Franco Ferrarotti, Assenza e nostalgia del padre. Dal pater familias autocratico alla patria potestas condivisa

«L’individuo stesso allora, e non soltanto la società, […] entra in crisi e rivela tutta la sua miseria. Il soggetto si rivela allora per quello che è: un’idebita ipostatizzazione cartesiana (quoniam nominor ego). Dunque, nulla di definito, di dato, di congelato per sempre, bensì solo il crocevia di una serie aperta di relazioni multifunzionali: l’individuo come campo di espressione delle esigenze del sistema. Ma allora, dov’è il principio di individuazione? Dove sono i padri?» (F. Ferrarotti, Assenza e nostalgia del padre. Dal pater familias autocratico alla patria potestas condivisa)

Potere, globalizzazione, «società ipertecnicizzata, cablata, elettronicamente provveduta» sono alcuni dei focus su cui Franco Ferrarotti incentra la propria analisi nel nuovo libro Assenza e nostalgia del padre. Dal pater familias autocratico alla patria potestas condivisa.

Il volume si apre con una riflessione sui femminicidi. Un fenomeno da non sottovalutare e un segnale allarmante, poiché «un potere è tanto più pericoloso quanto più si sente minacciato». Il matriarcato non costituisce la soluzione al problema, la contrapposizione tra potere femminista e potere maschilista sarebbe erronea, «occorre [piuttosto] una terza forma di potere, al di là del dimorfismo sessuale, che aiuti donne e uomini a crescere secondo la loro misura naturale». Questo è il punto a partire dal quale l’Autore fa due precisazioni.

Anzitutto, la svalutazione della figura e del ruolo paterno all’interno della famiglia, ma anche nella società, che induce a pensare al ritorno del regno mitico della Grande Madre. Ciò implica un ridestarsi, un recupero anzi, delle strutture archetipiche nell’immaginario collettivo e popolare, nelle quali il padre è un essere superfluo, sottovalutato, addirittura eclissato, incamminatosi lungo il viale del tramonto.

Se da un lato questo potrebbe rappresentare una sorta di consolazione, nella misura in cui la certezza del passato spazza via l’insicurezza dell’alterità, tiene a freno i timori di ciò che sarà l’avvenire, dall’altro è indice di una regressione dal punto di vista umano che mal si coniuga, anzi è inversamente proporzionale al progresso scientifico-tecnologico. Ne Il mondo come vanità e recitazione, Mauro Cosmai espone la medesima questione con questa acutezza di termini:

«Siamo quindi di fronte a un’umanità che per contro regredisce nella sua maturazione sociale, civile e politica quasi in maniera inversamente proporzionale ai continui e regolari processi delle scienze, ignorando le verità oggettive e rimpinzandosi ancora di fiabe, leggende, storie miracolose e farneticazioni varie.»

Il risultato è che stiamo tutti trasformandoci in “sonnambuli del quotidiano”, ligi all’estetica piuttosto che all’etica, alla forma e all’immagine piuttosto che alla sostanza. Si ritrova qui il concetto heideggeriano di deiezione, ossia dell’uomo ridotto a cosa tra le cose. Dice Ferrarotti:

«La morale è surrogata dal «morale». Il senso del dovere vien fatto dipendere dallo stato dell’umore. Siamo nelle mani degli scienziati moralmente neutri. Il rigore morale sta per essere vantaggiosamente sostituito dal rigore matematico.»

Un medesimo concetto che Riccardo Molteni, il protagonista de Il disprezzo di Alberto Moravia, costretto per amore e per necessità, a deviare il cammino che avrebbe dovuto condurlo al coronamento del suo sogno, così enuclea:

«Ora, a ventisette anni, si hanno invece quelli che di solito si chiamano degli ideali… e il mio ideale è scrivere per il teatro… Perché non posso farlo? Perché il mondo oggi è congegnato in modo che nessuno può fare quello che desidererebbe e deve invece fare quello che gli altri desiderano… Perché c’è sempre di mezzo il denaro, in quello che facciamo, in quello che siamo, in quello che vogliamo diventare, nel nostro lavoro, nelle nostre aspirazioni migliori, persino nei nostri rapporti con le persone che amiamo.”»

La seconda precisazione, interconnessa con la precedente, chiarisce un dato di fatto: «La paternità è anche, forse in primo luogo, un rapporto culturale e morale che non consente dimissioni e che dura per tutta la vita». Onde ne deriva una presa di coscienza: la necessità di cominciare un nuovo cammino, avvalendosi di nuovi punti di riferimento.

Ora, un tale cambiamento deve prendere il via in seno alla famiglia. Essa deve essere assurta a locus formativo e informativo al contempo, ma la nube della desacralizzazione è tangibile, reale e costituisce un pericolo gravoso nella misura in cui va perdendo il suo significato più autentico. (È, d’altronde, il medesimo rischio che incombe sulla società intera.)

Prova ne sia, tra le altre cose, l’azzeramento totale (o quasi) della vita comunitaria nell’alveo familiare. Gli esigui scambi comunicativi – se e quando avvengono – sono contrassegnati dalla rapidità e dalla freddezza: «Non c’è tempo per scambiare idee, sentimenti, impressioni. Si va sempre di fretta e si è sempre in ritardo». Già, ma dove si va? E verso cosa? In nome di che cosa?

La techné ha sicuramente migliorato le condizioni e il livello di vita, ma dinanzi ai valori e ai problemi propriamente umani se ne resta muta e la familia ne risente pesantemente, subendone le conseguenze più disagevoli e nefaste. Ne deriva, osserva Ferrarotti, che

«La società, l’uomo stesso è divenuto un compito per l’uomo; per questa ragione, la società odierna è una realtà in movimento, una tensione verso uno scopo. […] gli scopi appaiono liquefatti e siamo entrati nel regno dell’indistinto teorico e del confusionarismo pratico. […] La scena sociale è ancora popolata di attori, ma le parti si sono confuse e molti attori hanno dimenticato le battute più importanti.»

L’autore, ampliando poi il vaglio critico al settore economico e dell’industrializzazione, definisce ibrida la realtà sociale italiana, laddove vi è il riconoscimento e l’adattamento a valori universali, ma al contempo resta aggrappata alla famiglia intesa in senso tradizionale.

L’Italia non è un paese agricolo e neppure industriale, ma occupa l’intermezzo tra i due suddetti sistemi, avvertendo il crollo dei valori con tanta angoscia, fino quasi a raggiungere un état di rassegnazione (cominciato con la fine del ’68 e con l’uccisione di Aldo Moro), quanto più non riesce a scorgere un modo per farsi strada, a profilare una via d’uscita da questa “notte del mondo”.

© Antonietta Florio

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