Monica Horovitz e Adelia Lucattini, Psicoanalisti in lockdown. Efemeridi di menti a distanza

«L’analisi è un lavoro “sartoriale” e come un vestito di sartoria è cucita su misura e la misura è quella della coppia analitica o del gruppo analitico con cui l’analista si trova a lavorare. L’analisi è un abito che si tesse sempre in due e a volte a più voci, che si indossa insieme per poi riprendersi a fine seduto ognuno una parte dell’abito lavorato insieme, portarlo con sé per riportarlo la seduta successiva, arricchito da riflessioni o snellito da elementi non necessari.» (M. Horovitz e A. Lucattini, Psicoanalisti in lockwodwn. Efemeridi di menti a distanza)

In che modo è cambiato il modo di fare psicoanalisi durante il lockdown mondiale nel trimestre marzo-maggio 2020 dovuto alla pandemia da Covid-19? Quali le conseguenze nel rapporto con i pazienti? Le restrizioni hanno avuto un impatto infausto o, al contrario, sono state stimolanti nella sperimentazione di nuovi modi di lavorare psicanaliticamente?

Quattordici psicoanalisti di diverse nazionalità, stimolati dalle riflessioni della collega Janine Puget (scomparsa il 5 novembre 2020), hanno risposto al quesito e le loro testimonianze sono poi confluite, grazie all’iniziativa di Monica Horovitz e Adelia Lucattini in Psicoanalisti in lockdown. Efemeridi di menti a distanza.

Suddiviso in quattro atti, il volume comincia con una riflessione sulla fragilità e la precarietà della specie umana. Costretto improvvisamente e in maniera radicale a cambiare il suo stile di vita, l’individuo ha finito per chiudersi in se stesso, a temere il contatto con l’altro, costruendo una sorta di barriera invisibile ma così spessa da renderne difficile l’abbattimento.

Dalla parte degli psicoanalisti, la difficoltà è (stata) maggiore, poiché la barriera di cui si è fatto menzione ha impedito di fatto ciò che nelle sedute psicoanalitiche è un tassello imprescindibile: la condivisione. Così la funzione psicoanalitica s’interrompe, il lavoro dell’analista di far conoscere l’inconscio cozza contro gli elementi del mondo esterno e l’interrelazione con il paziente, fatta di “corpo, affetto e pensiero”, si arresta.

Ecco che ci si ritrova dinanzi al primo dei nuclei concettuali fondamentali di Psicoanalisti in lockdown: «mondi sovrapposti», cioè un «momento di eclissi analitica» a causa di una realtà traumatica. Questa espressione eufemistica si fa detonatore di problemi sia tecnici, sia etici, di una situazione paradossale in cui

«sebbene il mondo sovrapposto crei un universo che sembra avvicinare l’analista al suo analizzando, in realtà lo allontanerà il più possibile dalla scoperta dell’inconscio.»

Segue, quindi, un nuovo concetto: la «sindrome della parete in frantumi» e che si riferisce, nel caso specifico, alla cessazione delle sedute psicoanalitiche in presenza. Ciò ha non soltanto provocato l’intrusione dell’esterno nell’universo inconscio (la qual cosa ha come conseguenza una sorta di narcisismo psicoanalitico), ma ha deformato, destabilizzato e violato i due spazi intimi dell’analista, ovvero la casa e lo studio.

Questi loci sono dominati ora da confusione, oltre che da panico e angoscia, non esistendo più una netta linea di demarcazione tra i due confini (realtà esterna e psicoanalisi, l’Uno e il “Due”). Conseguenza ulteriore e non meno drammatica è una maggiore esposizione all’alterità, sia per quanto riguarda il futuro in una dimensione temporale e personale:

«L’estraneo ci sconvolge, ci disturba e viene spesso visto come un intruso. Bisognerebbe invece essere in grado di navigare tra il noto e l’ignoto, tra il poco e il troppo, ed è vero: non dovremmo servirci della teoria della castrazione per spiegare tutto.»

sia per ciò che concerne invece l’identità che fa sempre più fatica a distinguere tra il suo essere persona e il suo essere psicoanalista. Ma, ammonisce Adelia Lucattini, «Essere psicoanalista è un modo di essere e di pensare, è un aspetto identitario profondo, come essere medico»; non è solo una professione, ma è inscindibile «dalla mia personalità».

E la collega Rougeot le fa eco:

«Ognuno deve fare i conti con le proprie problematiche psichiche e con le strategie difensive messe in atto per affrontare la situazione. A noi tocca il compito di esplorare l’ignoto insieme alle conseguenze che porta con sé.»


Il fattore identitario, alla luce del nuovo modus vivendi, è strettamente connesso con l’utilizzo delle nuove tecnologie, le quali, ora più che mai, si fanno portatrici di un nuovo modo di pensare la costruzione della soggettività.

Ma soprattutto, questa presenza-assenza suscita non pochi dubbi: «Mi sono chiesta – scrive Sophie Rougeot – se ero comunque in grado di prestare ascolto al outlet interlocutore». Già, perché il corpo è parte integrante dell’ascolto, della «comunicazione infraverbale».

Eppure nel buio del lockdown, nel passaggio ad un nuovo tipo di setting, sconfinato nello spazio immateriale del web, gli analisti convergono su un’unica medesima questione: la difficoltà delle sedute a distanza è stata compensata dalla sperimentazione di nuove feconde possibilità.

Più precisamente, «il lockdown ha permesso in qualche caso di aprire spazi di condivisione altrimenti inimmaginabili» (Francesca Mosca), ha consentito di “fare spazio all’ignoto e di fare amicizia con l’incerto” (Janine Puget) e di avallare il detto «Aspettati sempre l’inaspettato» (Edgar Morin).

Ha inoltre stimolato e incrementato il confronti fra colleghi, ha aperto nuove prospettive, ha fatto da apripista all’evoluzione di concetti che necessitano di ulteriori approfondimenti e che spianano la strada verso nuovi itinerari di ricerca, «l’arte di tessere nuove trame», per citare il titolo di una delle testimonianze presenti nel saggio.

E dopo il periodo di confinamento? Una volta di più gli psicoanalisti sono coinvolti in questo processo, una volta di più sono loro a dover compiere un’assunzione di responsabilità, la cui unica lex è:

«essere sempre presenti per i nostri pazienti, ad ogni costo, senza rischiare di essere contagiati o contagiarli.»

Ma non è più necessario contrapporre la presenza al telefono alla presenza dal vivo. La condivisione è sempre possibile e questo diario di bordo, firmato da quattordici psicoanalisti (Italia, Francia, Libano e Argentina) ne è la dimostrazione efficace. Ciò che resta è

«l’incredibile sensazione di essere connessi gli uni agli altri nonostante tutto, tanti testi molto densi, un’esperienza di presenza condivisa davvero senza precedenti.»

In definitiva, «un mondo nuovo si apre davanti a noi» (Janine Puget).

© Antonietta Florio

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