Marika Stapane, I mostri hanno paura dell’amore

«È incredibile come tutto ciò che ci spaventa assuma nella nostra testa una forma paurosa e invece nella realtà altro non è che un semplice atto di coraggio, esattamente come l’amore, perché in fondo l’amore, per esistere, ha bisogno di coraggio.» (M. Stapane, I mostri hanno paura dell’amore)

Un’opera cruda di sofferenza e di paura, una narrativa incentrata sulla fragilità dell’uomo e sul coraggio di combattere i propri mostri e fantasmi, un romanzo che è un inno alla vita, che celebra la forza dell’amore. Tutto questo è I mostri hanno paura dell’amore di Marika Stapane. Autenticità, profondità, delicatezza, dolcezza, umanità sono gli elementi che contraddistinguono la scrittura dell’Autrice, costruendo in siffatto modo un testo denso di sentimenti, con il quale sorridere e piangere insieme.

È un libro che fa male, che blocca il respiro, che vive di sospensione e di un insieme di emozioni che si fa fatica ad abbandonare, che attraversa l’anima e fa riflettere. Già, perché ad un certo punto la lettura termina, ma il ritorno nel mondo – quello reale – non è per nulla facile, né scontato, le sensazioni provate e le emozioni vissute, quelle continuano a vivere anche dopo aver chiuso il libro.

La storia, anzi le storie raccontate catturano i sensi, la costruzione dei personaggi è così realistica da dare l’impressione di vivere nel romanzo: il loro dolore diventa il dolore del lettore, un sogno infranto, una delusione in amore o un tradimento in amicizia diventano il pretesto per soggettivizzare il narrato, ed ecco che – catapultati nel mondo dei detti personaggi – il lettore finisce col (ri)trovare e (ri)conoscere un po’ di sé.

A parlare è Nico, che riavvolge il nastro e ripercorre la sua vita, piena di sogni, speranze e progetti che ineluttabilmente si infrangono nel mare nero della realtà, cozzando contro la società odierna, in cui per i giovani laureati non sembra esserci un posto sicuro, né tantomeno stabile. Essi, perdendo la bussola, vedendo naufragare i sogni su cui anno dopo anno avevano costruito il loro iter esistenziale, sono costretti a ripiegare su se stessi, a rimboccarsi le maniche e ricominciare tutto quanto daccapo.

Ma se i sogni fanno cilecca, l’amore e l’amicizia rappresentano per Nico un punto fermo e granitico. Tre nuclei tematici, tre personaggi – come dicevamo all’inizio – perfettamente inseriti in un’unica trama e da qui tutto comincia:

«È una storia dolorosa, la mia. Una storia che vale la pena raccontare perché il dolore esiste anche se viene ignorato, sottovalutato o considerato un affare solo degli altri. Accettare il dolore serve per ricominciare daccapo, per rovesciare il mondo, per fare la rivoluzione.»

Laureato in lingue, Nico assiste impotente all’inesorabile frantumazione dei suoi progetti di vita che prende un’altra piega:

«Consideravo il lavoro al pub un periodo temporaneo della mia vita: ero convinto che prima o poi sarei riuscito a trovare un lavoro coerente con i miei studi, che mi avrebbe permesso di sentirmi realizzato.»

Ma se da un lato è costretto a cambiare i suoi programmi, dall’altro i desideri restano i medesimi: indipendenza e autonomia. Il lavoro al pub e il contratto a tempo indeterminato più che placare i suoi dèmoni, acuiscono il suo dissidio interiore, l’angoscia e la disperazione nel non essere riuscito ad arrivare là dove voleva, ed essere stato costretto di conseguenza a ripiegare su qualcos’altro, a tal punto da provarne onta, sentendosi «uno che valeva poco» o, peggio, sentendosi nessuno:

«Non mi sentivo più un lavoratore come tanti, un lavoratore nobile e dignitoso, bensì un sottomesso, uno che valeva poco, che doveva vergognarsi se per pagarsi l’affitto era stato costretto a fare il cameriere e servire i tavoli.»

