Dionisio di Francescantonio, Senza sapere perché

«D’un tratto si sentiva fuori posto, mentre camminava accanto all’amica, e una sensazione di irrealtà la pervase, una sensazione non nuova, già provata in passato, quasi non fosse lei a muoversi nei suoi panni ma un’altra persona, la cui contiguità subiva con sgomento e con un senso di malessere profondo.» (D. di Francescantonio, Senza sapere perché)

«Ho deciso di andare a vivere per conto mio e di dare una svolta alla mia vita». Comincia pressappoco così il nuovo romanzo di Dionisio di Francescantonio, Senza sapere perché, il cui apparato narrativo si costruisce intorno a Rebecca, moglie e madre subissata da un’insoddisfazione esistenziale che non sembra avere una via d’uscita e consunta dal verme della noia.

Si ha l’impressione, in taluni frangenti, di ritrovarsi al cospetto de La noia, salvo però rilevare un fattore tutt’altro che trascurabile. La noia di Rebecca, infatti, non è l’ennui del Dino di Moravia, il quale la concepisce come “un sentimento di inadeguatezza alla realtà”. La noia di Rebecca riguarda soprattutto il suo modus vivendi e non si limita al presente, essendo che il suo esame introspettivo torna molto indietro nel tempo.

È alla freschezza della gioventù, il tempo a cui la donna rivolge lo sguardo intriso di nostalgia. È il tempo dei sogni, delle passioni e delle aspirazioni che ella ripercorre con la mente, il tempo del coraggio e dell’avventatezza: tentare il tutto per tutto pur di affermarsi, giacché, come recita un vecchio detto, “insisti e resisti, raggiungi e conquisti”. Nel mondo della protagonista di Senza sapere perché, tutto questo è teoria. Nella vita pratica le cose procedono infatti nella direzione opposta.

Oggettivamente Rebecca ha tutto ciò che una persona – e in questo caso una donna – possano desiderare: un marito che la ama e tre figlie adorabili, benché le decisioni che le ragazze prendono non sono prive di attriti che non vengono mai fuori completamente, ma covano sotto la cenere, senza tuttavia intaccare il loro legame. Anche se ad un certo punto subisce un’inversione di marcia e l’equilibrio si rompe.

A ben vedere, però, l’equilibrio succitato non appartiene alla soggettività di Rebecca che immediatamente si denuda dei suoi sentimenti e fa entrare il lettore nella parte più profonda di sé, là dove si agita il mare della confusione e ciò che fino a qualche tempo fa brillava di luce propria, adesso ha assunto contorni nebulosi, incerti, vaghi.

Un lampo ha squarciato il velo della serenità (forse apparente), l’horror vacui ha preso il sopravvento e un senso opprimente di inutilità e insoddisfazione si è impossessata del suo essere, toccando l’apice quando raggiunge la consapevolezza di aver smarrito la propria identità o, forse, di non essere stata in grado di costruirsela:

«Non era stata lei stessa a fare della sua anima un deserto bruciando giorno per giorno tutti i suoi desideri più nobili sulla piccola fiamma dell’indifferenza e della noia? »

Succede che ad un certo punto della vita – senza sapere perché (ma sarà davvero così?) – ci si ritrova a fare i conti con se stessi, con le proprie decisioni e le scelte, con le conseguenze derivate da quelle.

E all’improvviso paiono scelte e decisioni prese da un’altra persona, da un altro io, da un’anima che, all’interno della confederazione di anime che vivono in noi, come sostiene il dottor Pereira, si è messa al timone:

«Eccola qual era, in realtà: una persona ormai lontana dalla giovinezza, con indosso una pelle di donna ancora fresca ma in realtà già vecchia e avvizzita nell’intimo, vuota di ricordi e piena di nostalgia per qualcosa che non aveva saputo o forse nemmeno voluto cercare…»

Ciò vale per Rebecca nel caso specifico, ma in lato sensu Rebecca diventa il prototipo della donna che per amore dei figli accantona sogni e aspirazioni, passioni e ambizioni per dedicarsi esclusivamente al suo ruolo di moglie e di madre. E cosa succede poi? Succede che, d’un tratto, Rebecca sente di vivere nell’ombra e di naufragare in essa («La sua vita era stata una fragile navicella in balia di venti che l’avevano portata al naufragio»).

