George Orwell, La fattoria degli animali

«“Allora, compagni, qual è il senso di questa nostra vita? Diciamocelo, la nostra vita è misera, faticosa, breve. Nasciamo, riceviamo giusto il minimo di cibo che ci serve per tirare avanti, e quelli di noi che ne sono in grado vengono costretti a lavorare fintanto che gli resta anche un solo atomo di forza in corpo; non appena smettiamo di essere utili veniamo macellati orribilmente. Compiuto un anno di età, nessun animale in Inghilterra conosce la felicità o il riposo. La vita di un animale è miseria e schiavitù: questa è la pura e semplice verità. “Ma tutto ciò dipende dall’ordine naturale delle cose? Forse che questa nostra terra è troppo povera per offrire a chi la abita una vita decente? No, compagni, mille volte no!» (G. Orwell, La fattoria degli animali)

La fattoria degli animali (Animal Farm, Fairy Story) di George Orwell è stato presentato ai lettori come una favola e come ogni favola la morale in esso contenuta è aspra, potente e attuale. Mario Baudino nell’introduzione alla nuova edizione scrive:

«[l’autore] si volge alla favola come a qualcosa che, innanzi tutto, ci deve mettere in guardia concretamente, non in astratto. Indica il pericolo, fornisce uno strumento di difesa.»

Qui l’autore sviluppa un pensiero già maturo e che sarà ulteriormente sviluppato fino alle estreme conseguenze nel successivo romanzo distopico, 1984.

Ambientato in Inghilterra, i protagonisti sono gli animali che, a seguito di una rivolta (la Rivoluzione bolscevica) cacciano il padrone umano Jones dalla Fattoria Padronale. Evidenti e chiari sono, dunque, i riferimenti ai fatti storici e in ognuno dei suddetti animali è facile riconoscere i grandi della Russia del Novecento. Perciò, non è semplicemente una fiaba, ma è soprattutto «un libro di battaglia», che non cela tuttavia il pessimismo orwelliano.

I maiali sono le figure principali. Sono loro, infatti, specie uno di loro, Napoleone (trasposizione di Stalin) che danno inizio ai rivolgimenti sociali nel tentativo, unito alla speranza, di spazzare via il potere in nome della libertà, di eliminare finalmente le disuguaglianze e vivere un periodo di pace e prosperità socio-economica, politica e morale.

La motivazione alla base della rivolta è, dunque, la volontà di cambiare il presente, di far sì che le proprie esistenze (dei proletari) non siano più ridotte a miseria e schiavitù, non debbano più essere subissate dalla crudeltà e soggiogati alla tirannia dei nemici umani:

«Se solo ci liberassimo degli umani, i frutti del nostro lavoro tornerebbero a noi. Praticamente da un giorno all’altro ci ritroveremmo liberi, e ricchi. Ma allora, che fare? È ovvio: dobbiamo lavorare giorno e notte, anima e corpo, per abbattere la specie umana. È questo il messaggio che ho per voi, compagni: Rivolta!»

I propositi sono dei migliori: allontanare la specie umana e dopo essersi sostituita ad essa impegnarsi strenuamente a non seguirne l’esempio e a non assomigliarle, giacché «tutti gli animali sono uguali». Cacciato Jones dalla fattoria, vengono stilati i sette comandamenti e da quel giorno tutti i quattro zampe s’impegnano diligentemente e onestamente nel lavoro rispettando se stessi e gli altri sotto l’egida dei maiali, perché «noi porci lavoriamo con il cervello».

Poco tempo dopo, le cose cambiano in maniera lenta ma implacabile, causando turbamenti, sgomenti e perplessità. I sette comandamenti vengono modificati, “le menti della fattoria” si rendono autori di orripilanti spargimenti di sangue e di massacri truculenti che contravvengono all’obiettivo che li ha portati alla Rivolta e infrange i loro sogni. Ciononostante continuano a credere che la vita presente sia migliore del passato e che la fattoria si arricchisca giorno dopo giorno a beneficio di tutti:

«Sapevano che la vita oggi era misera e dura, che avevano spesso fame e spesso freddo, e che quando non dormivano dovevano quasi sempre lavorare. Ma di certo ai vecchi tempi doveva essere peggio. Erano felici di crederci. E poi, all’epoca erano schiavi e adesso erano liberi, e questo cambiava tutto, […]»

Eppure il malcontento cresce, così come la delusione di un mondo migliore. Ci si accorge che fame, miseria e schiavitù sono leggi inalterabili di natura e la punta dell’iceberg, la goccia che fa nuovamente traboccare il vaso, è la reductio ad unum dei sette comandamenti: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri».

E nella lotta tra la specie animale e quella umana, l’acerrima nemica, nella quale è impossibile differenziare adeguatamente l’una e l’altra, George Orwell mette in scena gli esiti catastrofici della dittatura staliniana, evidenzia come e quanto la fame di potere inebri anche il più lucido, il più puro, colui che combatte in nome di nobili princìpi.

A fare da spartiacque tra la satira e l’allegoria dell’autore, che fa sorridere (di un sorriso amaro!) è il dramma di chi vive sperando nel meglio, ma tale speranza è l’emblema di «un’utopia negativa» (ragion per cui si sfocia nel genere del romanzo distopico) che ne indebolisce, fino a spegnerlo, il baluginio.

© Antonietta Florio

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