Dionisio di Francescantonio, Dallo stesso deserto, nella stessa notte

«Per una naturale associazione di idee, mi venne in mente Rimbaud. Sapevo ormai da tempo che tante cose ci accomunavano, anche se mai come in quel momento avevo sentito l’affinità che ci univa. In fondo la fuga dalla sua vita precedente non era tanto dissimile dalla mia, se non per alcuni dettagli, tra cui quello, non trascurabile, che lui aveva avuto in dote precocemente il genio letterario; anch’io ero stato indotto a lasciare l’Europa e a scegliere come teatro della mia esistenza l’Africa non tanto, alla fine, per l’ennui del già visto e del troppo conosciuto, quanto per la vergogna che avevo provato verso la futilità della mia vita, verso lo spreco che ne stavo perpetuando: per questo avevo voluto cambiare aria e abitudini.» (D. di Francescantonio, Dallo stesso deserto, nella stessa notte)

Africa, ultimo ventennio del 1800. L’io narrante, fittizio ma storicamente ben delineato – il contesto è infatti la presenza delle truppe italiane in Abissinia che di lì a poco saranno coinvolte nella guerra contro Menelik II, che si conclude con il trattato di Addis Abeba a seguito del quale viene riconosciuta l’indipendenza dell’Etiopia – incontra Arthur Rimbaud datosi a una nuova, ennesima fuga dopo la pubblicazione di Une Saison en enfer.

Il poeta francese giunge nel continente africano per sfuggire dalla gabbia della realtà parigina, rifiutando regole, obblighi e convenzioni sociali di cui sua madre in primis ne esige l’osservanza e il rispetto. Il narratore è impressionato ipso facto dall’immagine di Rimbaud, nel quale scorge un qualcosa di villano e di sgradevole nel contegno, ma al contempo una certa qual forma di eleganza nella fisionomia, un’accentuata inquietudine che il suo sguardo cristallino tradisce.

«Era, indubbiamente, un uomo affascinante, giovane […], ma con uno scetticismo e un disincanto nella fisionomia e nel contegno che non appartenevano alla nostra età e gli conferivano un che di logoro e di sgradevole, […]. Mi colpì soprattutto lo sguardo inquieto dei suoi occhi turchini nel volto scarno combusto dal sole; uno sguardo enigmatico dove, […] persisteva un lucore tenace di travaglio e tetraggine, qualcosa che faceva pensare a un’insoddisfazione, forse a una struggente e naufragante amarezza.»

Questa immagine descrittiva e potentemente evocativa segna l’atto d’inizio del romanzo Dallo stesso deserto, nella stessa notte ed è con questa immagine che Dionisio di Francescantonio firma la sua dichiarazione d’intenti. Alternando momenti storici a riflessioni esistenziali, indagando e scrutando (nel)la psiche del poète maudit, sviscerandone i tratti più profondi, l’autore vuole restituire la storia di Rimbaud, comprendere e far comprendere le ragioni per le quali egli abiura l’ambiente in cui è nato, rifiutando di lasciarsi imprigionare nella rete soffocante e limitante dell’omologazione.

Unica legge: obbedire a se stesso, partire per (ri)trovarsi e per scoprire chi è. In nome di questo imperativo, Rimbaud ha lasciato la certezza di una vita agiata (negli ambienti letterari, del resto, si era già affermato, riscuotendo successo) per incamminarsi lungo un sentiero turbolento e non privo di rischi dentro di sé, prima ancora che al di fuori.

L’universo poetico (Les Poètes maudits) e prosastico (Une Saison en enfer), nel quale il narratore si addentra, testimonia il «delirio di un’anima priva di ogni freno inibitorio», è il modo con cui Rimbaud urla la propria insoddisfazione. È, ancora, la doglianza «di chi non riesce a trovar posto nel mondo degli altri», di chi è stato deluso e non ha altro desiderio che volgere le spalle al passato, straniarsi da esso (ciò che nell’alveo cinematografico il formalista russo Viktor Šklovskij definisce ostranenie), compiere un’operazione di rimozione totale e totalizzante.

Come? Con un’ars scribendi intrisa di mistero e concitazione, dalla quale traluce un’implacabile disperazione, una veemente tempesta interiore che non dà e non ha tregua. È così che Rimbaud si (dis)perde e s’inabissa nelle zone di sé più recondite e stravolte, purtuttavia non riuscendo a trovare un approdo e fallendo rovinosamente.

«Nella sua [di Rimbaud] volontà di rifiutare un orizzonte di vita probabilmente ritenuto troppo angusto per il suo desiderio di libertà e di conoscenza, sembrava animato soprattutto dal proposito di distruggere in una sorta di fuoco purificatore tutto ciò che aveva conosciuto. Ma è probabile che non avesse idea di come l’ordine nuovo da lui vagheggiato dovesse configurarsi. Questo poteva spiegare il suo improvviso abbandono della poesia, forse perché non vi aveva trovato quel senso di vita diversa che cercava.»

Mosso da pietas prima e da empatia poi verso un giovane che ha avuto l’ardire di intraprendere e affrontare un cambiamento così drastico, l’io narrante vi scorge, unterwegs, una forte affinità. L’uno è lo specchio nel quale l’altro, dopo una minuziosa riflessione su se stesso, si rivede e si (ri)conosce.

