Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

«Non ti sei chiesto perché un attimo, simile a tanti del passato, debba farti d’un tratto felice, felice come un dio? […] Per un attimo il tempo si ferma, e la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero più.» (C. Pavese, Dialoghi con Leucò)

Dialoghi con Leucò è l’ultima opera che Cesare Pavese ci lascia prima di togliersi la vita il 27 agosto 1950. È l’opera che ha amato di più, è l’opera in cui mostra definitivamente che la mitologia scavalca il tempo e che sulla strada biunivoca della narrativa e del simbolismo si dispiega la vita dell’uomo. Ma è anche l’opera che probabilmente lo consegna definitivamente all’immortalità letteraria: «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia».

I ventisette brevi dialoghi che compongono questo scritto s’innestano su un dato evidente e fondamentale, che peraltro lo scrittore ha già indagato ne Il mestiere di vivere, e cioè che non si può fare a meno del mito. In proposito scrive:

«Il mito greco ci insegna che si combatte sempre contro una parte di sé, quella che si è superata, Zeus contro Tifone, Apollo contro il Pitone. Inversamente, ciò contro cui si combatte è sempre una parte di sé, un antico se stesso. Si combatte soprattutto per non essere qualcosa, per liberarsi. Chi non ha grandi ripugnanze, non combatte.»

D’accordo è anche Ada Fichera, che nel saggio intitolato Araba Fenice. L’immortalità dei miti nella vita dell’uomo (si) chiede:

«Ma… c’erano una volta? No. C’erano. Ci sono. Ci saranno i miti! Essi sono principio, vita, fine di tutte le cose, trama del tempo e destino di ogni uomo.»

Il mythos non soltanto innaffia la vis imaginativa, non soltanto rende fertile la dimensione della rêverie, ma, poiché porta indietro nel tempo – alle origini – fa sì che svisceriamo la parte più profonda dell’anima innestando un processo psicoanalitico (di orientamento junghiano) che a partire dalle immagini archetipiche che risiedono in quei recessi, si sprigiona il bisogno di poesia. Abbisogna, infatti, «che ciascuno scenda una volta nel suo inferno».

In questo senso, Dialoghi con Leucò è un «libro onirico», che ci porta sul sentiero dove – come confessa il mendicante a Edipo nel dialogo La strada«fummo fatti quel che siamo», perché «tutti abbiamo una montagna dell’infanzia».

E per questo, i Dialoghi sono considerati anche come un brillante esempio di antropologia letteraria, sorta dalla passione di Pavese per la mitologia greca, e in cui si ritrovano gli elementi poetico-letterari ed etnografici che hanno arricchito la produzione dello scrittore torinese: l’ineluttabilità del destino e il tempo, l’irrazionalità e l’immortalità, la vita e la morte e la presenza del femminile.

Infatti, nella recensione positiva di Untersteiner, si parla di mitopoiesi (non di mitografia): Pavese ha compiuto, in certo senso, un’operazione poetica nel riaccendere nuovamente il faro sulla materia mitica in un Paese che, dopo la Seconda guerra mondiale, doveva essere ricostruito sia moralmente che materialmente.

Sono dialoghi in cui non succede niente, perché ogni cosa è già accaduta; sono dialoghi che intendono restituire autonomia sia alla parola, sia all’essere umano, perché «parlare ci aiuta a ritrovare noi stessi» e «parlando, qualcosa si placa nel cuore». Soprattutto, sono dialoghi che ci mettono in comunicazione con noi stessi, oltre a svelarci Cesare Pavese come uomo, nella sua nuda fragilità, con i suoi dolori inconsolabili e gli insuccessi nella vita sentimentale. Nel dialogo La Belva, Endimione dice:

«Penso a volte che noi siamo come il vento che trascorre impalpabile. O come i sogni di chi dorme.»

Considerando ciò, la Leucò del titolo si riferisce a Leucotea, cioè la «Dea Bianca», che oltre ad essere una figura mitologica, è una donna in carne e ossa. Di conseguenza, tutta l’opera è un dialogo di Pavese con Bianca Garufi, una nobildonna siciliana con la quale lavorava per Einaudi e della quale era innamorato, anche se poi i due si lasciarono.

Emerge allora quella condizione esistenziale di mancanza e di vuoto, di sentirsi quasi un estraneo nella sua stessa vita (come scrive Kafka), che nello scrittore è così profondamente radicata che non può esimersi, nemmeno qui, dal mettere nero su bianco:

«Mi pare di vivere fuori del tempo, di essere sempre vissuto, e non credo più ai giorni. Anche in me c’è qualcosa che gode e qualcosa che sanguina.»

La qual cosa trapela ancora più chiaramente ne L’inconsabile, dove a dialogare sono Orfeo e Bacca:

«Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue.»

E a proposito del destino, che ricorre in tutti i dialoghi, si può notare una certa antitesi con il concetto sartriano di libertà. Se, infatti, per il filosofo francese la libertà è una condanna per l’uomo, poiché essere libero significa poter scegliere e scegliere implica l’assunzione di responsabilità, secondo Pavese una decisione o un gesto è libero solo all’apparenza.

Tutto è destino. Ed essere destino significa accettare e accettarsi, significa che «quel che prima era voglia, era scelta, ti si scopre destino». Sospeso tra l’attesa e la speranza, tra rifiuto e accettazione, l’uomo vive. O si illude di vivere.

Alla luce di ciò i Dialoghi con Leucò non solo trattano dei problemi dell’uomo contemporaneo e per loro tramite Pavese divulga un messaggio universale, ma coglie analogie tra presente e passato, li mette in comunicazione, a significare che «quel che è stato, è per sempre».

Lettura consigliata! In abbinamento, e per chiunque voglia approfondire sia la tematica dei Dialoghi e avere una visione d’insieme di tutta la produzione di Cesare Pavese si consiglia la lettura di Un “Pavese solo”. Percorsi di continuità.

© Antonietta Florio

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