Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo

«A questo mondo non c’è né felicità né infelicità, c’è il confronto tra queste due condizioni, ecco tutto. Solo chi ha sperimentato l’estrema sventura è in grado di provare l’estrema felicità. Bisogna aver voluto morire, Maximilien, per sapere quanto è bello vivere.» (A. Dumas, Il conte di Montecristo)

Diciottenne dal cuore d’oro, promettente capitano della nave Pharaon, innamorato della catalana Mercédès e soprattutto di suo padre; ingenuo nelle sue illusioni e idiota al pari del celeberrimo principe Myskin di dostoevskijana memoria nella favolosa persuasione che «la Bellezza salverà il mondo», ha fiducia nelle persone che gli sono accanto. Lui è Edmond Dantès, alias Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas.

È talmente accecato dalla bontà da non accorgersi del complotto che alcuni – vuoi per invidia (Danglars, in primis), vuoi per gelosia (Fernand, cugino di Mercédès), vuoi infine per conservare il nome del proprio casato e della propria posizione (de Villefort) – tramano alle sue spalle.

L’azione narrativa è messa in moto da una missiva anonima indirizzata al procuratore del re in cui il giovane Dantès è accusato di bonapartismo. Le nozze con Mercédès, che inizialmente si credono semplicemente rinviate, in realtà non saranno mai celebrate.

La suddetta lettera crea uno spartiacque, lungo ben quattordici anni, tra il passato e il futuro di tutti i personaggi. Indistintamente. Un lungo periodo in cui ognuno continua a vivere la propria vita, ognuno lotta con le proprie sofferenze, combatte con i propri dèmoni, taluni soddisfano finalmente le proprie ambizioni, mentre Dantès s’impegna in una strenua lotta per la sopravvivenza.

Nei primi tempi di detenzione nel castello d’If, «carcere di stato, destinato esclusivamente ai grandi condannati politici», il protagonista dumasiano è in balìa del dolore, del rimpianto di ciò che stava per essere e che invece non era stato, stava per assaporare la felicità, ma è bastato un attimo a farla sparire, e con essa è andata via anche la libertà: «Ho perso tutto ciò che poteva farmi amare la vita».

Quanto più passa il tempo, tanto più Dantès si rende conto che il suo destino è fatalmente segnato, anche se la speranza persiste, sia pure in maniera residuale: «Abitava da così tanto tempo in una tomba che poteva davvero considerarsi morto». Le inquietudini e i tormenti del cuore, l’oscurità della cella che l’avviluppa creano un forte contrasto con tutto ciò che accade là fuori, in un intreccio eccellente di Storia e materia narrativa, in cui anche la religione occupa un posto di prim’ordine:

«per l’uomo felice la preghiera resta un’accozzaglia di parole monotone e senza senso fino al giorno in cui il dolore non si piega allo sventurato quel linguaggio sublime grazie al quale egli parla a Dio.»

In quelle secrete, però, ad un certo momento, accade qualcosa, un incontro fortuito che aiuterà Dantès a rimpadronirsi di sé medesimo, ad accumulare le forze necessarie per poter poi dichiarare guerra al mondo una volta fuori di lì. La conoscenza con don Faria, noto per la sua pazzia, è per Edmond un toccasana per la sua anima in quanto dissolve con la sua presenza il fardello della solitudine («la cattività in comune è solo una mezza cattività»).

Don Faria, personaggio-chiave in questo momento della storia, è la persona che gli infonde coraggio e lo riporta in vita. È la persona che fa di lui un revenant, e che gli instilla nel cuore quel sentimento chiamato vendetta, senza però perdere genuinità ed eccezionalità che continueranno sempre a contraddistinguerlo.

Difatti, Dantès, dopo essere evaso di prigione con un escamotage, non esiterà a vendicarsi, a camuffarsi in vari modi e ad agire con metodica pazienza, perché la fretta è cattiva consigliera e

«Si ha sempre fretta di essere felici, signor Danglars, perché quando si è sofferto a lungo, si stenta a credere alla felicità.»

