo essere navigato» .

Poco più avanti aggiunge:

«La sofferenza, per Ricoeur, non è una manifestazione fra le altre del patire ma ne è l’essenza stessa, derivante da un certo determinismo malefico insito in quell’agire volto a prevaricare, a interpretare la biodiversità come impossibilità d’essere, come ingiunzione al dominio e alla legge del più forte che rivaleggia, in modo nascosto e passivo, con l’ingiunzione alla vita buona.»

Si profila qui, e per ammissione dello stesso Ricoeur, un terzo asse in certo senso trasversale, catalizzato sull’interrogativo «Perché? Perché io?» e che non è più doglianza, ma s’inscrive nell’àmbito di una richiesta di giustificazione.

Ciò rende esplicita la contestazione ricoeuriana alla sentenza che Eschilo pronuncia nell’Agamennone: il pathei mathos, ovvero che la sofferenza insegna qualcosa all’individuo che soffre, lo fortifica e lo aiuta a crescere. Già, ma che cosa insegna?

Tentando di darne risposta, l’ermeneuta francese segue due percorsi delineati in apertura. In primis, egli osserva che «la sofferenza interroga»; dunque, dimensione etica e àmbito filosofico sono interconnessi. La sofferenza – dice Ricoeur – è in eccesso. «Soffrire significa soffrire troppo», alla stregua della frase balzachiana «Chi ha vissuto molto, ha sofferto molto».

Dunque, la souffrance è, ma non dovrebbe esistere. La qual cosa implica una trasposizione del problema dal piano morale al piano metafisico: il male non è morale, ma è leibnizianamente «fisico, cioè esistente in «natura», senza alcuna giustificazione nell’ordine morale».

Il secondo percorso, «la sofferenza chiama», riguarda più da vicino il rapporto con gli altri, la richiesta d’aiuto, di un soffrire-con. Ciò che Jan Patocka definisce «solidarietà tra gli sconvolti». Esperire la sofferenza e, dunque, la condizione di fragilità dell’individuo è sì «un’esperienza solitaria dell’animo umano», ma (ri)chiamando la sopracitata cum passione, il singolare e l’universale s’intrecciano e sarebbe impossibile riconoscersi nella souffrance e nella douleur se non ci fosse questo doppio movimento dall’Io all’Altro:

«Difficile è acquisire un posto nel mondo, difficile è trovarlo per se stessi, ancor più difficile, dal proprio posto, è calibrare la distanza e la comunione con gli altri. Così necessario è il confronto con l’alterità nella condizione umana! Così faticoso è mantenersi uno, singolo in mezzo agli altri di cui pure abbiamo bisogno per riconoscerci nella nostra precarietà!»

Per questa via, Paul Ricoeur ammette che la sofferenza (fenomenologia soggettiva), non solo trasfigura il reale, lasciando percepire l’universo come caos ed estraneo, ma compromette altresì la stima di sé e impedisce di cogliere ciò che c’è di buono nella vita. Di conseguenza,

«Finiamo per vivere con un fondo amaro di ansia, d’insoddisfazione, di rancore e d’infelicità ineffabili ma ingombranti […] Per non sentire la sofferenza necessaria, per non saperla sentire senza distruggerci finiamo per aggiungere altra sofferenza non necessaria e, dei giorni che passano, mangiamo solo la polvere che non sazia.»

In conclusione, l’analisi ricoeuriana, partendo dalla “sofferenza” nel suo senso antico di “sopportare”, “sforzo di esistere a dispetto di”, contrappone al pathei mathos eschileo il «desiderio di vincere senza far vinti», possibile solo se s’impara a sperare.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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