Dapprima all’ombra del marito che frattanto si gode i suoi successi professionali e successivamente all’ombra delle figlie che, crescendo, decidono, ognuna per proprio conto, di seguire la strada che credono possa condurle alla conquista della felicità.

E cosa si fa quando non se ne può? Si evade, è chiaro. Ed è ciò che fa Rebecca. Parte. «Ti serve un cambiamento, devi fare un viaggio. Un posto nuovo provoca uno stato d’animo diverso», le consiglia l’amica Allegra (di nome, ma non di fatto), personaggio comprimario che svolge una funzione importante, poiché sarà per Rebecca uno specchio nel quale riflettersi.

Completamente opposte, ma ugualmente afflitte da bovarismo (ma per ragioni differenti), tanto che sia l’una che l’altra tentano di porvi rimedio spezzando le catene dell’abitudine e della monotonia cui sono soggette, Rebecca e Allegra possono essere equiparate per temperamento e disposizione d’animo a una grande coppia della letteratura tedesca: Narciso (Rebecca), relegata nella sua comfort zone, e Boccadoro (Allegra), decisa ad assecondare i propri istinti.

Ripetutamente spronata dall’amica, Rebecca finalmente decide di partire con la speranza di lenire logoramento e afflizione che la pervadono, di guarire dall’abulia e dal tedium vitae divenuto ormai insopportabile, ma soprattutto con il desiderio di riconquistare libertà, autonomia e serenità di coscienza.

Eppure, a volte, non basta allontanarsi per guarire, è inutile imbottirsi di farmaci per dimenticare, ed è inutile anche rannicchiarsi in un altrove sperduto (ma poi non così tanto, se si considera la mèta del viaggio che non vi sveliamo) per ritrovarsi e ricostituire l’unità del proprio essere.

Ciò che abbisogna, invece, è essere pronti a scavare seriamente dentro se stessi, un’introspezione lungimirante e catartica, toccare il fondo per cominciare la (ri)salita in modo da poter nuovamente godere del brillìo solare:

«Non sapeva bene [Rebecca] come avrebbe dovuto configurarsi questa nuova dimensione del suo essere, ma sperava che, riaccostandosi ai suoi, riaprendo il suo cuore a chi le era più vicino, lentamente si sarebbe definita come una maggiore comprensione e apertura verso gli altri.»

La narrazione, però, è sì catalizzata su Rebecca, offre sì una visione d’insieme sul ruolo della donna-madre sia nell’ambito privato che sul piano lavorativo (la qual cosa lo rende un romanzo di grande attualità), ma fa luce anche su un altro personaggio, vittima taciturna e indifesa, macchiatosi del peccato della cecità.

Si tratta di Alfredo, il marito di Rebecca. Sgomento e spiazzato dall’improvvisa decisione della moglie, è incapace di reagire. Non sa come riportare la donna sui suoi passi, non sa come convincerla del suo amore, non sa cosa fare e in che modo comportarsi per restaurare l’armonia infranta. Il dolore del distacco offusca il raziocinio, tanto più che fino al dramma che si consuma davanti alle figlie prima e in intimità poi, gli fa capire che

«[…] non è mai stato vero quel che credevo ci fosse tra noi. […] era solo un’illusione perché tu non mi ami, non mi hai mai amato. Forse non hai cuore, forse non sei capace di amare. […] Tu non ami l’amore. […] non sapendo come abbattere quel muro di gelo che erigevi tra noi, forse temendo di trovarmi faccia a faccia con la verità, cioè che non mi amavi, preferivo subire ed evitare di chiederti la ragione della tua indifferenza. Alla fine l’ho pagata […] mi metti da parte come una cosa inutile e fastidiosa…»

Ma il “cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” e Alfredo non smette per questo di amarla e gliene darà prova in un modo che non ammette repliche. Scoprite come leggendo Senza sapere perché.

© Antonietta Florio

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