Asha Lemmie, Cinquanta modi per dire pioggia

«Era stata cresciuta nella paura. Ma, se guardava sotto di essa – ed era come guardare nella canna di una pistola carica –, riusciva a vedere il bagliore di qualcosa che le era sconosciuto: la speranza. La speranza di un destino che non fosse già scritto, deciso dalle circostanze della sua nascita.» (A. Lemmie, Cinquanta modi per dire pioggia)

«Promettimi che obbedirai sempre. Non fare domande. Non lottare. Non resistere. Non pensare, se il pensiero dovesse portarti dove non devi andare. Sorridi e fai quello che ti chiedono. Solo la tua vita è più importante dell’obbedienza. Solo l’aria che respiri. Promettimelo.»

Comincia così, con una promessa il romanzo di Asha Lemmie, Cinquanta modi per dire pioggia, «uno per ogni tipo di pioggia che si possa immaginare». Ambientato per la maggior parte nel Giappone degli anni Cinquanta e Sessanta, e dunque agli albori del processo di modernizzazione, la protagonista è la piccola Noriko (Nori d’ora in poi) che ben presto si trova a fare i conti con una dura realtà.

Questa realtà è incarnata da sua nonna Yuko, imparentata con la famiglia imperiale, e per tenere alto il decoro e la dignità della casata sarà un personaggio crudele, pieno di pregiudizi e spietato fino all’inverosimile. La vittima sarà Nori, in primis.

Costretta a vivere in soffitta «lontano da tutto e da tutti», la bambina non può in alcun modo comunicare con il mondo esterno e l’unica persona con cui interagisce è la domestica Akiko, per molti versi simile a lei:

«non sono pagata per fare ciò che voglio. Non sono pagata per pensare. Sono pagata per fare. […] Ognuno di noi ha la sua vocazione nella vita: la mia non è molto entusiasmante, ma la seguirò senza protestare.»

Di tanto in tanto Nori si rifugia nel giardino, in cima a un albero, ma più spesso preferisce tenersi impegnata con i libri. Fermarsi a pensare è deleterio, improduttivo e talvolta spaventevole, perché «rischiava di mettersi a sbattere la testa a terra fino a far uscire il cervello, dipingendo un acquerello sul pavimento».

La mente, infatti, segue in quei momenti linee tortuose e impervie, ignote e misteriose che si chiamano “futuro”. E dell’avvenire Nori ha paura, perché quanto più è prigioniera tra quelle mura, tanto più ogni idea, o anche un semplice abbozzo, di un qualche progetto futuro genera angoscia.

Tra bagni con la candeggina per schiarire il colore della pelle, sempre pronta a dare il meglio per non deludere Yuko, anche se tutto ciò che fa non è mai abbastanza, perché è lei stessa a sentirsi una nullità («Allo specchio vedrà sempre qualcosa che non esiste»), dopo essere stata venduta ed essere fuggita da un bordello, Nori si sente condannata a una vita che per lei non ha in serbo nulla di eclatante, nessuna emozione con cui innaffiare, rivitalizzandole, le fibre disidratate del suo essere.

«Per quanto Nori si sforzasse, però, sembrava che sua nonna non fosse mai contenta. L’anziana esigeva il meglio del meglio e ai suoi attenti occhi grigi non sfuggiva nulla. Di fronte a lei, Nori si sentiva emozionata e terrorizzata allo stesso tempo. Soddisfare sua nonna era un traguardo che desiderava con tutta se stessa raggiungere. Nella sua mente, era l’impresa più nobile. »

Una prima e importantissima svolta arriverà con Akira, il suo fratellastro, con il quale si instaura sin da subito un forte legame. Akira diventa per Nori il suo vero punto di riferimento; l’unica persona a cui affidarsi e di cui fidarsi. Sarà la persona a cui si aggrapperà con tutte le sue forze, sarà la sua roccia.

Appassionato di violino, il ragazzo si muoverà tra luci e ombre, giocherà sul doppio filo dell’essere e del sembrare e anche il lettore sarà piuttosto guardingo nei suoi confronti, non lasciandosi abbindolare dai suoi atteggiamenti docili (a volte fin troppo) e dalla sua generosità (che a volte sa di finzione), salvo poi cambiare idea quando per l’ennesima volta Nori si troverà a fare i conti con se stessa.

Cresciuta con la persuasione di essere un danno e di danneggiare chiunque le stia intorno, la ragazza sente accrescere anche la convinzione di non meritare nulla di buono, né di bello:

«C’era una parte di lei che aspettava che tutto ciò, quel semplice istante di appagamento, le venisse strappato via. Aspettava che Dio le mandasse qualcosa di terribile per ricordarle chi era e come doveva essere la sua vita.»

L’incidente di Akira però crea uno spartiacque. Con quell’incidente comincia il vero e proprio processo di emancipazione di Nori, tutt’altro che semplice e agevole, e in cui la parola d’ordine non è più “dimenticare”, bensì “lottare”, non più stasi e isolamento, ma movimento. Allora viaggia in Europa e soggiorna per qualche tempo presso la sua amica Alice. Qui conosce un ragazzo, Noah, di cui si innamora, ma anche in questo caso mantiene i piedi ben piantati nel terreno.

Tra la follia e la razionalità, combattuta tra l’istinto di lasciarsi andare e la consapevolezza di guardare la (sua) realtà per quella che è, tra il desiderio di amare e la paura di essere felice, sarà grazie al diario della madre che Nori finalmente prenderà una prima, vera decisione. Ma l’inizio di questa nuova vita dalle prospettive rosee riserva nuove sorprese che una volta di più hanno il nome di Yuko.

Il passato si fa prepotentemente strada nel presente rendendo ben visibile il dissidio tra i nostalgici dei vecchi tempi (la nonna ossessionata dalla mancanza di un erede legittimo) e chi invece sta al passo con i tempo (Nori, emblema della modernità). Nel mezzo la scelta fra due stili di vita pressoché inconciliabili: l’uno sotto l’egida del potere e del rispetto («Vedrai di cosa sarai capace, pur di proteggere chi ami»), l’altro costellato dalla magia e dalla purezza dell’amore fra anime che delicatamente si amano.

Partendo dal presupposto che «non c’è scelta che non richieda sacrificio; non c’è modo di eludere il dolore», quale sarà la scelta di Nori? Quale prezzo sarà disposta a pagare? Sotto quale stella deciderà di vivere d’ora in avanti?

© Antonietta Florio

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