Madeline Miller, Circe

«L’esilio significava proprio quello: non sarebbe venuto nessuno, né ora né mai. Una consapevolezza che faceva paura, ma al confronto della notte trascorsa nel terrore, mi parve così piccola e insignificante. Il peggio della mia codardia era stato smaltito, lasciando il posto a una frastornante esaltazione. Non me ne starò come un uccello in gabbia, pensai, troppo stordito per volare via anche con la porta aperta. Entrai in quel bosco e la mia vita ebbe inizio.» (M. Miller, Circe)

Circe, figlia di Elios e Perseide, la maga dell’isola di Eete, che si innamora perdutamente di Odisseo e trasforma i suoi compagni in maiali. È ciò che si conosce di questa figura omerica, ambigua e ambivalente, ostile ma anche amica, sfuggente ed enigmatica.

Nel nuovo romanzo di Madeline Miller, appunto intitolato Circe, ci si trova dinanzi a una donna a metà strada tra l’umano e il divino. Umani sono i suoi sentimenti, divini – nel senso più stretto del termine – i suoi modi di agire. Dopo l’esilio sull’isola di Eete ad opera del padre Elios, Circe trascorre le giornate imparando le arti magiche e a fare incantesimi:

«Lasciate che vi dica cosa non è la magia: non è un potere divino che sgorga con un pensiero e un batter d’occhi. La magia dev’essere creata e plasmata, pianificata e investigata, estratta, essiccata, sminuzzata e macinata, bollita, evocata con parole recitate e cantate. E ancora, può fallire, come agli dèi invece non succede.»

Ciò nonostante, la solitudine che la ninfa avverte nei primi tempi è un peso insopportabile. Una prima svolta giunge quando Circe conosce Ermes, il figlio di Zeus. I due diventano amanti e sembra che il tempo cominci a scorrere più serenamente, tra esercizi magici e conversazioni sulla sorte degli uomini e di ciò che gli dèi hanno in serbo per loro:

«Un uomo felice è troppo occupato con la sua vita. Crede di non dovere niente a nessuno. Ma distruggilo, uccidigli la moglie, storpia suo figlio e vedrai che si farà sentire. Affamerà la sua famiglia per un mese pur di sacrificarti un vitellino di un anno bianco come la neve. Se può permetterselo, te ne offrirà cento.»

Complice il ricorso alla prima persona, non è difficile entrare in empatia con Circe che, sebbene ottenga ad un certo punto dal padre il permesso di tornare in patria e nonostante riceva una richiesta d’aiuto dalla sorella Pasifae, affinché l’assista durante il parto, la consapevolezza di essere sola e che «mai nessuno sarebbe venuto per me» si accentua sempre di più.

Solitudine e non-senso, cui vi si aggiunge un sentimento di estraneità al mondo, vengono a costituire un sistema triadico, un mix di disperazione, sconforto e insoddisfazione di se stessa e della sua vita, la cui compattezza sembra non possa essere sfaldata.

 «Restai a guardare fino all’estinguersi dell’ultima fiamma, poi rientrai in casa. Sentivo il dolore divorarmi il petto. Vi premetti contro le mani, sentendone le cavità e la durezza delle ossa. Mi sedetti al telaio e alla fine mi sentii come Medea mi aveva definita: una creatura vecchia e abbandonata, sola, priva di vita e grigia come le pietre stesse.»

Ma quando sull’isola di Eete approda il temerario Odisseo, qualcosa cambia. Ciò che sembra impossibile diventa possibile e un’anima fino ad allora divinamente solitaria conosce una nuova magia, che nulla ha a che fare con incantesimi, intrugli e pozioni. No. È la magia dell’amore e se il mondo prima era un brutto posto, adesso diventa un locus migliore:

«Vivere con lui era come essere vicino al mare. Ogni giorno un colore diverso, una diversa cresta d’onda, ma sempre la stessa irrequieta intensità che trascina verso l’orizzonte.»

Circe sa che Odisseo ha una famiglia, sa che sta facendo ritorno dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco, ma questo non le impedisce di nutrire un affetto particolare nei suoi confronti,

«Non possedevo mille astuzie, e non ero una stella fissa, eppure per la prima volta avvertii qualcosa in quello spazio. Una speranza, un alito vivente, che potesse ancora crescervi dentro.»

né tantomeno rappresenta un limite la sua mortalità:

«Sapevo di essere una sciocca. Anche se fosse rimasto oltre la primavera fino a quella successiva, un uomo come lui non sarebbe mai stato felice rinchiuso nell’angusto spazio delle mie coste. E anche se riuscivo in qualche modo a farlo sentire contento, c’erano pur sempre dei limiti, poiché era un mortale, e non più giovane.»

Ecco l’altro aspetto di Circe: una donna sensuale, capace di abbandonarsi alla passione, quella stessa passione che dovrà spegnersi quando arriva il momento della partenza: «Non c’era nulla che potessi fare. Mi stava scivolando via dalle mani».

Si affaccia nuovamente quel sentimento sgradevole di vuoto, che si placa quando nasce il figlio Telegono: tutto ciò che le resta di Odisseo. Ma le turbolenze esistenziali e sentimentali non finiscono qui. Tutt’altro. Circe è diventata una madre e il suo impegno primario è proteggere suo figlio, a tutti i costi. I due vivranno un periodo conflittuale quando Telegono manifesterà la volontà di partire alla volta di Itaca per conoscere suo padre.

Al ritorno a Eete sarà in compagnia di Penelope e Telemaco, affranti per la morte di Odisseo. E se Penelope sembra restare in disparte, Telemaco instaura un solido rapporto con Circe, la quale deve a questo punto scegliere se appartenere al mondo degli dèi, in cui è nata, oppure a quello dei mortali, che ha imparato a conoscere e ad amare.

È su questa linea che avviene la metamorfosi di Circe. Una trasformazione interiore e singolare quanto più la fantasia di Madeline Miller prende le mosse da una solida conoscenza della mitologia greca, s’innesta sulla comprensione particolare dello spirito della grecità, da cui scaturisce il fascino del romanzo.

© Antonietta Florio

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