Antonio Catalfamo, I confini della letteratura. Filosofia e scienza nell’opera letteraria. Da Dante a Leopardi

«Il critico, cioè, deve cogliere, nel loro insieme, i «contenuti ideologici» dell’opera, i suoi legami con i «contesti» (storico-politico, economico-sociale, culturale, letterario), i suoi profili stilistici e formali, la psicologia dell’autore e dei suoi personaggi, la dimensione filosofica e quella scientifica.» (A. Catalfamo, I confini della letteratura. Filosofia e scienza nell’opera letteraria. Da Dante a Leopardi)

Dimostrare il carattere interdisciplinare dell’opera letteraria, che si realizza nella triade letteratura-scienza-filosofia è l’obiettivo che Antonio Catalfamo si pone nel saggio I confini della letteratura. Filosofia e scienza nell’opera letteraria. Da Dante a Leopardi. Necessario è superare «la barriera artificiale tra cultura umanistica e cultura scientifica», andare oltre l’idealismo crociano e gentiliano, all’origine della svalutazione della scienza, giacché «se la realtà è un prodotto del pensiero, allora la scienza perde il suo oggetto d’indagine, vale a dire proprio il mondo reale».

Se da un lato il tentativo dello strutturalismo è consistito nell’imprimere maggior oggettività all’analisi, eliminando valutazioni ideologiche – la qual cosa risulta impossibile dal momento che la Weltanschauung è personale e connessa con il contesto entro cui l’autore vive – ; dall’altro, la critica sociologica appare anch’essa limitata nel circoscrivere la metodologia analitica dell’opera letteraria con il contesto economico-sociale, ignorando e trascurando molteplici altri elementi che pure influiscono nel processo creativo.

Passando in rassegna alcuni degli autori fondamentali del panorama culturale italiano – Dante Alighieri, Niccolò Machiavelli, Giordano Bruno e giù fino a Giacomo Leopardi – l’Autore tende a dimostrare come e quanto sia stretto e intimo il legame tra letteratura, scienza e filosofia. Inoltre, egli precisa – sulla scorta di Franco Ferrarotti – che letteratura e sociologia non devono essere confuse.

L’analisi dell’opera letteraria non può scindere la forma dal contenuto, ma tenendo conto dell’interconnessione tra i vari àmbiti dello scibile, e non da ultimo della psicologia dell’autore, deve essere effettuata tenendo conto di molteplici aspetti. Nel mettere in evidenza l’interdisciplinarità del fatto letterario, Catalfamo si sofferma su alcuni autori fondamentali del panorama culturale italiano e, a proposito del Sommo Poeta, soprattutto con riferimento alla Comedìa, puntualizza:

«Il grande merito di Dante è stato quello di aver creato un’opera che è espressione della cultura del suo tempo, ma che, nel contempo, acquista un’autonomia artistica, grazie alla forza creatrice dell’autore che ce la fa apprezzare da un punto di vista estetico.»

La conciliazione di più àmbiti dello scibile, nonché la loro compenetrazione, appurano invero la grandezza della creazione poetica di Dante. Questi, infatti, si serve della scientia e della philosophia dello Stagirita – sul cui collegamento Catalfamo si sofferma a lungo – sia per far prevalere la poesia, ma anche per coinvolgere emotivamente il lettore attraverso una serie di «strategie comunicative».

Dunque, la scienza è messa al servizio del racconto poetico e il coinvolgimento emotivo e passionale scaturisce dal racconto impregnato di realismo, non solo per via delle immagini utilizzate, bensì anche grazie allo stile, ricorrendo a frasi brevi, semplici atti a sollecitare l’immaginazione del lettore che in siffatto modo proverà le medesime emozioni del Sommo Poeta.

L’Autore della Divina Commedia ha fatto qualcosa di più che rappresentare la sua epoca. «Ha saputo rappresentare il dramma dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, la sua grandezza e le sue miserie». Del resto, al centro dell’opera c’è l’uomo imperfetto che segue un percorso di perfezionamento. Due gli effetti. Da un lato Dante fa leva sulla responsabilità che gli uomini devono assumersi nel riformare le loro proprie coscienze e il mondo in cui vivono; dall’altro lato, ne deriva un connubio, un intreccio tra l’elemento umano storicamente determinato e quello eterno.

Anche Machiavelli, figura illustre e fondamentale del «processo di umanizzazione della letteratura italiana e di affrancamento progressivo della stessa dalla trascendenza», scruta l’uomo. Con l’occhio dello scienziato ne osserva i comportamenti e le intenzioni nella realtà effettuale, l’agire sociale e la complessità della sua personalità al fine di trarne delle “norme d’azione” che possano fungere come base per la costruzione di una nuova società che assicuri il benessere generale.