Talvolta però accadono i miracoli e il naufragio di un sogno o progetto non sempre è sinonimo di fallimento totale. Anzi, è direttamente proporzionale a un nuovo scoppiettante inizio. Nel caso di Nico è piuttosto un principio accidentale, un vero e proprio pasticcio. È così che conosce Valentina:

«era [Valentina] la bellezza che esplode dentro al cuore quando il sole tramonta sciogliendosi nel mare, che non ha né rivali né paragoni, che se ne sta ferma in un angolo per farsi ammirare da chi ne ha bisogno per alleviare le sofferenze dell’anima. Finii incantato dai suoi occhi e dal mondo che sembrava creato da lei, diverso da quello in cui viviamo.»

Da questo momento in poi Nico comincia a fare i conti con l’altra parte di se stesso, quella che riguarda i sentimenti, il cuore e che fino ad ora aveva evitato e aggirato per una paura che troneggiava su altri piccoli fantasmi: quella di non essere capace di amare e di soffrire.

«L’amore è ciò che tutti sognano ma che temono di più. D’altronde non è semplice lasciarsi andare, fidarsi di un altro essere umano, che non è di certo infallibile.»

In tal senso, Valentina svolge un ruolo cruciale. Non solo aiuta Nico a superare quello che è il suo limite più grande, ma diventa la donna della sua vita. È grazie a lei che comincia a guardare il mondo con occhi nuovi, è stando al suo fianco che riesce finalmente a scorgere la bellezza che c’è intorno.

Come lui, Valentina ha un sogno, ma diversamente da lui non si arrende, prosegue imperterrita sul sentiero che dovrà condurla al coronamento del suo sogno. I suoi mostri però sono tanto invisibili e camuffati dalla normalità, quanto soprattutto estremamente aggressivi. Mai l’abbandonano, mai le danno tregua, mai le concedono un attimo di respiro di sollievo, mai le consentono di godere appieno dei piaceri della vita:

«Lei era il pescatore che affogava in mezzo alle onde furiose, che non riusciva a salvarsi da sola, ma nemmeno a chiedere aiuto, ad alzare la mano per dare un segno, per invocare un miracolo. […] Si trascinava, esisteva perché qualcuno aveva deciso così e lei non poteva fare altrimenti.»

Valentina è genuinamente ambiziosa, ma deve fare i conti con la fredda ambizione del padre. Certo è per se stessa in primis che s’impegna al massimo per dare sempre il meglio, ma quel meglio, quella perfezione, la soddisfazione che deriva dall’aver portato a termine con successo una ricerca o aver incassato un voto brillante all’esame sono sentimenti che lei non riesce a provare al cospetto dei suoi genitori.

Ogni volta è una sconfitta, che si trasmuta in un senso di impotenza, nel quale però non vuole ristagnare. Deve riscattarsi. E così, ogni volta, s’impegna più del necessario, per fare sempre meglio, ma ciò che il padre definisce “il massimo” è ancora lontano. Ecco, allora, la prima ineffabile sofferenza di Valentina, un dolore che non si riesce a spiegare a chiunque, talvolta non lo si riesce ad ammettere neppure a se stessi: quello di non essere mai abbastanza:

«A vent’otto anni Valentina era un insieme di “non sono mai abbastanza” incastrati nella sua anima come un puzzle, che facevano di lei la persona più inquieta del mondo. Dai suoi occhi traspariva una leggera malinconia e un profondo senso di disapprovazione per tutto ciò che la riguardava.»

E ancora:

«Valentina non era mai stata fiera di se stessa, non si era mai applaudita, mai apprezzata, probabilmente perché nessuno le aveva insegnato come fare […] Era distrutta: psicologicamente provata, umanamente avvilita. I suoi occhi, accesi come le due stelle in mezzo al buio, erano spaventati, ma anche pieni di coraggio.»