Non manca naturalmente la curiosità, che anche in questo caso è il sale della vita, di scavare nella vita di Rimbaud, scoprire perché ha barattato la poesia con il commercio, l’agio con il disagio di zone pericolose e impervie come quelle dell’Africa orientale, abbandonare il tutto (materialmente inteso) per abbracciare il nulla.

Il fulcro del romanzo, dal ritmo lento ma piacevole quanto più scava a fondo e nel profondo, sta tutto qui: nel racconto rivelatore di Rimbaud. Non una mera biografia sulla vita, le opere e la morte (da manuale insomma), bensì una biografia che è anzitutto sentimentale. Una biografia che diventa autobiografia d’introspezione psicologica nelle pagine in cui la parola è affidata al ribelle, anzi maudit, poeta francese.

Dal dolore provato per tutta la vita al capezzale di una madre che non si profonde in atteggiamenti amorevoli, ma «era ossessionata dal male, dall’idea che i suoi figli potessero uscire dalla retta via e prendere il sentiero sbagliato», all’incontro con Paul Verlaine e la successiva liaison finita nel peggiore dei modi, il risultato è che

«Ero diventato schivo, chiuso in me stesso, solitario, poco loquace, ma dentro di me covavo un odio silenzioso verso le regole di vita da caserma impostemi da mia madre. […] Urtavo continuamente nel punto più sensibile della mia mortificazione, quello in cui il dolore diventa insofferenza e furore. Mi sentivo debole, impotente, incapace di proteggere il mio animo ferito. […] Tutto quello che sentivo restava prigioniero nel mio petto, ma ero nauseato d’ogni cosa, di me, degli altri, annichilito e scoraggiato nella mia prostrazione.»

Amarezza e risentimento nei confronti della madre, odio verso il mondo, ma soprattutto rancore verso se stesso per l’incapacità di riconoscersi («Chi ero o che cosa volevo essere? Non lo sapevo ancora e mi maceravo solamente nel mio furore ispirato da un rifiuto cieco della mia vita precedente»), di ricostruire una lacerazione insanabile («S’era strappato il mio legame con la vita e vagavo nel vuoto, alla deriva») spingono dunque Rimbaud a rifugiarsi in un altrove lontano e differente, addirittura contrapposto, dal luogo di provenienza.

Dalla poesia «come sostegno della mia ribellione» alla ribellione della poesia, con conseguente nuova fuga, alla ricerca di qualcosa che possa placare l’insoddisfazione, il rancore, la sensazione terribile di essere niente, di non essere nessuno: questo è l’esperire viatico di Arthur Rimbaud. Poète maudit, certo, ma prima ancora «figlio di penìa» – definizione che il padre della Sociologia italiana Franco Ferrarotti adopera per Dante -:

«I figli di penìa cercano, sempre; abbandonando le cose sicure, l’ordine stabilito; sperimentano, dentro di sé, una strana carenza esistenziale, un indefinibile indolenzimento interiore, l’esigenza del «totalmente altro», il bisogno di partire per un viaggio senza mèta e forse senza ritorno, pur sapendo che il «là non è mai qui». I figli di penìa partono verso l’ignoto, perennemente insoddisfatti, trascendono la datità e il sonnambulismo del quotidiano nei sogni profetici all’alba; cercano la pienezza empatica con l’altro e il diverso da sé per ricostituire l’integrità unitaria delle origini.»

Un’anima, come quella foscoliana, destinata alla tempesta perpetua, che beneficerà di una breve ma intensa pausa con Mariam, la donna che vive nei suoi ricordi e che ha regalato a Rimbaud momenti di leggerezza, quasi di serenità.

«La vera intenzione della sua vita egli non la conosceva, non riusciva a capirla. Era capace di muoversi solo attraverso una veemente incoerenza. Per trovarsi, aveva voluto proiettarsi oltre se stesso e oltre la percezione naturale delle cose, ma in quel modo aveva finito per lambire unicamente il vuoto. Le sue esperienze lo avevano ridotto in pezzi, lasciandolo sulle rive del nulla.»

Del resto, dove andare quando si è in preda all’angoscia? Dove andare quando nel deserto della vita non si sa più a chi o cosa appigliarsi? Dove andare, dove cercare rifugio per sopperire al senso di perdita, di sconfitta, di fallimento, «di disfacimento del senso stesso della nostra esistenza»? Dove mettere radici, se per tutta la vita il sentimento predominante è stato di sradicamento, di una presenza assente, di inutilità irritante e devastante, di essere un apolide senza speranza che conduce due vite separate e in alcun modo conciliabili, quella interiore e quella del mondo vero, reale? Dove, ma soprattutto come si fa a fuggire da se stessi?

Leggere Dallo stesso deserto, nella stessa notte non solo è un’occasione per un discorso a tu-per-tu con Arthur Rimbaud, a prescindere che si conosca la sua storia di vita e di poeta e le sue peripezie (lacune che il romanzo in parte colmerà), ma può fungere da pretesto per un incontro serio, crudo, magari definitivo con quella parte di sé più profonda, latente, quella che incute più timore e che, per ciò stesso, si evita di slatentizzare.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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