Marco Amerighi, Randagi

«Quella notte, quando il fuoco si estinse, ripensò alle teoria di Andrei sul punk, rifiutare l’elaborazione, restare uguali a se stessi, chiudersi a riccio in una bolla incorruttibile. Magari era quello il suo vero talento, lo scopo della sua esistenza. Piantare i piedi, restare immobile. Vivere al buio per smarrire un dolore, come gli cantava sua madre. […] Gettata la spugna, ora doveva solo lasciarsi trascinare dalla corrente, scomparire nei mari cobalto della sua solitudine.» (M. Amerighi, Randagi)

Siamo a Pisa, in casa Benati e immediatamente catapultati nella testa di Pietro, un giovane che consumando i giorni nell’attesa di scomparire non si rende conto che «La vita vera è fuori. E non è rifiutandoti di guardarla che smetterà di esistere».

Sui maschi di questa famiglia, infatti, grava una maledizione: tutti, senza eccezione, prima o poi taglieranno la corda. Così è stato per il nonno, disperso nella guerra d’Etiopia, e così è stato per il padre, al quale viene affibbiato il soprannome esemplare «il Mutilo». Questo, in sostanza, è lo sfondo narrativo dei Randagi di Marco Amerighi, questo il suo incipit.

Randagi sono i personaggi del romanzo, ma è soprattutto la condizione di chi non sente di avere un posto nel mondo, di chi ha nostalgia di cose che non accadranno mai, di non trovare punti d’approdo, di gravitare nell’orbita terrestre senza atterrare da nessuna parte, in una perenne e frustrante condizione di sospensione.

Il romanzo di Amerighi riflette altresì l’inquietudine, talvolta malcelata, di chi non sa inventarsi la (sua) realtà e non riesce a plasmare il (suo) futuro, di chi si è oramai persuaso, e rassegnato dinanzi all’amara e frustrante persuasione, generata in primis dalla paura, di non avere qualità, di non eccellere in nessun àmbito, di non avere le capacità per dar vita a qualcosa di buono e di soddisfacente, qualcosa che, insomma, possa essere motivo d’orgoglio:

«Ti capita mai di sentire che, per quanti sforzi tu faccia, invece di avanzare fai soltanto passi indietro?»

Randagio è, in primis, il già citato Pietro e, per motivi diversi lo è anche suo fratello Tommaso. Il primo, che «a ventitré anni era il ritratto della trascuratezza», è immobile, ma attivo nell’automortificazione. Non fa altro che ripetere a se stesso “di avere qualcosa che non gira nel verso giusto” e «forse nel suo cuore non bruciava nessuna curiosità per il mondo». Quando poi scopre una certa passione per la musica si convince quasi subito che non fa per lui:

«Se la vita avesse continuato a schiaffargli in faccia la propria inettitudine persino nell’unica attività che lo aveva mai entusiasmato, cosa avrebbe dovuto fare?»

Comincia a pensare all’università e a un futuro accademico, convinto che i libri e la letteratura siano l’espediente giusto per allontanarsi dal mondo, chiudere gli occhi davanti a una realtà che non vuole vedere e rinserrarsi nel suo guscio per interrompere, o quantomeno sospendere, il ciclo esasperante di rabbia, delusione e fallimento sia dentro che fuori le mura di casa.

Questa la ragione per la quale si sposta a Madrid dove incontra ragazzi che svolgeranno un ruolo cruciale nel ridestare Pietro dal suo torpore esistenziale.

Si tratta di Dora, un altro personaggio “randagio”, fortemente provato da eventi funesti che hanno privato anche lei della serenità che solo a venti anni si può avere: «Cosa vuole una donna quando si perde? Cosa vuole una donna quando ha paura? Cosa vuole quando nessuno le chiede cosa vuole? Glielo avete mai chiesto?», scriverà ad un certo punto.

Il batterio dell’infelicità ha attecchito in lei, rintanandola nella corazza infrangibile dell’indifferenza. Ma – perché c’è sempre un ma – non è tutto oro ciò che luccica.

La tranquillitas esteriore, il lasciarsi trasportare come foglia al vento è inversamente proporzionale alla tempesta che in lei si agita, i cui segni sono indelebili e si traducono in rassegnazione. Certo, non smette di credere nei miracoli e avverte il forte bisogno di imboccare una strada con la certezza che, una volta giunta a destinazione, trovi ciò che stava cercando, ma

«avevo scoperto quello che da sempre sospettavo, e cioè che dentro di me c’era qualcosa che non andava, e che quel qualcosa non era una delusione o un lutto o la paura del futuro, ma qualcosa di concreto e reale. Un guasto. Un’avaria. Un malfunzionamento di un ingranaggio che si nascondeva […] lì, da qualche parte.»

E poi c’è Laurent, brillante e intelligente, che dapprima studia per compiacere la madre, poi molla tutto per dare una svolta alla sua vita. Il suo motto è “segui le tue intuizioni, anche quando agli altri sembrano folli”.

Quanto a Tommaso, questi è l’esatto opposto di Pietro: crede in se stesso e s’impegna, primeggiando, in progetti sempre nuovi e diversi, ognuno dei quali sono per lui «la missione a cui dedicare una vita intera». Ciononostante, anche lui talvolta è costretto a combattere contro lo spettro del fallimento: «Ho sempre avuto il terrore di non fare abbastanza. Di restare indietro, di perdere tempo».

Si delinea la forte contrapposizione tra i due rampolli della famiglia Benati, i quali tuttavia sono e resteranno uniti fino alla fine (e anche oltre). Delicati ed emozionanti sono i momenti in cui l’Autore li sorprende insieme, lasciando emergere la granitica unione fraterna. Questo legame strettissimo, il loro esserci l’un per l’altro sempre e in ogni momento, viene evidenziato in due modi.

Anzitutto quando i due Benati sono fisicamente nello stesso posto, perché quelli sono istanti, frammenti di vite che non hanno altro scopo che godere della leggerezza (che non è superficialità, Calvino docet), accantonando qualsivoglia problematica. In secondo luogo è altrettanto commovente il loro essere vicini nella lontananza.

La corrispondenza (saltuaria) s’impregna di toni più profondi e prima l’uno, poi l’altro danno libero sfogo alle loro fragilità, mettono nero su bianco le loro paure, testimoniando una volta di più che il disorientamento e il “randagismo” esistenziale dell’uno trova un porto e un rifugio sicuro nelle parole dell’altro.

Già, perché l’unica cosa da fare nei momenti di sconforto e di abbandono, quando si perde l’orientamento e si ha la sensazione di girare a vuoto, di sentirsi parte di niente, sradicati dal mondo, è aggrapparsi a chi si vuole bene, perché non si è mai soli. C’è sempre qualcuno pronto a sorreggerti, ma è necessario, prima di ogni altra cosa, avere fiducia in se stessi, credere nelle proprie capacità. È necessaria la conquista di sé.

© Antonietta Florio

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