Un tarlo che lavora ininterrottamente, che riduce a brandelli l’anima, anche se l’immagine esteriore corrisponde ai canoni riconosciuti come giusti e inconfutabili. Valentina deve far fronte al mostro dell’anaffettività e le ferite che le procura e la dilaniano senza tregua diventano la causa principale della sua anoressia.

Intensificatasi la relazione, Nico continua a lavorare su se stesso, a combattere i suoi di mostri, arroccati sul confine che separa la vita dalla non-vita: «ero un morto che viveva, un morto dall’anima addormentata e dal cuore ibernato».

Nico è un uomo che scopre di avere il coraggio di affrontare situazioni particolarmente complesse e delicate, è l’emblema della forza e della fragilità a un tempo, un’anima candida che ad un certo punto mette nero su bianco le paure che lo abitano, i fantasmi che in lui hanno preso piena cittadinanza.

Nonostante la vita lo metta più volte a dura prova, anche quando è sul punto di mollare, quando è sul punto di precipitare nel baratro, trova un appiglio, finisce tra le braccia del giovane Holden che veste i panni dell’acchiappabambini e lo aiuta a rinsavire, a tornare a galla, sebbene le difficoltà non scompaiano.

«Tu mi vedi come uno che vive alla giornata, che si preoccupa poco, che non fa progetti perché pensa solo al presente. È vero, io sono così, ma sono anche un vigliacco che preferisce non sognare per paura che quel sogno non si avveri, io sono uno che evita di rischiare perché teme di farsi male.»

Salvo comprendere poi che vivere senza rischiare non è vivere, ma sopportare e lasciarsi trasportare; che inibirsi per paura significa lasciarsi sfuggire ciò che di bello la vita può donare, che a volte bisogna guardarsi intorno per capire che il mondo non è manicheo, che le sfumature esistenti tra il bianco e il nero sono lì proprio per spronarci ad andare oltre, che il cuore deve battere per un moto d’amore, non per inerzia o perché qualcuno ne sta monitorando i battiti:

«Buttai all’aria le mie paure e andai incontro alla vita e a quello che mi aveva riservato. Bisognerebbe vivere così, lanciare all’aria le paure come palloncini colorati e correre verso terre inesplorate che spaventano, ma tengono il cuore.»

E poi ci sono altri mostri. Quelli dai quali ci si lascia abbracciare, quelli coi quali si convive, pur facendo finta di niente, quelli coi quali prima o poi si deve fare i conti. Sono i mostri che Fabrizio ha scelto di non combattere. Ma quanto più si sedimentano, tanto più diventano difficili da tirare fuori, quanto più si dà loro ospitalità, tanto più si fanno inestirpabili, fino a quando il dolore chiede di uscire al cospetto di chi sa ascoltare, di chi oltre alle orecchie, apre le porte del cuore.

Anche Fabrizio, allontanandosi da se stesso, prima ancora che dalla sua famiglia, insegna che aggirare i ricordi non è il metodo efficace per andare avanti. Arriverà, presto o tardi, il momento della resa dei conti. Ciò che fa male non può albergare per sempre nelle zone del non-detto; non pensare nel presente a ciò che in passato è stato causa di profonda disperazione interrompe il cammino verso il futuro. Sarebbe, una volta di più, collocarsi in posizione di spettatore della propria vita.

È necessario agire e l’azione, in questo caso, è anche una lacrima («Piangere è un atto di coraggio travestito di fragilità»), è farsi attraversare dal dolore e accettarlo, perché ignorarlo, fingere che non esista o sottovalutarlo non significa una sua eliminazione. Morale? Eccola:

«La verità è che ogni vita, indipendentemente da come verrà vissuta, nasce per permettere all’amore, alla morte e al tempo di lasciare la loro impronta. Per quanto doloroso possa essere, vale la pena lasciarsi andare, buttarsi a capofitto in un progetto che forse mai vedrà la luce, in una storia d’amore che finirà male, o semplicemente che finirà, tenendo comunque presente che niente finisce per sempre […].»

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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