Divenuto conte di Montecristo (isola tra la Corsica e l’Elba) si presenta come il benefattore del signor Morrel padre e poi del figlio, entra nelle grazie del procuratore del re e nella cerchia degli amici – si fa per dire – di un tempo. “Ogni cosa a suo tempo” recita un detto, vecchio ma sempre attuale. Ligio ad esso, il conte di Montecristo si mostra sempre affabile e solidale, anche se i privilegi della gioventù – credere e sperare – non fanno più parte di lui.

Nessuno sospetta che Edmond Dantès sia tornato «dal pianeta del dolore» (del resto, tutti lo credono morto); nessuno lo riconosce ed è per questo che può giocare d’anticipo sugli altri. Alla fine farà scacco matto, e sarà per lui una duplice vittoria. Si vendicherà, sì, perché

«a volte può sembrare che Dio dimentichi quando la sua giustizia si riposa; ma arriva sempre il momento in cui si ricorda, ed eccone la prova.»

ma risparmierà colui che è stato il vero artefice del suo dramma: il signor Danglars, nel frattempo divenuto banchiere. Perché viene assolto? Perché il conte di Montecristo sente che la richiesta di perdono è autentica, vera, non mistificata.

Ancora più emozionante è il momento in cui Mercédès e Dantès si ritrovano così vicini, senza però sfiorarsi. La vita, anzi le circostanze, o meglio ancora i cattivi, li hanno divisi troppo per potersi toccare davvero. Il passato (o parte di esso) torna, ma tutto è inesorabilmente cambiato ed entrambi sono rimasti intrappolati in ciò che non hanno vissuto. Loro stessi (Dantès e Mercédès) sono diversi, ma i sentimenti di un tempo, quelli ci sono ancora, anche se ormai impossibili da vivere appieno.

È questo il grande rimpianto di Edmond Dantès. Certo, lo spirito di vendetta sembra riempire un vuoto di per sé incolmabile, può far credere che basta farla pagare a chi ha commesso azioni dannose ed esecrabili oltre ogni dire, ma fondamentalmente non serve a far tornare le cose come erano prima, né ad assaporare la felicità:

«Ero buono, fiducioso, smemorato: sono diventato vendicativo, falso, cattivo, o piuttosto impassibile come il fato cieco e sordo.»

Ed è per questo, è per compensare ciò che il conte di Montecristo ha perso, o meglio, non ha avuto modo di godere in quella che era la sua vita prima della lunghissima, interminabile detenzione, che aiuta il giovane Morrel a coronare il suo sogno d’amore. Perché questi, come il conte e grazie a lui, ha imparato che la vita dell’uomo è sempre in bilico tra l’attesa e la speranza. Nel mezzo c’è lo svolgimento dell’esistenza, fatta di desideri, di movimenti, di inganni, di sofferenze, ma anche di momenti lieti, sia pure nella loro più naturale apparenza.

Leggere Il conte di Montecristo significa vivere con Edmond Dantès, viaggiare con lui tra Oriente e Occidente; significa rischiare, perché «a questo mondo bisogna sempre rischiare un po’», vuol dire anche provare i suoi stessi sentimenti e capire che «La vita è così incerta che bisogna cogliere la felicità non appena si presenta», anche se a volte ci passa accanto e non ce ne accorgiamo (ribatterebbe Simenon). Ma soprattutto leggere questo chef-d’oeuvre significa innamorarsi del conte di Montecristo, significa amarlo nello stesso modo in cui lo ama Haydée:

«Ti amo come si ama un padre, un fratello, un marito! Ti amo come si ama la vita, come si ama il proprio Dio, perché per me sei il più bello, il migliore e il più grande degli esseri creati!»

Alexandre Dumas catapulta ex abrupto il lettore in questo universo proteiforme che tuttavia si riduce a due sole dimensioni: la luce (di chi vive nel mondo) e l’ombra (di chi esperisce il mondo dall’interno di una cella). Ma in esso è altresì ravvisabile il dualismo, non in senso ontologico, tra il superiore e l’inferiore, tra l’alto e il basso.

È, en bref, l’inemendabile e inestinguibile conflitto tra chi detiene il potere ed è abile nel tessere la tela dell’inganno, perché quel potere lo sfrutta («A questo mondo per prosperare non basta essere un uomo onesto») e chi il suddetto potere è costretto a subirlo.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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