Federico Fontana, La ragazza del treno

«La mia forse fu una scelta illogica, ma era quella che sentii come la più giusta in quel momento. Io non credo nel destino, non credo che le cose siano predestinate e che per questo prima o poi debbano accadere. Quello che so, è che spesso bisogna prendere delle decisioni e fare delle scelte che condizioneranno e determineranno ciò che accadrà in seguito. È vero, ci sono eventi che sono al di fuori del nostro controllo, ma per il resto siamo noi stessi a decidere il nostro destino cambiandolo anche quando forse non si dovrebbe.» (F. Fontana, La ragazza del treno)

Non è tanto la mèta, quanto ciò che accade durante il viaggio. Si può riassumere con questa frase la morale insita nel romanzo breve di Federico Fontana, La ragazza del treno. Una conoscenza virtuale, una frequentazione in chat, ed ecco che Fabio – il protagonista – parte all’avventura.

All’apparenza superficiale, dispersivo nei pensieri e ancor più caotico nelle decisioni estemporanee e coraggiose, Fabio salendo sul treno compie in realtà due viaggi: l’uno fuori e l’altro dentro di sé.

Anche se a ben vedere interno ed esterno si fondono, e ogni cosa che accade al di fuori, ogni persona che incontra, rappresenta un pezzo mosaicale con il quale riuscirà infine a comporre il puzzle più bello e più importante: la vita.

Due sono i motori che guidano Fabio verso la conoscenza e la (ri)scoperta di sé: innanzitutto i ricordi e le emozioni legate ai numerosi viaggi in treno con i genitori, che lo riportano dunque al periodo dell’infanzia.

«Ho sempre pensato al treno come a un’allegoria della vita, esso infatti procede inesorabile verso la sua meta, il rumore sempre uguale delle ruote sui binari ne scandisce il tempo, come il paesaggio che velocemente scorre dinnanzi ai nostri occhi.»

L’altro veicolo è la serendipità, ovvero la scoperta di qualcosa di inaspettato. O, per dirla meglio,

«non è il caso. È una facoltà, una percezione ampliata. È la capacità di interpretare un segno, di guardare in un modo nuovo ciò che già esiste intorno a noi. Oppure dentro, che è la stessa cosa.»

Già, perché mentre Fabio, «ritratto del nostro tempo», smarrito nella selva oscura di questo mondo incerto, dagli equilibri precari e aleatori, va alla ricerca di Tania, conosciuta sul web, incontra molte altre persone che svolgeranno un ruolo importante.

Non soltanto il mendicante in piazza Venezia, una comparsa fugace e di particolare rilievo poiché «era riuscito a ridarmi la speranza che avevo perso, o forse era solo riuscito a riaccendere una mia illusione», ma anche Sabrina.

È lei la serendipità, è grazie a lei che Fabio esce dagli schemi della logica e del raziocinio per seguire unicamente le sue emozioni, ciò che sente dentro, l’impulso di un momento.

In tal senso egli dimostra che non sempre è sbagliato uscire dai binari, che deviare da quella che è la retta via, dalle linee già tracciate, dalla vita già costruita e (pre)confezionata è il modo attraverso cui riscoprirsi. Il modo, cioè, per ritrovarsi, per riavvolgere il nastro e ripercorrere il sentiero all’incontrario, anche se

«Il fatto che tu sia qui non è casuale… Ogni azione e ogni situazione in cui ci troviamo è frutto del nostro volere. Ogni scelta che facciamo nasce da un proposito, magari inconscio, che ci porta a compiere atti come il tuo.»

Salendo su quel treno, Fabio compie un gesto che di primo acchito può sollevare critiche e renderlo antipatico, ma si fa perdonare lasciandosi scoprire per quello che è, per quello che sente. Ovvero un ragazzo pieno di incertezze derivanti in un certo modo particolare dalla fragilità della relazione amorosa e che per questo è scisso tra sogno e realtà, tra speranze e illusioni, tali da ottundere la claritas della facoltà raziocinante, e anzi calando su di essa un sipario.

È la scelta, razionale oppure no, matura oppure no, di chi non riesce più a vivere (nel)la vita che lui stesso ha costruito, di chi non riesce più a sopportare le zavorre che lo incatenano a «una vita che cominciava a starmi stretta», la vita che in certi momenti sembra ristagnare o procedere serratamente nella direzione già tracciata. È in quei momenti che, tout à coup, capita di cambiare rotta.

E cosa si fa per rimuovere il velo di Maya? Cosa si fa quando ci si sente smarriti e alienati persino da se stessi? No, non soltanto la cosa più ovvia e forse la più semplice (ma solo per definizione), ovvero mollare tutto e partire all’avventura.

Certo, è vero che se «segui la tua strada e prosegui la tua ricerca prima o poi sarai ripagato», ma non è meno vero che perdere la bussola significa diventare vagabondi esistenziali, alla ricerca di un appiglio granitico e il detto appiglio non è altro che il rifugiarsi nel passato, riviverlo nei ricordi ed emozionarsi ancora.

Nella diatriba tra la certezza del passato e l’alterità del futuro, si vive (?) il presente come uno stato di sospensione, una pausa dalla vita che per quanto possa sottrarci dall’ammirare e dal vivere appieno la bellezza e la meraviglia che nella vita si cela, è funzionale a una riflessione più attenta e meticolosa, volta alla comprensione e all’acquisizione della consapevolezza di chi siamo. Bisogna smarrirsi per ritrovarsi, si dice (con buona pace di Heidegger):

«Il mio viaggio stava giungendo quasi al termine. Un viaggio breve ma ricco di emozioni, in cui avevo conosciuto persone che in qualche modo mi avevano aiutato, a loro insaputa, a conoscere meglio me stesso.»

Già, perché il viaggio di Fabio è il viaggio di tutti, il viaggio che facciamo anche stando fermi. È il viaggio di chi va alla ricerca di sé, di riscoprire il bello che c’è ancora da vivere, tornare bambini per un po’ e guardare il mondo e tutto ciò che ci circonda come se fosse la prima volta. Del resto, come asserisce Ernst Jünger, «rasente all’annientamento c’è il trionfo».

© Antonietta Florio

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