Roberto Luciani e Mario Dal Bello, Caravaggio. Tormenti e passioni

«Ad esclusione di alcuni tentativi, sia in passato che contemporanei, le lacerazioni psicologiche, sociali e religiose che pure si evidenziano nelle opere di Caravaggio sono state piuttosto trascurate dalla critica: da una parte compare l’opera, dall’altra la biografia, e la conoscenza esteriore ed interiore del pittore è sempre stata desunta più dalle notizie biografiche che dalla sua arte. Così il pittore divenne per la critica il rappresentante tipico dell’artista asociale, maledetto e contorto psicologicamente che elabora in chiave “naturale” i tradizionali soggetti.» (R. Luciani e M. Dal Bello, Caravaggio. Tormenti e passioni)

In Caravaggio. Tormenti e passioni, edito lo scorso novembre per celebrare i 450 anni dalla nascita del grande pittore, gli autori Roberto Luciani e Mario Dal Bello spaziano nell’universo artistico ed esistenziale di Michelangelo Merisi, detto da Caravaggio.

Arte e vita sono infatti legati indissolubilmente. Non si può interpretare un quadro caravaggesco senza tener conto della personalità tormentata del pittore che «non cessa di interrogarci sulla vita e il destino umano, partendo dalla propria».

L’indagine di Luciani e di Dal Bello tiene sì conto della spiritualità dell’artista, delle lacerazioni e delle frustrazioni interiori, passando in rassegna le sue opere più celebri, ma nel contempo si estende alla nolana filosofia, che esalta la libertà creatrice degli artisti e protesta quindi contro coloro i quali rifiutavano di definire filosoficamente l’arte.

Il punto d’incontro? Il rapporto dell’elemento della creazione con una particolare forma di bellezza, cioè la grazia, che non deriva dall’armonia delle proporzioni, ma è grossomodo corrispondente al concetto di decorum.

L’angoscia esistenziale del Caravaggio – che non è l’angoisse sartrianamente intesa – , i tormenti implacabili della sua anima, si devono tuttavia leggere anche da un’altra prospettiva. Quella religiosa. Dipinti come il Martirio di San Matteo, Crocifissione di San Pietro, Incredulità di San Tommaso, e ancora Vocazione di San Matteo e Resurrezione di Lazzaro – dipinti che gli autori hanno inserito nel volume – emblematizzano il fervore religioso e lo slancio mistico dell’artista, a tal punto che, precisa Luciani:

«Estendendo il problema si potrebbe attribuire alla forte spiritualità lo stesso principio di genialità artistica, nel senso moderno di ispirazione interiore, come sviluppo, è vero, di motivi neoplatonici, ma anche come affermazione di una nuova proporzione della coscienza.»

Una volta di più troneggia, sia pure in maniera rinnovata o in certo qual modo inedita, il binomio ottocentesco genio-follia.

Roberto Luciani, dunque, si sofferma sugli intimi tormenti di questo artista, che attraverso le rappresentazioni pittoriche non cerca una valvola di sfogo, quanto piuttosto vi trova il modo per mettere nero su bianco la realtà della (sua) vita afflitta ed esacerbata da circostanze particolarmente nefaste (si pensi ad esempio all’omicidio di Ranuccio Tomassoni per mano dello stesso Merisi), ragion per cui

«Caravaggio con le sue opere ci propone gloria e tragedia, spirito e carne, morte e resurrezione, col proposito di suscitare emozioni sincere, nuove riflessioni, spiritualità, intimo tormento e angoscia esistenziale.»

Mario Dal Bello esplora le «passioni di Caravaggio», presentandolo così:

«Caravaggio è un giovane uomo che come un attore alle prime armi, anche se ben dotato e preparato, cerca di inserirsi nel mondo artistico fortemente competitivo, portato pure allo scandalo o ad atteggiamenti sconcertanti pur di farsi strada.»

Ma anche in queste pagine, la lettura artistico-esistenziale non può prescindere dalla predominante tematica religiosa, nonostante vi siano riferimenti ben precisi al primo Caravaggio, ovvero al Caravaggio che rappresenta la “natura morta”: Il canestro di frutta, Il bacchino malato, Bacco.

Grande protagonista del Caravaggio successivo è la luce che «crea la vita e la morte» e in più opere si osserva lo scarto tra il chiaroscuro del primo piano e il colore livido del fondo (ne è un esempio Caduta di San Paolo, quadro in cui il tema principe è la conversione che, per il pittore, rappresenta una svolta, l’inizio di una nuova vita).

Pur restando entro confini religiosi, il pictor optimus è un grande esperto della vecchiaia e della solitudine che affligge gli anziani, perché emarginati loro malgrado o perché sono distanti dagli altri e a questi moralmente “superiori”. Opera esemplare è il san Girolamo scrivente.

Bisogna infine sottolineare che quest’artista, innamorato della vita, ma terrorizzato dal futuro, s’impegnerà negli ultimi anni nella meditazione sulla morte, quale vuoto ineffabile, che spegne la luce della vita terrena, la sua vita terrena solitaria e accorata. Ed è per questo che si prova un sentimento di pietas, ma anche di forte commozione sia dinanzi alla Decapitazione del Battista sia nella tela Davide e Golia.

Ambedue fanno riferimento alla fuga di Caravaggio dopo l’omicidio. La prima, in cui la morte è quasi anch’essa un’attrice antropomorfizzata del dramma sacro, è una riflessione del pittore sul destino che l’attende se torna a Roma; l’altra, invece, simboleggia il ritorno del “figliol prodigo” dalla città da cui è dovuto necessariamente fuggire.

Scrive Mario Dal Bello, in una manciata di frasi intrise di un’eccellente carica emotiva e di grande sensibilità:

«Non ci si può che commuovere davanti a Caravaggio, figliol prodigo, che teme di morire quando invece vorrebbe vivere. Caravaggio è anche come un Cristo, uomo che conosce la tristezza, vive come un Getsemani l’attesa della morte. […] questa tela [Davide e Golia] non è disperazione, ma attesa che essa passi e che la luce ritorni oltre il dolore e la morte stessa.»

© Antonietta Florio

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