Carlo Alianello, L’inghippo

«Le cose tue non vengono con te; solo la vergogna ti viene appresso, solo l’odio sornione e insaziabile di quelli che fanno solo parole e intrighi contro chi fa fatti e si costruisce una cosa…, una patria, un ordine nuovo. […] Dovrà lasciarsi dire in faccia che don Francesco Fortemanno, già maggiore delle Guide, combattente e decorato, che ha dato tutto di sé alla patria, è un ladro volgare? Un delinquente? Mai.» (C. Alianello, L’inghippo)

Con L’inghippo, Carlo Alianello racconta uno dei più tormentati periodi della storia d’Italia, a trent’anni dall’Unità (18 marzo 1861). Ambientato a Roma, il romanzo ricopre un arco di tempo che va dallo scandalo – l’inghippo, appunto – della Banca Romana (1893), che vede coinvolti oltre all’allora governatore Tanlongo, altre figure di spicco della magistratura e della politica, alla battaglia di Adua (1896), dove la sconfitta delle milizie italiane spegne il fuoco dell’ambizione coloniale.

Protagonista è la famiglia Fortemanno, ma gli altri personaggi ivi dipinti che, a prima vista, sembrano minori, svolgono in realtà un ruolo cruciale ai fini sia della narrazione, sia della ricostruzione storica che Alianello effettua con un encomiabile lavoro certosino.

Le tematiche affrontate si appigliano sì alla historia e ad essa sono profondamente intrecciate, eppure ne L’inghippo il modus scribendi autoriale procede in direzione di uno scavo intimo dei personaggi. La materia storica, trattata tanto con lucidità quanto con un certo pathos nostalgico, s’intreccia con la narrativa magistralmente psicologizzata. Da questo groviglio emerge un affresco esistenziale, tanto struggente quanto commovente che tiene incollati alle pagine e coinvolge emotivamente, facendo sì che il lettore abbia una partecipazione attiva.

Complice è il ritmo fluido e incalzante, che accelera nei dialoghi e rallenta quando l’autore onnisciente entra nella testa e nel cuore dei personaggi. Una decelerazione finalizzata ad assaporare i pensieri, a penetrare nell’anima di ciascuno di essi, provando sentimenti divergenti e talvolta persino antitetici. Ma procediamo con ordine.

Il primissimo approccio con il romanzo che senza un prologo vero e proprio mette sin da subito il lettore al corrente dei fatti, catapultandolo immediatamente al capezzale dei Fortemanno, riflette il divario ideologico (che tuttavia investe anche il piano linguistico) del popolo italiano. Tale divario è incarnato da Francesco Fortemanno e sua sorella, la ricca marchesa Donna Leopolda, presso la quale egli si reca per chiedere un prestito con cui estinguere il debito di gioco del figlio.

Da un lato l’onorevole, massone, «monarchico, semmai e liberale», «anticlericale a oltranza» che «ha fiducia nella ragione, e la razionalità non può essere deviata né incrinata dalla passione», cosciente che la democrazia allora in voga non è altro che la copia o modello imperfetto della democrazia vera, che significa dignità, responsabilità e soprattutto onestà.

«E il Parlamento non è al servizio dell’Italia ma di se stesso, tumore maligno nato in grembo al Paese, ma che serve al governo (qualunque sia il governo) per mantenere il potere, ai rappresentanti del popolo sovrano… E che sovranità è mai questa d’essere scherniti e taglieggiati per tenersi stretto il mandato e per far sempre più piena e grassa l’epa?»

Dall’altro, la ricca marchesa Fortemanno, legata alla Chiesa («Uno è l’uomo, una è la giustizia e una la fedeltà. […] uno è Dio») e alla dinastia borbonica. Due persone diverse, ma così uguali in quanto a sensibilità e gentile disposizione d’animo che neppure la freddezza di certi contesti e la pietrificazione che alcune parole provocano, specie nelle parti dialogiche in lingua dialettale, riescono ad ottenebrare.

Più volte l’onorevole è colto in stato meditativo sulla vita, sul tempo che passa e sulla giovinezza ormai tramontata:

«C’è anche il tempo dentro le sue cose: angosce, speranze, attese, come la forma d’ogni cosa, la componente necessaria, il tempo ch’è misura della vita e forse la vita stessa.»

E poi:

«Il fatto è che, quando uno s’avvicina alla vecchiaia, è portato sempre di più a vedere avanti a sé, dietro di sé, la morte. Vecchiaia? E chi lo dice? Sono soltanto cinquanta i miei anni, e io sono di razza forte, longeva. Papà è morto a ottantacinque anni, nonno a novantadue, e ancora andava correndo per la campagna, cercando pacchiane. Anch’io posso campare fino ai novanta, sano come un pesce.»

