Ennio Flaiano, Tempo di uccidere

«Pensai che quella era la solitudine che mi attendeva. Era quella la vuota e implacabile solitudine, la notte che avrei dovuto affrontare, poiché avevo deciso di non interromperla. Non mi faceva spavento. Mi faceva spavento di più la speranza che stava sorgendo, dapprima timida, ogni giorno più insolente, perché era il segno che avrei maggiormente sofferto, una volta fuori di quella valle, dove il mio male passava inosservato.» (E. Flaiano, Tempo di uccidere)

Un camion ribaltato e un dolore di denti sono le situazioni che danno il via a Tempo di uccidere di Ennio Flaiano (unico romanzo dello scrittore abruzzese con il quale, tra l’altro, vinse la prima edizione del Premio Strega nel 1947, battendo Alberto Moravia), in cui errori e anfibolie danno luogo a un drammatico intreccio che sconvolge l’esistenza di un giovane ufficiale del Regio Esercito provato dall’esperienza bellica.

Il soldato e voce narrante, disperso sull’altipiano africano, all’epoca della guerra d’Etiopia 1935-1936, s’imbatte in una donna che sta lavandosi con gesti di «melanconica monotonia» e resta ad osservarla: «era il suo modo di divertirsi e forse di volersi bene», accorgendosi poco dopo della sua bellezza:

«Poi mi accorsi che era bella, anzi mi parve troppo bella, o forse la solitudine mi imponeva questo giudizio senza scelta. No, era davvero una di quelle bellezze che si accettano con timore e riportano a tempi molto lontani, non del tutto sommersi nella memoria. O che ritroviamo nei sogni, e allora non sappiamo se appartengono al passato o al futuro: perché la prudenza ci consiglia di non escludere questa seconda possibilità.»

Da questo momento in poi, la storia narrativa propriamente detta va di pari passo con le riflessioni del protagonista, catalizzate ora sul diverso modus vivendi di due mondi così tanto distanti, ora su se stesso e sui suoi atteggiamenti tipicamente da homo occidentale, il saputello che sa (o pretende di conoscere) la psicologia dei conquistati, che considera gli indigeni un popolo antico e incolto, ma dotato di saggezza:

«Qui sei un uomo, ti accorgi cosa significa essere un uomo, un erede del vincitore del dinosauro. Pensi, ti muovi, uccidi, mangi l’animale che un’ora prima hai sorpreso vivo, fai un breve segno e sei obbedito. Passi inerme e la natura stessa ti teme. Tutto è chiaro, e non hai altri spettatori che te stesso. La vanità ne esce lusingata. Ti approvi, ti guardi vivere e ti vedi immenso, tuo padrone: faresti di tutto pur di non deluderti. Gli altri annoiano, obbligano a dividere una gloria che vorresti indivisa, sei felice nella solitudine. E si finisce col restare.»

Il tutto si acutizza quando il soldato, a seguito di un incidente, uccide la donna e nasconde il cadavere. Riprende il cammino come se, all’apparenza, nulla sia accaduto. In realtà, la tempesta si agita implacabilmente nel suo animo, la paura di essere scoperto, di subìre un processo e naturalmente di essere condannato lo attanaglia senza requie.

Un tentativo, benché inane, di sciogliere la rete inestricabile dei timori lo scorge nella speranza di ricevere lettere da parte di Lei. Mai descritta fisicamente, né delineata psicologicamente, questa enigmatica, ma importantissima (almeno per la voce narrante) figura femminile non esce mai completamente allo scoperto.

È da questa Lei onnipresente che il soldato cerca l’assoluzione, è perdendosi nei ricordi teneri di questa Lei che il soldato cerca di rimuovere un errore «che non poteva essere sbagliato altrimenti», e tenta di recuperare una tranquillitas che sembra (e forse lo è) inattingibile e irrecuperabile.

Del resto, non ci comportiamo tutti così? Non ci inventiamo qualunque cosa pur di non pensare allo sbaglio commesso? Non cerchiamo di impegnare la mente con pensieri anestetici?

Comunque, l’unico desiderio del protagonista di Flaiano è rimpatriare il prima possibile, così da seppellire ogni cosa. Una volta di più, però, nonostante le scuse che adduce a se stesso, malgrado i dilemmi che risolve nella maniera che più gli conviene per alleggerire la coscienza, egli non tiene conto del fatto che la fuga non è un rimedio, che non basta allontanarsi per fingere che nulla sia accaduto, che sperare va bene, ma in alcuni casi la speranza è pressoché inutile.

Per quanto ci provi, mai e in nessun modo riuscirà a sfuggire alla sua coscienza interiore, unico e vero tribunale al cospetto del quale niente può essere celato. O perlomeno non per sempre.

A ricordargli il gesto delittuoso è un altro timore, che diventa ben presto una vera e propria ossessione e che pende sulla sua testa come la spada di Damocle: quella di essersi ammalato. Il male che lo affligge e che lo addebita alla donna uccisa funge da pretesto per ripulirsi la coscienza. Se in un primo momento l’omicidio era parso un errore e poi lo giustifica asserendo che “quella donna sarebbe morta comunque”, ora – considerando l’ipotesi di aver contratto la lebbra – classifica l’azione compiuta come vendetta.

Preda di sentimenti contrastanti, bipolare fino all’inverosimile, il soldato sembra provare sollievo quando, imbarcandosi sulla nave che lo porterà in Italia, si convince che tutto cadrà nell’oblio, giacché «il prossimo è troppo occupato con i propri delitti per accorgersi dei nostri».

Ma il nostro protagonista avrà infine capito (o capirà) che il tribunale peggiore siamo noi stessi? Che il senso di colpa se lo porterà dietro per sempre? Che mai dimenticherà l’azione commessa e che la pena sarà quella di combattere infinitamente contro se stesso? Persino Pavese ammetterà ne Il mestiere di vivere: “ciò contro cui si combatte è sempre una parte di sé”. Mentre Flaiano, in proposito, così chiosa:

«Forse non si tratta più di lebbra, si tratta di un male più sottile e invincibile ancora, quello che ci procuriamo quando l’esperienza ci porta cioè a scoprire quello che noi siamo veramente. Io credo che questo sia non soltanto drammatico, ma addirittura tragico»

© Antonietta Florio

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