Anton Čechov, Il monaco nero

 «Tutto il segreto è nell’amore, cioè nel vigile occhio del padrone e nelle mani del padrone, e in quel sentimento che, quando vai in visita da qualcuno per un’oretta, ti fa stare lì seduto come un’anima in pena, e non sei più tu: temi che possa succedere qualcosa al giardino.» (A. Čechov, Il monaco nero)

Il monaco nero di Anton Čechov è un racconto in cui protagonista è il professore di psicologia Kovrin che, affaticato e su consiglio del suo medico, decide di cambiare aria. Si reca quindi a Borisovka, dai Pesockij, dove abita il suo antico tutore, e ora frutticoltore, con la figlia Tanija. Se il professore è ossessionato dalla conoscenza, pur sapendo che «la mente non può contenere tutto», il frutticoltore ha l’ossessione del giardino:

 «Tutto il segreto del successo non è nella grandezza del giardino e nel numero degli operai, ma nel fatto che io amo il mio lavoro – capisci? – l’amo forse più di me stesso.»

L’uno è dunque lo specchio dell’altro, sia pure per motivi diversi e le cui sorti saranno differenti. Quanto più si ambienta nella nuova dimora, dove Kovrin è considerato di famiglia e dove l’intreccio tra passato e presente si fa sempre più stretto e indissolubile, tanto più la sua mente lavora infaticabilmente e «l’anima si sentiva troppo colma, ma felice».

Ad un certo punto, rammemora la leggenda del monaco nero che, si dice, abbia il dono dell’ubiquità e che mille anni dopo aver vagato nel deserto, il suo miraggio apparirà sulla Terra e si manifesterà agli uomini. Non a tutti, però. Difatti a vederlo sarà soltanto Kovrin, a conversare con lui sarà sempre e soltanto Kovrin.

Immediatamente egli pensa di avere allucinazioni, di soffrire anzitempo di una qualche strana – ma grave – malattia, poi sembra quasi abituarsi a queste visioni, trovando una sorta di punto di incontro o di equilibrio tra il razionale e l’irrazionale, tra la ragione e la follia, perché, dice sillogisticamente il monaco, se

 «io esisto nella tua immaginazione, e la tua immaginazione fa parte della natura, dunque esisto anche io in natura.»

I dialoghi tra i due, che ruotano pur sempre intorno al desiderio di conoscere, che porta con sé avidità, ambizione – e, perché no, anche corruzione – hanno l’effetto di esaltare ed eccitare il genius di Kovrin, di inorgoglire la sua anima ed elevarne la coscienza.

L’illusione ottica del monaco vestito di nero è un Kovrin altro da sé, è quasi sartrianamante l’in-sé del Sé, il suo (sub)inconscio che si materializza ai suoi occhi e fa sì che il gioco di domande e risposte dica esattamente ciò che il Kovrin vero, il Kovrin nelle sue fattezze e debolezze propriamente umane vuole sentire, le lusinghe, cioè, che ogni uomo adora (o adorerebbe)sentirsi dire:

«Sei uno dei pochi che a ragione si chiamano eletti di Dio. Tu servi la verità eterna. I tuoi pensieri, i tuoi propositi, la tua straordinaria cultura e tutta la tua vita recano su di sé un’impronta divina, celeste, poiché sono consacrati al razionale e al sublime, cioè a ciò che è eterno.»

L’eternità tanto auspicata non sembra quindi essere mera utopia e non la si ottiene dopo la morte. Essa obbedisce alla regola dell’hic et nunc e ha a che fare con il piacere, il quale a sua volta è – indovinate un po’ – nel cognoscere.

È la conoscenza che rende gli uomini superiori, che li distingue dal gregge, “sano e normale” (parole del monaco!), perché è quella gente che considera i geni come Kovrin delle persone subdole, psicopatiche, anormali; malate, insomma. Infatti,

«Amico mio, sono sani e normali soltanto gli uomini mediocri, quelli del gregge. […] L’entusiasmo, l’esaltazione, l’estasi, tutto quello che distingue i profeti, i poeti, i martiri per un ideale dalla gente comune, è contrario alla parte animale dell’uomo, ossia alla sua salute fisica. Ripeto: se vuoi essere sano e normale, entra nel gregge.»

Kovrin mette la sua vita al servizio dell’ideale, ma non si accorge che l’ansia della gloria e il desiderio di primeggiare lo stanno consumando, tanto più che ripete numerose volte di non provare nessun altro sentimento di gioia, dolore o noia. Perfino al matrimonio con Tanija, la donna che ama, sembra essere indifferente.

L’amore – «che aveva versato solo olio sul fuoco» – e il tempo libero non rappresentano tanto un diversivo piacevole, quanto piuttosto una distrazione, una specie di fuoriuscita dai binari da quella che è la destinazione ultima: l’eccellenza. O, come gli ha detto il monaco, l’eletto di Dio.

Eppure, ad un certo momento, qualcosa cambia. L’esaltazione si trasforma in rassegnazione, la speranza (o la persuasione) di diventare un uomo superiore agli altri diventa consapevolezza della propria mediocrità, perché «ogni uomo doveva accontentarsi di quello che era».

Ciò nonostante la brace continua ad ardere sotto la cenere e la fine del racconto, coniugata al momento supremo di Kovrin, si sofferma su un concetto squisitamente filosofico di tradizione omerica: il corpo come tomba, soma-sema. L’essenza di Kovrin, professore di psicologia, vivrà in eterno, ma non più imprigionato nell’involucro troppo fragile e corrotto dell’organismo corporeo.

© Antonietta Florio

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