Lucide consapevolezze che non impediscono tuttavia di tener fede al carpe diem oraziano, di pensare che non è ancora giunto il momento di vivere nella solitudine e nella clausura della sua casa in Lucania. Entra qui in scena una donna che svolgerà un ruolo importante sia a livello propriamente storico, sia nella vita dei Fortemanno.

Si tratta dell’anarchica ribelle Dedé la Rossa, «la più bella delle rivoluzionarie». Una donna particolare; dalla doppia personalità, si potrebbe dire. Freddezza, vanità, indifferenza sono di primo acchito le caratteristiche che la contraddistinguono e che sembrano essere confermate quando finalmente può godere di agiatezza e privilegi.

Eppure Dedé non è soltanto questo, né questo può essere considerato elemento di scandalo od occasione di emarginazione e di astio. Dedé è una donna sentimentalmente affranta e mortificata da un matrimonio “politico”. Il cuore percorre a briglie sciolte sentieri inesplorati, malgrado la sofferenza lancinante e che non si placa completamente neppure al cospetto di un uomo come l’onorevole:

«Era stordita e forse brilla un poco. Aveva un bisogno solo, quello d’abbandonarsi, di lasciarsi cadere serrando gli occhi. Cos’è questa confusione che quasi tocca il dolore? Nulla, nulla, nulla; la vertigine d’un niente che la soffoca e la culla. Aveva gli occhi chiusi e abbandonò il capo sulla spalla dell’uomo.»

Soprattutto, però, Dedé è una donna tenace nel non rinunciare alla libertà di essere chi è, nel non calpestare mai la sua dignità. Il suo credo è la libertà dell’uomo, per quanto sanguinoso e violento, duro e sprezzante: «non sono una cosa io, sono una donna».

In quest’ottica, la vocazione poetica ha un duplice effetto. Da un lato è con le poesie che Dedé fa il suo ingresso nel mondo del giornalismo, dall’altro è solo tramite la poesia, la sua poesia, che può salvarsi.

Solo scrivendo versi può riscattarsi dalla povertà in cui ha sempre vissuto, può privarsi degli stracci che ha indosso per accumulare vestiti da signora e godere della vita goccia a goccia, salvo capire troppo tardi che quello è il mondo dei prepotenti, dei ruffiani, dei calunniatori:

«Una donna come me, la donna; fatta schiava e messa in ceppi. E la fanno morire, pian piano, lentamente, crudelmente, con pugnalate leggere, ferite sottili, rosse e lievi come bocche di bimbi, per il semplice gusto di vederla morire. E lei è morta sotto il bacio dei pugnali. E l’han calata nella tomba, tutta. Ma morta non è, perché sente ancora fiorire in sé la vita, lontana dai suoi sicari, nascosta a ogni uomo nel deserto.»

Frapposti a questo mondo di adulti, vi sono i cugini Vittorio e Cristina Fortemanno. Il primo è un giovane brillante e promettente, la seconda è una signorina dolce, pacata, dalle buone maniere che conoscerà ben presto i tormenti del cuore. Il primo parte per l’Africa e vivrà la sventura della sconfitta, che segnerà in maniera indelebile la sua esistenza sia nel corpo che nello spirito; Cristina, in apprensione continua per il cugino, si strugge nell’assenza di notizie che lascia presagire il peggio.

Le vite dei giovani s’intrecciano dunque con quelle dei genitori, le strade percorse dagli uni non sono altro che il completamento e il perfezionamento del percorso degli altri. Determinato a riscattare l’onore del padre e diviso fra due donne, Vittorio prende le redini della situazione e gli atteggiamenti scapestrati con cui si è fatto conoscere al lettore cedono pian piano il posto a un uomo tutto d’un pezzo, che completerà il processo di crescita e di maturazione in Africa.

Dall’altra parte, Cristina ne soffre e si accorge che il bene che fino a poco tempo fa credeva fraterno, in realtà è qualcosa di più. L’impeccabile introspezione psicologica della ragazza ne evidenzia l’atteggiamento stoico nell’accettazione fatalistica del suo destino, imprigionandola nel rigido schema delle convenzioni.

In tal senso è una figura femminile contrapposta a Dedé la Rossa che fino alla fine, anche a costo della vita, ha difeso a spada tratta il suo onore, la libertà di decidere chi essere e come esserlo.

Carlo Alianello non soltanto rappresenta la profonda lacerazione dell’Italia, la cui Unità sembra essere di natura meramente concettuale, ma attraverso le drammatiche vicende dei personaggi evidenzia che spesse volte le speranze sono vane, che talvolta la conquista della libertà personale ha un prezzo troppo alto, eppure, nonostante le promesse tradite e i sogni infranti, la vita continua. Dopotutto, come dice qualcosa, domani è un altro giorno.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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