Massimo Lapponi, Veteris vestigia flammae

«Che cosa, dunque, era diventato importante per lei? Non lo sapeva neanche lei in quel momento. Sapeva soltanto che non era più la ragazza di prima e che nuovi valori inaspettati avevano fatto irruzione improvvisamente nella sua vita, anche se non era in grado di dire esattamente quali fossero.» (M. Lapponi, Veteris vestigia flammae)

Comincia con una situazione di pericolo imminente e si chiude con una speranza Veteris vestigia flammae di Massimo Lapponi. Un racconto lungo che si dipana sull’onda di due filoni interpretativi, l’uno e l’altro interdipendenti. D’emblée la focalizzazione è su Luisa, una ragazza da poco maggiorenne che non sa (o non crede) di poter gestire una cocente delusione.

Immersa in quello che James Hillman, padre della psicanalisi analitica, definisce «deserto della modernità», la protagonista (ma siamo sicuri che sia lei?) scopre a seguito, di una conversazione con un professore e di una lettura che questi le consiglia, l’esistenza di un mondo completamente diverso da quello odierno.

Un mondo fatto di virtù semplici e di innocenza, puro e intatto, non contaminato e inebriato dal profumo della natura. Un mondo basato sullo scambio e sui rapporti umani, sui valori più alti e nobili, in cui la felicità sembra possibile e non soltanto utopia, perché il destino non è compiuto, ma lo si deve realizzare, lo si deve costruire:

«Credevamo che la felicità fosse a portata di mano, ma la nostra vita era viziata da molti difetti. Se li avessimo combattuti, credo che tutto sarebbe stato diverso.»

Un mondo, in definitiva, annichilito, che non esiste più, spazzato via dal progresso, segnando una forte e ineluttabile contraddizione, laddove l’evoluzione della techné fa registrare un’involuzione su un altro piano: quello strettamente umano.

Lapponi fa confluire nel libro due destini, pone a confronto, intrecciandole – e qui l’espressione Veteris vestigia flammae si spoglia del suo primo significato – due generazioni: quella del passato (il professor Vannucci) e quella del presente (Luisa), senza tuttavia esentare il tempo futuro. Che cosa ci aspetta? Si può porre rimedio alla suddetta “desertificazione”? Luisa è decisa a provarci.

Decide perciò di trascorrere qualche giorno a Collalto Sabino, una località scelta non per caso, ma rispondente a uno stratagemma ben preciso: capire meglio chi è, rivitalizzare il cuore, (ri)scoprire, per usare un’espressione heideggeriana, “la meraviglia delle meraviglie”, la semplicità della vita e il suo valore:

«Sentirsi immerse in quel mondo così diverso e così pieno di fascino ci suggeriva che la nostra vita doveva cambiare, che qualche cosa di nuovo doveva nascere per noi. […] Sembra che di fronte a tanta meraviglia intuiamo che la vita ha un valore, un significato del tutto diverso e infinitamente più prezioso di quello che sentiamo abitualmente. Ma […] siamo costretti a ritornare alla vita ordinaria e tutto svanisce come un sogno illusorio.»

Infatti, anche in questo locus amoenus, la modernità ha fatto irruzione. Eppure, non tutto è perduto. Si affaccia un’ipotesi che si sedimenta sempre più e alla quale la ragazza non è disposta a rinunciare:

«Forse c’è un modo per cambiare vita, facendo tesoro di questa esperienza, anche se non possiamo materialmente trasferirci a vivere qui. […] Dovremmo fare un cambiamento dentro di noi, e non accontentarci di cose soltanto esteriori.»

Ma se questo è un buon – anzi ottimo – punto di partenza, giacché come ha proverbiato qualcuno “l’intenzione è tutto”, c’è qualcos’altro di cui Luisa, prototipo di una gioventù sfiduciata e smarrita, ha bisogno. Di una guida, di una mano che la tenga forte e la cui forza diventi sempre più possente ogniqualvolta lei è sul punto di precipitare («Come possiamo non perderci se qualcuno non ci prende per mano e non ci guida?»).

Ed ecco che dietro questa ricerca di certezze, di una guida sicura e ferma che è sì tra gli uomini, ma più in alto di essi, viene alla luce qualcosa che la frenesia del quotidiano ottenebra con il conseguente effetto di uno smarrimento totale.

Si riaccende, cioè, “l’antica fiamma”. Qual è questa fiamma? La Fede. Ecco perché all’inizio si è detto che Veteris vestigia flammae si chiude con la speranza. Perché Luisa, invischiata nella modernità, scambiando l’apparenza per essenza e la superficialità per qualcosa di più profondo, fuoriesce da questa rete. Un momento di raccoglimento interiore e di riflessione su e con se stessi, produce risultati (forse) insperati, riaccende ciò che nell’inconscio è sopito da tempo.

Per un’evasione dalla caotica e assordante realtà quotidiana, per infiltrarsi con Luisa nel paradiso della natura, per mettere a tacere pensieri roboanti, la lettura di Veteris vestigia flammae è consigliata!

 © Antonietta Florio

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