Aldo Giorgio Salvatori, Naufragio nel contromondo

«La perdita della sacralità della vita marcia di pari passo con la laicizzazione, la reificazione estrema di ogni singolo nostro gesto quotidiano. Solo lo scientismo e il positivismo esasperati possono camuffare il volto bifido del progresso. […] Il mito del progresso non può schiacciarci nella convinzione illusoria della fine dei nostri patimenti e dei nostri limiti terreni.» (A.G. Salvatori, Naufragio nel contromondo)

L’unica certezza di questa società liquida è l’incertezza, ha detto il sociologo Zygmunt Bauman. Mai parole furono così vere e al contempo spietate quanto più lo sguardo indagatore si spinge fin nelle viscere di questa nostra realtà caratterizzata da mutazione perenne e conseguente scissione. Termina l’era della comunità, dello stare insieme e comincia l’epoca dell’individualità esasperata, che sfocia nel mare dell’egoismo, per attraccare infine nella terra di nessuno.

«Ecco, questo è lo scenario che si presenta ai miei occhi di naufrago nel mondo che avanza. Naufrago, certo, perché mi sento come un passeggero costretto a lasciare il vascello che affonda in acque burrascose, ma l’approdo nella terraferma dischiude orizzonti e visioni ancor più turbolente. […] intravedo un continente agitato, confuso, centrifugo, un mondo nuovo, ma giunge da terre lontane e diverse.»

Tale è la dichiarazione d’intenti che sottende Naufragio nel contromondo del giornalista Aldo Giorgio Salvatori, che con le seguenti parole illustra la sua posizione:

«L’importante, per chi scrive, tuttavia, è indurre una riflessione più accurata sulle cause e sugli effetti delle mutazioni sociali ed individuali in corso. […] La strada che percorriamo è per alcuni tratti in discesa, per altri in salita, le curve sono tante, la sensazione di esserci smarriti, spesso, arriva quando non si può più comprendere da dove siamo partiti e qual è la destinazione finale.»

Il volume, diviso in due parti, si presenta come un diario di ciò che accade nella quotidianità. Sradicamento culturale, «detronizzazione dell’uomo e intronizzazione dell’animale», ecologia versus ambiente, e all’apice “politically correct” e “cancel culture” sono alcune delle riflessioni di Salvatori che evidenziano i pericoli cui è esposta la civiltà mondiale.

Che ne sarebbe del patrimonio culturale, è il quesito più o meno implicito, se uno scrittore come Philip Roth venisse condannato alla damnatio memoriae per la sua misoginia? «Si può cancellare – si chiede espressamente l’autore – la sua statura letteraria per queste debolezze umane?», per “vizi” che non gli sono stati perdonati?

Insomma, il celebre motto del “non fare di tutta l’erba un fascio” è anch’esso dimenticato. Anzi, cancellato. Dicasi lo stesso, sia pure per ragioni differenti, per Winston Churchill, Mozart, Dante, addirittura anche Omero.

Del resto, nel contromondo in cui viviamo tutto è possibile. Anche, e forse soprattutto, l’inimmaginabile con una buona dose di contraddizione. Scrive Salvatori a proposito della South Beach molisana, ossia della costruzione di palazzi alti fino a 25 piani, ville, alberghi e centri commerciali entro i confini di Montenero di Bisaccia, tra le foci del Trignolo e del Mergolo):

«Un mondo rovesciato, in cui gli uomini si ammantano di slogano ecologisti, ma oggi divorano acqua, suolo, risorse naturali, oggetti di consumo con una frenesia che non ha precedenti storici o antropologici, e che aumenta ogni giorno di più provocando profonde ferite, non rimarginabili, all’Oikos terrestre, la casa comune di tutti noi.»

Una volta di più l’accento è posto sulla sperequazione tra quantità e qualità, sullo iato tra i “nuovi vizi” e gli atavici valori cardinali. È difficile resistere al «fascino indiscreto del gigantismo contemporaneo» e si finisce col non riconoscersi più. Alla stregua dell’insegnamento dello Stagirita: «Siamo quello che facciamo ripetutamente».

Le nostre azioni, dunque, dicono di noi più delle parole con le quali ci descriviamo e ci dipingiamo ed è con le sopracitate azioni che acquistiamo virtù. Stavolta è Blaise Pascal ad asserire che: «Ciò che può la virtù di un uomo non si misura dai suoi sforzi, ma da ciò che fa abitualmente»

E chi siamo? Uomini che vogliono salvare la natura, ma che con trivellazioni e «urbanizzazioni selvagge», stanno procedendo nella direzione opposta, verso cioè «la devastazione “ecologica” del Paesaggio». O, per dirla con Marcello Veneziani, la cui breve, ma profonda intervista costituisce la seconda parte di Naufragio nel contromondo, «l’abolizione della Natura».

Ad essa, tuttavia, si accompagna la degenerazione dello spirito, il decadimento della morale, la povertà spirituale:

«Noi stiamo errando, scambiano molte conquiste materiali come tappe di un progresso civile e sociale inarrestabile. La profezia di Orwell è ormai divenuta realtà. Il regresso culturale e spirituale ripetutamente salutato e contrabbandato come progresso.»

Insomma, questa epoca di contraddizione e di lacerazioni, nonostante l’operazione di cauterizzazione, funge da preludio a conflitti poveri di ideali e riccamente ideologici, sfociando nel cosiddetto PUG (pensiero unico globale) o – come lo definiscono gli storiografi – CU, cogitatio unica.

Alla luce di quanto sin qui detto, viene spontaneo domandarsi: che cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? Sarà esso roseo o si profilano all’orizzonte nugoli minacciosi? È presto detto. Il colloquio Umberto Galimberti-Diego Fusaro è chiarificatore.

A farne le spese sono sicuramente i giovani che, guardando con allarme e preoccupazione al domani, fluttuano nell’«eterno presente», anch’esso incerto, nebuloso, instabile, senza più radici in una società che ha smarrito la propria identità culturale. Occorre pertanto un cambiamento di e nello spirito:

«Il futuro deve trovarci pronti e responsabili, non un tempo di attuazione di promesse messianiche, ma luogo di realizzazione di un’esistenza degna di essere vissuta.»

È all’uopo a questo punto lasciarvi con il seguente munus aristotelico:

«Per prima cosa cercate di rendere i vostri ideali ben definiti, chiari, pratici, trasformandoli in obiettivi. In secondo luogo verificate se avete tutti i mezzi necessari per perseguirli: capacità, soldi, materiali, metodologie. In ultimo fate in modo che tutti i vostri mezzi siano indirizzati al raggiungimento dell’obiettivo.»

© Antonietta Florio

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