Antonio Catalfamo, Giovanni Boccaccio. Tra letteratura «cortese» e letteratura «popolare»

«È possibile individuare, quindi, dal punto di vista del contenuto ideologico, una scelta di classe da parte di Boccaccio narratore a favore della borghesia? Su questo aspetto, la critica letteraria italiana si è polarizzata in due opposte “unilateralità”. Da un lato la posizione di Vittore Branca, […] secondo cui il Decameron si configura come l’«epopea dei mercatanti». Dall’altro, Michelangelo Picone, […] si basa sulla condivisione dell’ideale cavalleresco e si pone in linea di continuità col modello aristocratico-cortese a cui si ispira la Divina Commedia.» (A. Catalfamo, Giovanni Boccaccio. Tra letteratura «cortese» e letteratura «popolare»)

Nel tentativo di aprire nuove strade nell’interpretazione del Decameron di Giovanni Boccaccio, statizzata oggigiorno intorno a due posizioni opposte, Antonio Catalfamo in Giovanni Boccaccio. Tra letteratura «cortese» e letteratura «popolare» comincia col mettere in evidenza la differenza tra la letteratura borghese del tardo Medioevo e quella cavalleresca e la posizione dell’uomo – anche scrittore – rispetto ad essa.

Dal momento che la letteratura del tardo Medioevo si contraddistingue per una rappresentazione realistica del mondo, l’uomo-scrittore, sul ciglio della strada, osserva minuziosamente il mondo circostante, diventandone a un tempo attore e spettatore. Da qui l’intreccio tra la «realtà estetica» e la «realtà empirica».

Sulla scorta di Dario Fo, per il quale la fisionomia letteraria di Boccaccio non può essere irrigidita e schematizzata entro le tradizionali classificazioni e che per questa via perviene a darne una definizione originale e in certo senso atipica, Catalfamo introduce la trattazione a partire dall’arrivo del Certaldese a Napoli.

Qui, osservando la dinamicità e la vivacità di questo microcosmo, il Boccaccio impara l’arte del narrare, coniugando la creatività popolare con un sano realismo. Difatti, la stesura del Decameron prende spunto da un fatto reale: l’epidemia di peste che dilaga in Europa e, nel 1348, colpisce anche Firenze. Il successo dell’opera è immediato, nonostante l’accusa di plagio nei confronti delle raccolte di novelle precedenti. Michelangelo Picone, approfondendo lo studio del Decameron e instaurando un parallelismo con Le mille e una notte nota una svolta positiva nel rapporto tra cultura occidentale e orientale.

L’accademico individua delle concordanze con la tradizione orientale sia a livello stilistico (il ricorso alla cornice per ritardare o annullare l’evento, la funzione mediatrice della donna tra l’arte di vivere e l’arte di narrare), sia dal punto di vista contenutistico, laddove il racconto dei giovani ha una funzione di contrappunto rispetto alla morte.

Oltre a ciò, secondo Picone, il Decameron, dal quale emerge una rappresentazione realistica e viva di Firenze «con uomini e donne avvolti nel vortice della vita», se da un lato riflette un maggior ottimismo del Certaldese rispetto a Dante, dall’altro, affianca il Sommo Poeta nel farsi portavoce degli ideali cortesi e cavallereschi, benché si tratti di una forma di “cortesia” del tutto nuova. Non più astratta, ma umana e terrena.

Catalfamo mette in rilievo anche il rapporto con i fabliaux francesi, sia pure en passant, per poi soffermarsi ampiamente sull’impostazione analiticamente critica di Vittore Branca, il quale definisce l’opera boccacciana «epopea dei mercatanti», per via dello stretto rapporto con il mondo borghese e mercantile nel quale l’autore vive.

Onde ne deriva l’unità inscindibile di forma e contenuto, di storia e ideologia. È da questa unità che scaturiscono le scelte artistico-letterarie ed è sempre la suddetta unità a caratterizzare le grandi opere letterarie. In tal senso Giuseppe Petronio, che si colloca in posizione mediana tra Picone e Branca, sostiene che «Boccaccio è espressione, sul piano umano e letterario, di questa nuova borghese aristocrazia comunale».

Di pari passo con i mutamenti storici del Trecento sino alle soglie dell’Umanesimo e del Rinascimento, Catalfamo segue l’evolversi della figura del mercante e, più in generale, del mutamento della concezione dell’uomo. Se Dante volge lo sguardo al passato, Boccaccio si fa promotore di una «rivoluzione culturale» che pone al centro dell’universo letterario l’homo novus, ossia il mercante.

Il Decameron si può perciò considerare come l’«apoteosi letteraria» dell’uomo borghese che

«anziché essere espressione di un contesto religioso, è un individuo pragmatico, portatore di valori molto concreti, talvolta un po’ rudi, che fa un uso strumentale quando occorre, di quelli cortesi e cavallereschi del passato […] e che trova il suo punto di sbocco nell’uomo borghese dell’età umanistica e rinascimentale, nella quale questo pragmatismo, liberato dal “compromesso etico” di comodo con gli ideali aristocratici, si sprigiona in tutta la sua durezza.»

Una volta di più s’instaura un parallelismo con la Divina Commedia. Se l’opera dantesca è il racconto del viaggio dell’uomo imperfetto verso il perfezionamento, il Centonovelle propone anch’esso un itinerario di redenzione spirituale, partendo dal culto del denaro e del malaffare, del calcolo e dell’inganno, per giungere, nell’ultima novella, alla vittoria della virtù.

© Antonietta Florio

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...