Mario Desiati, Spatriati

«Le nostre origini ci rimangono addosso come una voglia gigante sulla pelle, che puoi coprire con tutti i vestiti che vuoi, ma resta sotto e quando ti spogli la vedi. Eravamo usciti dalle nostre famiglie riportando ferite profonde, ma le nostre famiglie non erano uscite da noi.» (M. Desiati, Spatriati)

Martina Franca, anni 2000. Quanto più lei è solitaria, ma sicura di sé, tanto più lui chiude gli occhi di fronte alla realtà; quanto più lei invera la parte onirica, tanto più lui sedimenta ogni cosa nella sua parte più nascosta e imperscrutabile. Loro sono Claudia Fanelli e Francesco Veleno gli Spatriati di Marco Desiati.

E in linea generale, spatrièt (nel dialetto martinese) possiamo essere tutti noi, identificandoci ora nell’una, ora nell’altro, così profondamente diversi, all’opposto addirittura, eppure così uguali nel sentirsi inadeguati, mancati e tremendamente sbagliati con tutti e in ogni circostanza; così uguali in quel senso di disorientamento e di smarrimento, e di sbandamento e di sradicamento rispetto sia agli affetti più cari, sia alla terra natìa:

«è stato un errore tornare in Puglia, anche solo per una manciata di giorni. Sento salire le lacrime. A pochi è dato capire cosa significhi piangere per un amore che resta, invece che per un amore perduto.»

Tutto comincia da una frattura in seno alle due famiglie: un tradimento che lascia strascichi e segni indelebili nel processo di crescita e anche oltre. Già, perché non solo si cresce con molta più insicurezza e sfiducia nei confronti delle persone, ma si finisce col chiudersi nel proprio guscio da cui poi non si è più (o non così facilmente) in grado di uscire, non si capisce più cosa è giusto e cosa non lo è.

Il più delle volte si finisce col fare proprio uno stendardo che rende incomprensibile e complicato il mondo degli adulti, si decide cioè di andare avanti seguendo la regola del “quieto vivere”. Poi, però, ci si costruisce la propria verità, si guarda la realtà per quella che è, e non per come viene raccontata:

«mia madre era andata via di casa come milioni di genitori in tutto il mondo che si innamorano della persona giusta dopo aver sposato quella sbagliata. Io ero il figlio di quella sbagliata.»

Ed ecco il primo clamoroso sbandamento di Francesco, ecco le prime avvisaglie di un cambiamento che avrebbe scombussolato per sempre gli equilibri: il suo e quello di Claudia.

L’uno disarmato e inconsapevole («Avevo diciannove anni e non sapevo niente di amore, non sapevo niente di niente»); l’altra, vivace e stravagante, mostra già di sapere come funziona il mondo e che l’amore è un’illusione («Io sono nata da due persone che provano tenerezza l’una per l’altra, ma non si sono mai amate davvero»).

E quanto più la loro relazione s’intensifica, tanto più si allontanano dagli altri («Eravamo solitudini perfette, due monadi»), agli occhi dei quali appaiono diversi, inclassificabili. Spatriati, appunto. Ciò nonostante «nessuno poteva impedirmi di essere chi volevo essere».

Ma se in Francesco si è accesa la scintilla dell’amore e con lui si viaggia sul binario della (pseudo) sicurezza, restando fino ad un certo punto nel limbo prototipico (sebbene puramente teorico) della famiglia felice, con Claudia s’imbocca un’altra strada, si procede in un’altra direzione. «Non vivo bene qui» e «Non posso restare qui» sono le confessioni tramite le quali la ragazza annuncia la sua partenza.

Alla base di questa improvvisa (che in realtà non è così estemporanea come sembra) decisione vi è la necessità di orientarsi, di conoscersi, di comprendere chi è e cosa vuole diventare.

Il bisogno di partire e mollare tutto per (ri)cominciare altrove risponde, quindi, all’esigenza di plasmare se stessa, di essere lei a governare il destino. Ma qui Cesare Pavese avrebbe di che obiettare: «Quel che prima era voglia, era scelta, ti si scopre destino», scrive nei Dialoghi con Leucò (la cui recensione, a breve, sarà postata qui).

Dapprima a Londra e poi a Berlino, con un intermezzo nell’Italia settentrionale, nella città delle opportunità, le scorribande di Claudia mandano in tilt un ragazzo che per quanto fatica faccia a starle dietro, non si stacca un attimo da lei.

Al contrario, è pronto ad aiutarla e a sostenerla, ad appoggiarla persino nelle scelte che non condivide pienamente, a tal punto da rimbrottarsi per essere così diverso da lei, così statico nell’attesa ostinata di lei:

«Io mi odiavo e non lo ammettevo perché in Claudia percepivo un cambiamento, uno slancio verso la vita che era sempre in una direzione imprevista, sembrava che stesse tastando un limite: dove posso arrivare, quanta irragionevolezza mi è concessa.»

E mentre Francesco persiste nella sua stanzialità, convinto che la risposta alla fatidica domanda “chi sono?” sia celata lì, nella sua terra, che da sempre gli ha dato la sua identità, ma ora è soltanto un’anima persa, Claudia – anch’ella dispersa – continua il suo vagabondaggio esplorando e ricercando se stessa, affidandosi alla letteratura. E Spatriati è pregno di riferimenti letterari, perché «a volte si leggono romanzi solo per sapere che qualcuno ci è già passato».

Due vite, quelle di Claudia e Francesco, fortemente contrapposte, lontane e vicine a un tempo; due visioni del mondo completamente diverse e due modi di salvarsi individuati in atteggiamenti altrettanto differenti.

Lui restando (fisicamente, ma non con lo spirito), l’altra tagliando le radici dal luogo in cui è cresciuta per germogliare altrove, anche se «non si può andar via senza graffi», ma «l’importante nella vita è camminare e allontanarsi dalle cose che fanno piangere». E quanto più il tempo della lontananza si dilata, tanto più la medesima lontananza diventa esistenziale:

«Lì era libera, si amava e si perdeva, lavorava e mangiava, falliva e ricominciava da capo, senza mai sentirsi uno zero. La sua lontananza ormai non era solo un fattore geometrico, era esistenziale: parlava un’altra lingua, pensava in un’altra lingua, circondata da persone che parlavano altre lingue.»

Eppure la lontananza nulla può contro la tenacia e la veemenza dei sentimenti, qualcosa che è amore, ma che nel contempo lo supera; qualcosa che spinge Francesco a prendere il volo finalmente, perché «mi aspettava l’unica patria che sapeva riconoscermi».

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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