Umberto Galimberti, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto

«Abbiamo sempre bisogno di una favola che dia un senso, una forma, una profondità al nostro esser qui sulla terra, al nostro errare, una favola che ci renda meno impotenti di fronte al dolore del mondo. La teologia era una di queste favole, poi si è arresa alla ragione, ha voluto tutto dimostrare e, per andare d’accordo con il sapere, ha chiuso le porte alle stanze dell’immaginazione, dove tra le altre cose non troppo ragionevoli era custodito il limbo, un “luogo mancante di tutti i sensi”, dove un bambino senza nome, metafora di ciascuno di noi […] conserva almeno il potere di sognare.» (U. Galimberti, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto)

Sacro e desacralizzazione della realtà da parte del Cristianesimo, la cui conseguenza più immediata è «l’assolutizzazione del cosmo della ragione» è il tema su cui Umberto Galimberti si focalizza nel saggio Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto. Punto di partenza è appunto il termine “sacro”, di origine indoeuropea che significa “separato” e dal punto di vista ontologico di Eliade (per il quale Alfonso di Nola conia la parola pan-ontismo), sacro è «la realtà ultima da cui trae potenza e forza la vita».

Esso [il sacro] si riferisce a potenze che gli uomini hanno percepito (e percepiscono) come superiori a sé e, perciò, al di fuori delle loro disponibilità. I rapporti con le suddette potenze sono ambivalenti, poiché gli individui ne sono al contempo intimoriti e attratti.

Più precisamente, il filosofo asserisce che «il sacro è il luogo dell’indifferenziato», il luogo della contaminazione degli opposti, della confusione tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto. Ne consegue che il sacro “non è una condizione spirituale o morale”, ma è una qualità. Rea in certo senso della desacralizzazione del sacro è l’umana ragione, ovvero – asserisce Galimberti – un sistema di regole che consente agli uomini di intendersi negli scambi comunicativi e di limitare l’angoscia nei comportamenti.

La ratio è, per definizione, presieduta dal principio di identità e non contraddizione, per il quale una cosa è se stessa e non altro (A=A e non B). Un principio che tuttavia non è inalienabile, dal momento che i codici sono polivalenti e assommano in sé una pluralità di significati. Dunque, con la nascita della ragione l’uomo si è emancipato da Dio e, senza di Lui, forgia il suo mondo, crea la sua storia. Infatti:

«la religione nasce da un bisogno di controllo del mondo che ne garantisca la stabilità e riduca l’ansia che sempre si prova di fronte all’imprevedibile. Quando questo bisogno trovò parola attraverso il linguaggio e ancor più attraverso la scrittura, si ebbe meno bisogno di ricorrere all’interpretazione di segni o a esperienze paranormali, perché, con la scrittura, c’era ormai la possibilità di garantire la parola di Dio attraverso i profeti e i sacerdoti.»

L’attenuarsi della fede religiosa comporta la perdita della fiducia nel carattere salvifico dell’incarnazione di Dio che, nell’età moderna – l’età della tecnica – ha formulato ciò che Galimberti definisce teoria del progresso, ovverosia che «ogni stadio del tempo è compimento di certe preparazioni storiche e anticipazione di compimenti futuri».

La ciclicità della natura che eternamente si ripete è quindi soggetta a una trasformazione radicale. Mentre per i Greci, la vita è bellezza e crudeltà a un tempo e il dolore e la morte rappresentano l’ineluttabilità della legge di natura, appellandosi in ciò allo straziante grido di Sileno («Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caos e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: nn essere nato, non essere, essere niente»), il cristianesimo, che vede il male (il peccato originale) nel passato, guarda al futuro con speranza, fede e ottimismo. 

È, questo, un approccio psico-sociologico, laddove la psicologia «nella sua versione terapeutica, vede nel passato biografico l’insorgenza della nevrosi, nel presente la terapia, e nel futuro la guarigione».

Discorrendo in tali termini e avvalendosi di molteplici citazioni tratte da pensatori e filosofi di tutti i tempi (Eraclito, Platone, Gianni Baget Bozzo, Sant’Agostino, Giordano Bruno solo per citarne alcuni), l’autore afferma che il cristianesimo avendo perduto il rapporto con il sacro ha fatto del rapporto tra Dio e il mondo una questione etica.

Ecco, dunque, che una volta di più Umberto Galimberti condanna la tecnica (non la tecnologia), che «consiste nel perseguire il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi», che, facendo della natura la materia prima, è diventata il vero soggetto della storia e ad essa sono subordinate le esigenze dell’uomo. Insomma, la tecnica abolisce lo scenario umanistico, estingue il reperimento di senso e ha un carattere fondalmentalmente afinalistico,

«perché non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità. La tecnica funziona […]»

e, citando Emanuele Severino,

«è il primo fine da raggiungere per poter poi perseguire tutti gli altri scopi che, in assenza del dispositivo tecnico, resterebbero dei sogni».

Di conseguenza, anche l’uomo diventa “astorico” (G. Anders), in quanto dimentica il passato e cancella il presente per pensare al futuro in vista del suo proprio potenziamento. Nasce così un uomo nuovo che non riesce e non sa più conferire un senso alla realtà che lo circonda; un individuo che esperisce il negativo, l’astrazione dell’artificialità, quali conseguenze della detronizzazione di Dio, del crepuscolo della religione, della nietzschiana “morte di Dio”, che altro non è che il tramonto della metafisica inaugurata da Platone (Heidegger). Ma è anche la perdita di un punto di riferimento. È – in definitiva – la notte del nihilismus,  ossia «i valori supremi perdono ogni valore».

Abissale è, allora, la distanza dai Greci  elogiati da Nietzsche per il coraggio di guardare in faccia il dolore, che tuttavia essi non amano. Amano invece la vita e agiscono per accrescerla e potenziarla. Azioni che, tuttavia, obbediscono all’imperativo del katà métron, «perché senza misura, ogni tentativo fallisce». E come recita anche il poeta latino Orazio nelle Satire:

«Est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum.» («esiste una misura nelle cose; esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto.»)

© Antonietta Florio

Pubblicità

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...