Monaldo Leopardi, Pensieri del tempo

«Dalla corruzione dei metodi si passa alla corruzione delle dottrine e tutte le verità, come pure tutte le ipotesi della filosofia, si adoperano quali scalini per arrivare alla degradazione dell’uomo e al tanto vagheggiato materialismo dell’anima.» (M. Leopardi, Pensieri del tempo)

I Pensieri del tempo del conte Monaldo Leopardi, padre del celebre Giacomo, sono pensieri che in realtà si sottraggono alla storicizzazione. O comunque appare difficile circoscriverli temporalmente. Fede, materia, senso comune, religione e “filosofismo” sono le tematiche che attraversano il presente volume.

Scritti che lo stesso Mondalo avrebbe voluto pubblicare nella sua rivista di orientamento cattolico La voce della ragione, la quale testata però conobbe il triste destino della soppressione. Comunque, complicazioni editoriali a parte, cerchiamo di analizzare questi Pensieri.

L’Autore si sofferma in primo luogo sul concetto di libertà, asserendo che per essere veramente liberi è all’uopo rinunciare alla religione e rendere l’anima peritura e mortale. Si procede dunque per regressione, passando dalla filosofia al materialismo e cancellando nell’uomo, ridotto ormai a una macchina senz’anima, qualsivoglia speranza di felicità. O meglio, rendendolo incapace di correre verso la felicità.

Il risultato è una “bestializzazione” dell’uomo («dall’uomo libero all’uomo di legno non ci è che è un altro passo») e la degradazione dello spirito, a vantaggio di una nobilitazione del corpo:

«L’anima dell’uomo non può distruggersi e l’immortalità dell’anima umana, rivelata dalla fede e argomentata dalla ragione, suscita bensì i brividi e i furori del filosofismo, ma infine si trova confessata ancora nei codici e nelle costituzioni della filosofia.»

I giansenisti e i filosofi moderni (da Monaldo chiamati “rivoluzionari” e che vanno d’accordo con i ciarlatani) – sia pure con argomentazioni differenti e utilizzando una «logica di apparenza», incapace di porre ordine nel mondo del raziocinio e di dominarlo – si prefiggono il raggiungimento della stessa meta:

«[…] si pospongono gli studi astratti agli studi concreti, si lascia da parte la metafisica con tutto ciò che riguarda lo spirito e la divinità, e s’incomincia a studiare l’uomo nella parte fisica e corporale che è la sua parte più ignobile e meno dell’uomo.»

Il decadimento della civiltà e l’imbarbarimento del mondo portano il conte a trattare della questione linguistica. Nella fattispecie egli attribuisce le cause di ciò a quanti hanno dichiarato (e dichiarano) la morte della lingua di Cicerone e Sallustio, che, al contrario, dovrebbe trionfare sulle cosiddette lingue viventi. Queste, avendo la proprietà della mutevolezza ed essendo cangianti, impediscono la memorizzazione, la fissità dei precetti, oltre che a rendere inintelligibili gli scritti antichi.

Dopodiché Leopardi padre riflette sull’uomo, quale essere pensante che s’interroga sul significato della vita. L’interrogazione assume sovente le forme di una lotta contro la resistenza del mondo sia esteriore, sia interiore e il fine è quello di trovarvi le tracce di un ordine morale e spirituale, di spiegare il principio della vita, del pensiero e della volontà, che non già risiedono nel corpo umano, bensì in un principio superiore, fonte di verità e bontà, da cui tutto ha origine:

«l’uomo è certamente un fatto, come l’orologio è un fatto e se il solo esistere dell’orologio basta a convincerci che ci fu un artefice il quale fabbricò l’orologio, il solo esistere dell’uomo basta a convincerci che ci fu un artefice il quale fabbricò l’uomo.»

È questa un’ulteriore occasione per attaccare i giansenisti e i filosofi che, insidiando gli individui con i loro sofismi, lo allontanano sempre più dal Creatore e da tutto ciò che è spirituale, per proclamare definitivamente il primato della dimensione materiale. Monaldo recupera dunque il pensiero degli antichi Greci, a partire da Omero. Se per questi il corpo è la tomba dell’anima ed essa sopravvive alla morte dell’organismo corporeo, il giansenismo e i nuovi filosofi,

«per insegnare agli uomini che cosa è l’uomo si volgono e si rivolgono i sensi e la materia del corpo, si cerca di spiegare con essa i fenomeni della vita, le affezioni del cuore e le percezioni dell’intelletto e si spera di arrivare a persuaderci che non è necessario di ricorrere allo spirito per intendere tutta intera la composizione dell’uomo.»

In conclusione, il conte Leopardi afferma che i «cosiddetti filosofi di oggidì», pur prefiggendosi l’obiettivo di scoprire la Verità, in realtà intraprendono la direzione opposta, distruggendo il fondamento del vero, dell’onesto e dell’utile, attraverso la negazione dell’immortalità dell’anima, del libero arbitrio. Dunque, di Dio.

Di conseguenza, l’uomo cessa di interrogarsi sul significato della vita, poiché «sprofondato nella disumanità», agisce meccanicamente. Se l’anima perisce quando il corpo muore ed è impossibile raggiungere la felicità, gli uomini si svincolano dalla Religione e i «filosofastri» saranno inevitabilmente sconfitti dai sistemi che hanno costruito e propagandato.

Si contravviene così al compito essenziale della philosophia che «si propone l’insegnamento morale degli uomini», promettendo loro «una felicità proporzionata alla loro condizione». Perciò, essa – la filosofia – riconosce negli uomini la libertà del volere, senza la quale non ci sarebbero il bene e il male, e ravvisa nello spirito umano la condizione di immortalità.

Chissà cosa direbbe Monaldo Leopardi dei filosofi attuali!

© Antonietta Florio

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