Per questo è stato definito l’«Ulisse della politica», colui che sostiene il potere di autodeterminazione degli uomini e, in quest’ottica, l’essere umano non è semplicemente proiettato verso il trascendente, ma «collabora, seppure in posizione subordinata, con Dio nel fare la storia e costruire, in particolare, la società». In tal senso,

«Il Principe è un’opera rivolta non esclusivamente agli «addetti ai lavori», ma «a chi non sa», vale a dire al popolo, per l’appunto, perché prenda coscienza dei gravi problemi che affliggono l’Italia e si mobiliti per porvi rimedio. Così si spiega il fervore della scrittura, l’entusiasmo, tanto che abbiamo l’impressione di trovarci di fronte a un «manifesto politico» indirizzato al popolo, anzi sembra quasi che sia il popolo a parlare.»

Per dirla con Federico Chabod, Il Principe non è una mera esercitazione letteraria, un rintanarsi nel mondo delle lettere per aggirare la soluzione dei problemi concreti. È, piuttosto, un «manifesto politico», «una vera e propria lezione di vita per gli italiani».

Conoscenza diventa un termine-chiave quando Antonio Catalfamo si sofferma su Giordano Bruno, la cui filosofia mira all’unificazione tra Dio e l’universo, sulla falsariga di Marsilio Ficino che auspicava la nascita della pia quaeddam philosophia, laddove egli considerava il platonismo e il cristianesimo rispettivamente la vera filosofia e la vera religione.

Nell’accezione di Bruno è la «religione dell’infinito» che, attraverso lo slancio morale, ossia l’«eroico furore», spinge gli uomini a superare la loro «base animalesca». Altro dato essenziale è la stretta connessione, nel Nolano, delle dimensioni ontologica e linguistica. È tramite il plurilinguismo che egli dà una rappresentazione della vita in tutte le sue sfaccettature e di esso si serve come instrumentum di approfondimento della realtà.

In ciò, però, la nolana filosofia rileva la disproporzione fra l’uomo e Dio, il depotenziamento della conoscenza umana rispetto alla conoscenza divina, la cui Verità è un valore supremo e inaccessibile se l’uomo, invece di seguire l’acume della mens o della ratio, si affida alle percezioni sensibili ingannevoli e fallaci.

Giordano Bruno è sì interprete critico del suo tempo, quale epoca di turbolenze e nefandezze, ma detta interpretazione si nutre sia dell’intreccio tra vita e filosofia, tra filosofia e religione, sia travalica i confini tra i vari generi letterari, in modo da scongiurare un’interpretazione schematica e tradizionale.

Galileo Galilei è colui che meglio incarna il connubio tra scienza e letteratura. Addirittura Italo Calvino in un articolo sul Corriere della Sera, lo definisce «il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo», colui che «attraverso la parola letteraria cerca di costruire un’immagine dell’universo».

Si perviene così ad una frattura della linea di demarcazione tra poesia e non poesia, a distruggere – come affermato nell’incipit – la barriera artificiale tra cultura umanistica e cultura scientifica, operando un vero e proprio rinnovamento, dato che il

«compito dello scienziato (e del filosofo) non è quello di andare dietro le fantasie, come fanno i poeti, ma di perseguire la verità per via razionale, partendo dall’esperienza e formulando poi ipotesi attraverso lo strumento della matematica […].»

In tal senso, Galilei «si fa portavoce di una nuova visione della cultura, come strumento per incidere sulla realtà e sulla società». Ma se da una parte egli non mette in discussione, contrariamente al Machiavelli, le strutture politiche e istituzionali, dall’altra, la sua precisione scientifica è alla base dell’intreccio tra la scienza e la tecnica, che domina l’epoca moderna e (post)contemporanea, svincolando così la scientia dalla metafisica e sfaldandone l’impalcatura filosofica che fino ad allora l’aveva sorretta.

Leopardi, invece, è conscio del significato filosofico che ogni scoperta scientifica porta con sé. Egli sostiene che grazie alla scienza l’uomo possa guarire dalle illusioni – quivi compresi errori e superstizioni – che ne obnubilano la mente. Egli condanna l’antropomorfismo e l’antropocentrismo, prendendo di conseguenza le distanze dal mythos, che – benché popolato da figure eroiche e divine – racconta degli uomini e dei loro problemi eterni e insolubili.

Importante è – per il poeta recanatese – conoscere il vero e tale conoscenza può avvenire solo se ci si serve della ragione e della scienza. Una volta di più, dunque, si pone all’evidenza la relazione di natura interdisciplinare dell’opera letteraria, laddove essa è – come asserisce Leo Löwenthal, uno degli esponenti della Scuola di Francoforte – lo specchio della personalità dell’autore.

Ciò conferma l’impossibilità sia per l’autore che per il lettore di una valutazione oggettiva e completamente distaccata dal contesto in cui vive. Non si tratta di dare scientificità all’attività critica, la quale deve investire la totalità dell’esperienza umana. La critica, cioè, deve essere integrale: il testo non può e non deve essere valutato solamente nel suo contenuto ideologico, ma di esso si devono cogliere anche i legami con il contesto storico-politico, economico-sociale e culturale.

Per un viaggio agevole attraverso varie epoche, per un ripasso di alcuni degli autori più celebri del panorama culturale e letterario italiano o, più semplicemente, per il piacere di riscoprirli, la lettura è consigliata!

© Antonietta Florio

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