Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950. Con il taccuino segreto

«Nelle cose pensate manca sempre l’inevitabilità. Il pensiero più risoluto non è nulla di fronte a ciò che avviene. La pazzia consiste nel credere eventi dei semplici pensieri. Il rimedio alla pazzia provocata da grandi dolori (dal permanere del loro pensiero) è un nuovo dolore reale, un fatto sgradevole, la doccia d’acqua.» (C. Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950. Con il taccuino segreto)

Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950 ovvero a tu-per-tu con il dolore scritto e non scritto, ma percepebile, di Cesare Pavese. Tanto intenso e folle quanto soprattutto indicibile. La sua è una sofferenza muta, ribolle nella sua anima, fa vibrare le vene, ma non viene mai esternata completamente.

Del resto, il 4 maggio 1942 egli annota che ciò che sostiene lo sforzo di scrivere è “la certezza che nella pagina resta qualcosa di non detto”.

Pavese non cerca conforto, né cerca di consolarci. Riflette su se stesso e la riflessione diventa fredda confessione, un approccio psicoanalitico con se stesso come uomo e come letterato. A nulla è servito sedersi alla scrivania e lasciare libero corso ai pensieri: dalla letteratura, alla poesia, all’arte, sino alla politica, come testimonia Il taccuino segreto.

Il dolore più acuto resta lì, inabissato. Un tentativo di esorcizzarlo forse, se è vero che ciò che non si dice è come se non esistesse, è meno reale. O forse no, perché lui, Pavese, avverte immensamente il suo inenarrabile tormento e quanto più lo trattiene, tanto più si sedimenta, diventando inestirpabile.

«I silenzi di Cesare Pavese – scrive Nadia Terranova nella Prefazione – ci attraggono quanto le sue parole, e inconfessabilmente di più, perché non lo hanno salvato. Ciò non esclude che possano salvare noi, mentre ci gridano che non c’è consolazione bastevole al nostro bisogno di essere consolati né parola sufficiente a spostarci dalla nostra sofferenza.»

Ma sono proprio quei silenzi a far male, è proprio quel non detto il teste della frammentarietà di un io impossibile da ricomporre. Siffatto tentativo di (ri)costruzione ossessiona Pavese, pur sapendo, sin dall’inizio del diario che «invano ormai cercherò in me un nuovo punto di partenza».

È ancora e sarà sempre questo tentativo che lo induce a fissare gli attimi sulla carta e a leggerli in successione come fotogrammi, senza preoccuparsi di montarli accuratamente e in maniera meccanica, ma lasciandoli in ordine sparso, a seconda del sentimento predominante in quel determinato momento. Infatti, sbiadendo, sia pure a malapena e istantaneamente, il grigiore del pensiero precedentemente evocato, dirà:

«Eppure ci vuole un nuovo punto di partenza. Essendosi la mente abituata a un certo meccanismo di creazione, è necessario uno sforzo altrettanto meccanico per uscirne e sostituire ai monotoni frutti spirituali, che si riproducono, un nuovo frutto che sappia di ignoto, di innesto inaudito.»

Ma torniamo a quello che può considerarsi il termine chiave del diario: ossessione. L’autore de La luna e i falò è ossessionato dalla volontà di lavorare, mai vorrebbe deporre la penna, mai vorrebbe allontanarsi dal tavolo di lavoro.

Lavorare è per lui una forma di difesa («La letteratura è una difesa contro le offese della vita»), è un’evasione dal tempo. È, altresì, una prigione dorata che paradossalmente lo allontana da sé nel momento stesso in cui il confronto con se stesso e con i suoi fallimenti, stemperati talvolta dall’arcobaleno della vittoria (si pensi a quando scrive di aver concluso Lavorare stanca, Spiaggia, o quando è riuscito a progredire nella narrazione de La casa in collina) diventa inevitabile.

«Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, e poi scoprire che tutto puoi fare tranne vivere quel punto.»

A sua volta, chi legge Il mestiere di vivere lo fa con la speranza di trovare qualcosa di sé, di far suo un qualche aforisma, un qualsivoglia frammento di pensiero, giacché come confessa lo stesso Pavese:

«Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già – viviamo e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.»

Egli si rende conto di essere incapace di stupirsi, perciò a poco a poco lo sguardo si spegne. Il tempo delle favole è passato, il mondo ha perso il suo incanto, la sua magia. Il tutto è acuito e continua enormemente a drammatizzarsi con la perdita delle persone amate e le conseguenti, anch’esse inevitabili, tribolazioni. Il 30 settembre 1937 annota:

«L’arte della vita consiste nel nascondere alle persone più care la propria gioia di esser con loro, altrimenti si pèrdono.»

E qualche mese dopo:

«Amare un’altra persona è come dire: d’ora innanzi quest’altra persona penserà alla mia felicità più che alla sua. C’è qualcosa di più imprudente?»

Pavese ha cura di conservare su un supporto più adeguato della sola memoria gli attimi vissuti, i sentimenti provati, le riflessioni storico-letterarie e mitopoietiche di modo che poi possa agevolmente ripercorrere le tracce della sua evoluzione intellettuale, là dove però non si fa fatica a riconoscere una certa mescolanza tra la sua situazione personale e la situazione storica dell’Italia.

Come in La casa in collina, anche qui Pavese fa emergere, sia pure in filigrana, il dualismo tra la condizione dell’intellettuale e l’ideologia storica, tra l’astensione del primo e il richiamo della seconda ad impugnare le armi per difendere la patria.

Nella suddetta mescolanza vi è, dunque, la compenetrazione di bene e male. Su di essa si staglia la formula dell’«arte di vivere» che Pavese colora di due accezioni. Da un lato consiste nel saper ricominciare in ogni istante, laddove è implicito il concetto di creazione artistica – poetica in certo modo particolare – e nel saper tesorizzare quanto accaduto, anche se doloroso («Qualunque sofferenza che non sia insieme conoscenza è inutile»).

Dall’altro, invece, fa riferimento all’abilità di credere alle menzogne, di restare appigliati ai sogni, d’inseguire illusioni giovanili anche se ormai inconsistenti, ma che continuano ad esercitare un certo fascino, a costituire un rifugio dalle brutture del mondo circostante, che procede ritmicamente verso il nulla obbedendo alla dura lex, sed lex dell’egoismo: «Perché pensi sempre a te? Se non ci penso io, chi ci pensa?».

Il diario di Cesare Pavese è un viaggio nel tempo e nella solitudine di un’anima perennemente in subbuglio. È scritto nel presente, ma con lo sguardo e con la mente rivolti al passato, perché è lì che si cerca ciò che si è, è lì che si trova il vero assoluto. Su entrambi aleggia l’ombra del futuro. Un futuro che egli però non scriverà, congedandosi dal mondo troppo presto, ma attuando la sua ribellione. La ribellione di chi è disilluso nei confronti del mondo, dell’amore e che “nell’atto del levar la mano su di sé” vede l’unica via d’uscita.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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